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Per fortuna non avevo scritto un noir, con omicidi, sangue e crudeltà varie, altrimenti mi sarebbe toccata l’analisi dei delitti insoluti di celebri località di provincia, roba da rivoltare lo stomaco. Già ne ebbi abbastanza col primo libro: per aver spazio e farsi notare ci si doveva fingere esperti di serial killer e procedure poliziesche, nonché lettori competenti di cronaca nera e – ovviamente – amici degli scrittori del Cartello. Era necessario anche solo per avvicinare i giornalisti culturali, che fanno finta di leggere il libro e possono caldeggiarne la lettura in qualche foglio pilotato. Fu allora che fiutai l’aria e decisi di cambiare genere. Se fossi rimasto nel campo omicidi non avrei combinato granché, ormai ogni settore era saturo. Troppo esiguo l’habitat, anche se la propaganda lo spacciava per un campo promettente, e troppo forti gli autori stranieri: così, il pezzetto di torta che resta a quelli nostrani è talmente prezioso che non può esser lasciato a chiunque arrivi. Venire accuratamente ignorati e emarginati non può che essere la regola.

Sul ring

54-Cisari-Pugilato

Al suono della campana Irv Chartaris mi diede una pacca sulla spalla, e io saltellai verso il centro del ring. Balboni arrivò a testa bassa, molleggiandosi sui piedi sebbene fosse ancora fuori tiro, come fanno sempre i pugili di quart’ordine giusto per far vedere che conoscono le mosse. Stavo per colpirlo quando vidi comparire dal nulla il suo destro. Credo che mi abbia beccato, una cosa fulminea. Poi, subito dopo, arrivò anche il sinistro, quello però lo vidi. Mi prese in pieno: ero rimasto talmente sorpreso dal destro che non riuscii a schivare il sinistro, però almeno l’avevo visto arrivare, per cui mi sentii meglio. Poi mi centrò di nuovo un paio di volte, credo, una specie di tip tap di destro. Non che sentissi male, perché succedeva tutto molto in fretta, però a quel punto pensai Cristo, qui mi concia per le feste… devo… dobbiamo assolutamente far partire questo incontro. Solo che mentre lo pensavo lui continuava a pestarmi. Non ricordo bene cosa succedesse dopo i due jab: altri pugni, mi pare, di sinistro, di destro, il suo repertorio era tutto lì. Feci per dire: – Ehi, un momento, – perché non mi sembravano affatto leali tutte quelle botte mentre io non ero ancora pronto, ma non so se le parole mi uscirono di bocca. Sentii Chartaris gridare: – Su i pugni, Joey! – e giuro che ci provai, ad alzarli, solo che quasi subito fui costretto a tirare indietro le braccia per mantenere l’equilibrio, perché di punto in bianco il quadrato aveva preso a inclinarsi. L’unico pugno vero che ricordo di essermi beccato fu in quel preciso momento, mentre allargavo le braccia e buttavo indietro il sedere per ritrovare l’equilibrio, perché il maledetto tappeto stava scivolandomi via sotto i piedi, e quel figlio di puttana di Balboni scelse l’unico attimo in cui ero vulnerabile per tirarmi un diretto bestiale, BUM, proprio nello stomaco. Mi si bloccò il respiro, che mandò a monte tutto il mio piano, basato sostanzialmente sulla respirazione. Per cui di lì in avanti non ci fu più storia.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999

Errore tattico

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Stava cercando di staccarmi l’orecchio a morsi.
Lo teneva stretto fra i denti, aveva l’alito bollente e umido. Grugniva e ringhiava come un cane da guardia con gli avanzi di una bistecca.
– Va bene, – dissi, – basta con le regole da signorine.
Gli piantai una ginocchiata nelle palle. Fortissima. Lui si piegò in due, ma non mi lasciò andare. La mia testa dovette abbassarsi con la sua. Gli mollai un destro che anche a distanza ravvicinata bastò a chiudergli la mandibola di scatto e a ricacciarla indietro. Grave errore tattico. Con quel pugno il mio orecchio si staccò di netto.
Al diavolo l’orecchio.
Lui stava barcollando all’indietro, con le braccia tese in cerca di un appoggio. Gli sferrai un calcio sulla rotula con tutta la forza che avevo, e lui cominciò a contorcersi e ad accartocciarsi come una marionetta manovrata da un burattinaio epilettico. Gli avevo tolto un po’ d’energia, ma sapevo che se gli avessi dato mezza possibilità, si sarebbe lanciato di nuovo all’attacco.
Con un unico fluido movimento incrociai le braccia sul petto e infilai le mani sotto la giacca. Con la sinistra tirai fuori un fazzoletto e lo usai per tamponarmi la ferita. Con la destra tirai fuori una Webley calibro 45. Rinculò di brutto e fece un gran rumore. Potete giurarci.
Lui sputò il mio orecchio a tre metri d’altezza.
– Portalo all’inferno con le mie maledizioni, – gridai. – E di’ agli altri dannati che Victor Strang fa sul serio!
Urlavo, ma mi sembrava di avere la bocca tappata con un asciugamano. Sentivo la mia voce rimbombare nella testa, ma nel vicolo l’unico rumore era l’eco del colpo di pistola. Che ruggiva e ruggiva.
E ruggiva.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999

DetFic 6: Edipo Re

Dicono che Aristotele abbia concentrato la propria indagine sul teatro greco a lui contemporaneo solo perché questa era la forma d’intrattenimento più democratica, più accessibile e più diffusa dell’epoca. Se fossero esistite anche le storie poliziesche, molto probabilmente avrebbe rivolto anche lì la sua attenzione. Ma nella tragedia greca gli elementi della detective fiction già c’erano. Infatti, diversi elementi cardine del genere poliziesco si trovano nella tragedia Edipo re di Sofocle, che affonda le radici nella mitologia greca.
In sintesi, questa è la fabula.

Durante un viaggio, il re di Tebe Laio viene crudelmente massacrato a bastonate. Trascorsi molti anni, a Tebe sale sul trono un nuovo re: Edipo, uno straniero che ha liberato la città dall’incubo della Sfinge e che ha sposato Giocasta, la vedova di Laio. Ma l’assassinio di Laio, rimasto impunito, grida vendetta al Cielo, e gli dèi fanno scontare il peccato alla città scatenando una terribile pestilenza. Per placare la loro collera, è necessario che il colpevole venga scoperto e punito “di mano violenta”.

Deciso a salvare la sua città, Edipo si propone d’indagare per far luce su quell’antico delitto. Così, interroga la vedova del morto, i notabili di Tebe, l’indovino Tiresia, un vecchio pastore, finché – dopo un complicato intreccio di ragionamenti e rivelazioni – scopre che l’assassino è lui stesso.
Un vecchio servo della casa di Laio, fra dolorose reticenze, svela che Edipo è figlio di Laio, che lo fece esporre neonato sulle balze del monte Citerone affinché morisse, perché secondo una profezia il piccolo avrebbe un giorno ucciso il padre. Qui lo raccolse Polibo, re di Corinto, che lo adottò come suo. Ma un giorno, da principe ereditario di Corinto, Edipo s’era sentito predire dall’oracolo di Delfi che avrebbe ucciso il proprio padre e sposato la propria madre: sconvolto da quella profezia, per evitare che potesse avverarsi aveva deciso di fuggire. Ma sulla strada tra Delfi e Tebe, in un punto dove s’uniscono tre strade, aveva avuto un alterco con un uomo e l’aveva ucciso: quel’uomo era Laio.
La scoperta dell’orrenda verità induce Giocasta a impiccarsi, mentre Edipo, come la vede, si acceca con la fibbia della veste di lei.

Qui gli elementi della detective fiction ci sono quasi tutti: la morte violenta (l’omicidio di re Laio), il mistero (perché a Tebe s’è scatenata la peste?), il rapporto passato-presente (le radici del male di oggi affondano in un atto compiuto nel passato), le testimonianze e gli indizi (il mistero della peste verrà risolto facendo luce su un omicidio insoluto), la detection (Edipo ragiona e cerca di ricostruire i fatti).

L’elemento più straordinario della tragedia, però, è nel modo in cui l’indagine ha termine: facendo scoprire a Edipo di essere lui stesso l’assassino, Sofocle già sembra giocare con gli elementi del genere poliziesco, infrangendo la regola che vuole separate le figure del detective e del colpevole. In più, l’accanimento degli dèi contro Edipo si basa su una colpa di cui lui s’è macchiato inconsapevolmente, poiché non poteva riconoscere suo padre quando l’ha ucciso, e non poteva sapere che la splendida regina che ha sposato è sua madre. Sotto quest’aspetto, è evidente che l’Edipo re celebra l’oscurità del destino, la disarmonia del mondo, il non-senso della vita: tutti elementi che oggi si ritrovano nei romanzi noir.