Pink Floyd 1969

Roger Waters, Nick Mason, David Gilmour, Richard Wright. Kew Gardens, London, photo Storm Thorgerson

Cari Guglielmo e Lia

Renato Guttuso, Autoritratto, 1936

Cari Guglielmo e Lia
Sono stato preoccupato per voi dopo la brutta notizia del bombardamento. Ma pare che per fortuna questa volta è passato. Qua siamo piuttosto tranquilli non ci sono neppure piccoli allarmi. La sera ci si vede quasi sempre da Mimise dato che l’oscuramento ci costringe in casa.
Ma poi anche il maltempo. S’era mai visto a luglio il Tevere in piena? Ma! “la terra tremò e il cielo si oscurò” dice il vangelo.
Questo millenovecentoquaranta è una memorabile annata per tanti versi. Qua le attività sono molto ridotte: “il Selvaggio” sospende le sue pubblic. (Maccari ha visto i disegni di Lia e gli sono piaciuti molto. Lui consiglia anzi di inciderne qualcuno a linoleum perché crede che il tipo di disegno si presti molto e l’incisione gli aggiunga senso) e a Primato non c’è nessuno.
Uno dei direttori è al fronte (Bottai) il redattore capo è al fronte.
Comunque si vedrà di varare qualche disegno, io ne ho lasciati due perché vadano in questo numero (15 luglio) ma non ne sono certo perché sono dei testoni. Comunque sarà in ogni caso per il prossimo. Io ho ripreso il mio lavoro ma per poco e quasi male. Ma avevo molta voglia e mi ci sono buttato come in una bella cantina piena di gin. E Beatrice cara? E voi e i vostri pensieri? Mi vengono ondate di affetto verso di voi fortissime ma il desiderio di vivere con tutti gli amici è veramente irrealizzabile mi pare.
Mimise mi domanda molto di voi — vi scriverà mi ha detto.
Io andrò credo a Venezia due giorni per un’articolo [sic] che non ho voglia di fare.
Posso sperare che voi mi scriviate?
Ho rimproverato Tamburi, ma è pazzo — ai pazzi si fa credito
Scrivete dunque —
Vi abbraccio

Lettera di Renato Guttuso ai coniugi Pasqualino Noto, 1940

I momenti della durata

Sí, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
è di per sé poco appariscente,
non fa conto parlarne
ma è degno di essere affidato alla scrittura:
perché dovrà essere per me la cosa più importante.
Dovrà essere il mio vero amore.
E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.

http://www.pangea.news/peter-handke-canto-alla-durata/

Shelter Sleepers

Henry Moore, Study for Shelter Sleepers, 1941

«Negli anni Sessanta ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei più grandi artisti del XX secolo. Scoprii subito che erano diversi l’uno dall’altro. Bacon era modesto e pieno di dubbi. Sapeva che ero uno zoologo: era preoccupato che non approvassi la sua interpretazione pittorica delle espressioni facciali umane o di certi animali. Ricordo un suo dipinto che mostrava un babbuino colto mentre stava urlando. Forse l’aveva copiato da una famosa fotografia dove appariva un babbuino che, però, sbadigliava. Non osai dirglielo: sapevo che si sarebbe precipitato nel suo atelier e avrebbe distrutto quel quadro. Come gli capitava spesso di fare, perché non era mai soddisfatto. Francis viveva una vita sociale maledetta. Molto diversa da quella di Moore. Henry aveva un’esistenza familiare felice e stabile: avrebbe potuto essere un contadino dello Yorkshire. Anch’egli ha sempre voluto interrogarmi sugli animali. Miró, infine. Si vestiva come un banchiere o un diplomatico spagnolo. Era tranquillo e riservato. Parlando con lui, non avresti mai potuto immaginare quanto fosse drammatico il suo linguaggio. Era come se avesse destinato tutte le sue potenti emozioni solo ai dipinti. Moore e Miró erano tranquilli uomini di famiglia, mentre Bacon e Dalí erano selvaggi. Ma, pur se molto differenti tra loro, questi artisti avevano una cosa in comune: erano motivati a creare opere d’arte e lavoravano duramente, concentrandosi per lunghe ore nei loro studi».

Desmond Morris intervistato da Vincenzo Trione, la Lettura #322, pag. 28

The Arena

Desmond Morris, The Arena, 1976

«Ho sempre condotto una doppia vita. Il cervello umano ha due emisferi: mentre uno è specializzato nell’analisi fattuale, l’altro si occupa prevalentemente dell’intuizione e della fantasia. Sono uno scienziato analitico, che studia il comportamento animale e umano. Ma sono anche un artista surrealista, interessato al funzionamento della mente inconscia. Quando lavoro come scienziato, rendo semplice ciò che è complesso. Quando lavoro come artista, rendo complesso ciò che è semplice. Si tratta di due modi di pensare totalmente diversi. Da scienziato, quando noto un comportamento complicato, cerco di spiegarlo nel modo più comprensibile. Da artista, utilizzo materiali poveri, pochi tubetti di colore, e cerco di trasformarli in immagini ambigue. Tuttavia, anche se si tratta di due modalità di ragionamento differenti, la mia conoscenza degli organismi biologici, con le loro fisionomie e con i loro colori, è destinata a influenzare le visioni che dipingo. Ciò significa che i modelli elementari della vita animale influenzano il modo in cui eseguo i miei dipinti. Sulla tela, creo un universo parallelo di biomorfi, che hanno le loro regole e si evolvono lentamente. A novant’anni dipingo ancora nel mio atelier ogni sera fino alle 4 del mattino. Da scienziato, sto ancora scrivendo libri sul comportamento umano e su animali come i bisonti».

— Uno dei tratti distintivi del suo lavoro di ricerca consiste nella sapienza con cui riesce a coniugare scienza e narrazione. I suoi libri somigliano a conversazioni con un lettore ideale: un po’ come quelli di un altro grande scienziato-scrittore, Oliver Sacks.

«Una volta un mio amico mi disse: “Posso capire ogni parola che scrivi, ma niente di quello che dipingi”. Un commento giusto. Mentre i miei dipinti sono volutamente criptici, quando scrivo cerco di usare un linguaggio semplice, facile da capire. Quando ero un giovane scienziato dell’Università di Oxford, usavo il gergo tecnico. Come tutti i miei colleghi. Quello che scrivevamo era difficile da comprendere: volevamo apparire il più possibile accademici. Poi, mi è accaduto qualcosa di inaspettato. Sono andato a Londra e ho cominciato a parlare di animali in tv. Ho curato un programma televisivo ogni settimana. Per undici anni. È allora che ho imparato a servirmi di un linguaggio più diretto: finché, alla fine, parlavo con la telecamera come se stessi parlando con un amico. Il rischio era di non essere abbastanza rigoroso. Così, tenevo sulla mia scrivania un biglietto: “Semplificazione senza distorsione”. Tentavo di essere scientificamente accurato ma, allo stesso tempo, chiaro. Questa lezione mi è tornata utile quando ho iniziato a misurarmi con libri scientifici, come La scimmia nuda, rivolti a un pubblico ampio».

Desmond Morris intervistato da Vincenzo Trione, la Lettura #322, pag. 28