Mentalità

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Va da sé che le situazioni vanno affrontate con una mentalità positiva: sembra una cosa talmente ovvia da non aver bisogno d’esser rimarcata. Alcuni la chiamano mentalità vincente, che però non è per niente facile adottare, a dispetto della sua apparente ovvietà. Dicono che serva innanzitutto per preservare la salute, e poi per disporre di maggiori energie per raggiungere i nostri obiettivi. Di certo accade che, davanti al medesimo problema, ci sono persone che falliscono e altre che invece riescono: questo porta a pensare che il mondo e la vita siano in buona parte il prodotto della rappresentazione che ce ne siamo costruiti e che infine abbiamo fatto nostra. Ovvio, allora, pensare che la vita che ci siamo rappresentati ci influenza e continuerà a influenzarci; così, resta a noi stabilire se quanto ci rappresentiamo è in linea con ciò che vogliamo, oppure gli va contro. In quest’ultimo caso, bisognerebbe quanto meno cercare una convergenza.

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Tempo

Pier Augusto Breccia

Ora sembra che lo scorrere del tempo sia un’illusione. Dunque, tutto il rammarico provato e accumulato negli anni per “ciò che non ho fatto”, per “ciò che ho perso”, sarebbe insensato. Il tempo passa davvero? Davvero scorre? E il presente che cos’è? Il presente è qualcosa di oggettivo nel mondo, qualcosa che “scorre” e che “fa esistere” le cose una dopo l’altra? Oppure è solo soggettivo, come lo è il concetto di luogo? Secondo le ultime interpretazioni, l’idea di un “presente” dell’universo è solo un’illusione, il tempo non scorre al suo interno, ma passato, presente e futuro sono rappresentati in un unico blocco. In questo universo-blocco non è il tempo a scorrere, ma sono le forme di vita al suo interno ad arrampicarsi su per una linea che ne costituisce il tracciato. La cognizione del tempo, quindi, sarebbe una pura costruzione umana, cognitiva, concettuale e culturale.

 

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Per me
è difficile insegnarti a essere ligia, perché sono appunto un “maestro nel perdere tempo”. Ma la vita è fatta soprattuto di “cose pratiche”, che spesso sopravanzano e rendono obsolete tutte quelle speculazioni che ci hanno impegnati e preoccupati in precedenza. Pensare di fallire un obiettivo agognato ci dà l’immagine di un castello di carte che crolla: ma è un’immagine del tutto fuorviante, perché si concentra sul concetto in sé e non tiene minimamente conto del fattore “realtà del mondo esterno”: un fattore che invece è molto più importante e decisivo, perché è con quel fattore che ci si dovrà confrontare, e non con altri, è sul quel campo che ci si dovrà esprimere, e non altrove. Alla fine dei conti, potrebbe anche aprirsi una porta che dà molte opportunità e soddisfazioni, che spiana il terreno a un ulteriore maturare e a traguardi molto gratificanti, mentre il corso delle cose proseguirebbe comunque, per portarci al suo compimento. La vera forza sta nel far progetti e guardare avanti, nel darsi da fare, a prescindere dalle proprie performances del momento. Anch’io tendo a rammaricarmi per il tempo perso, eppure l’esperienza mi ha insegnato che c’è un tempo per ogni cosa: se una cosa, pur anelata, non riesce in un certo periodo, significa che non era il suo momento. Per noi il momento è arrivato ora, e sta facendo emergere e coagulare molti, moltissimi nostri bisogni, e dà voce e sfogo a tutto ciò che ci è maturato dentro negli ultimi anni.

 

piano quinquennale

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Dunque, facciamo il piano quinquennale (una delle buone cose di una volta, alla maniera dell’Unione Sovietica). Scriviamo su un foglio i dieci obiettivi “operativi” e “di vita” che ci sembrano importanti. Si può disegnare la mappa dei traguardi futuri per aree di interesse: ad esempio il lavoro, la famiglia, la cultura, il sociale. Poi lasciamo decantare il tutto per una decina di giorni, in modo da sviluppare una riflessione che possa meglio definire quanto si è tracciato. Se a fare questo si avverte una resistenza emotiva, è perché ci si sente inconsciamente inadeguati ai traguardi da raggiungere: non bisogna dargli peso, perché sono paure infondate. Naturalmente, l’elenco degli obiettivi non dev’essere troppo complicato: meglio iniziare dai desideri più semplici e ovvi; è bene anche non pretendere un eccessivo rigore. Ecco, quest’ultima per me è la parte più difficile, essendo tipicamente un perfezionista.

 

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In genere si distingue fra “obiettivi operativi” e “obiettivi di vita”: i primi sono più circoscritti e limitati nel tempo, più specifici, mentre i secondi possono riferirsi anche a un momento lontano e imprecisato, e qui il pensiero si fa strategico. Questi obiettivi dovrebbero nascere da dentro, si dice, come libera aspirazione di vita; il problema si fa serio, però, quando la libera e indipendente aspirazione di vita non solo non riesce a definirsi, ma addirittura tende a squagliarsi in sostanza senza contorni.

 

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Spesso ciò che manca sono i grandi obiettivi. Sono quei progetti che aprono le porte e mobilitano energie che ci si era dimenticati di possedere. Quando gli obiettivi mancavano o non riuscivano a definirsi, era difficile dedicarsi, fare, a volte anche pensare: sembrava uno sforzo enorme. Tutto ciò rientra nel senso, questo blocco di significatività che da solo può dar forma alle giornate, alle settimane, ai mesi.

 

Intelligenze

Da felici siamo molto, ma molto più intelligenti che da infelici, dice Silvana De Mari. Caspita, questo sembra confliggere con l’idea che, ad esempio, le opere più sublimi — in arte e in letteratura — scaturiscano dal tormento dell’anima e (si suppone) da una conseguente infelicità. I genii, generalmente, hanno spiriti inquieti e tormentati, specie quando sono incompresi — il che accade, dicono, il più delle volte — e questo rappresenta la configurazione più tradizionale. Ma in realtà, specifica la De Mari, ciò che è in gioco non è l’intelligenza, ma sono le intelligenze: intelligenze molteplici che vanno ognuna per conto suo, e si possono dividere in quelle che agiscono su base razionale e logica e quelle che agiscono su base emotiva e analogica. E siccome a tenere i collegamenti fra le diverse intelligenze ci pensano i neurotrasmettitori come le endorfine e la serotonina (quelli che fanno star bene), se li teniamo in grande quantità e li facciamo lavorare bene e in efficienza avremo tutte le intelligenze che si muovono insieme, dando i risultati migliori. Continua a leggere “Intelligenze”

Mentalità


Va da sé che le situazioni vanno affrontate con una mentalità positiva: sembra una cosa talmente ovvia da non aver bisogno d’esser rimarcata. Alcuni la chiamano mentalità vincente, che però non è per niente facile adottare, a dispetto della sua apparente ovvietà. Dicono che serva innanzitutto per preservare la salute, e poi per disporre di maggiori energie per raggiungere i nostri obiettivi. Di certo accade che, davanti al medesimo problema, ci sono persone che falliscono e altre che invece riescono: questo porta a pensare che il mondo e la vita siano in buona parte il prodotto della rappresentazione che ce ne siamo costruiti e che infine abbiamo fatto nostra. Ovvio, allora, pensare che la vita che ci siamo rappresentati ci influenza e continuerà a influenzarci; così, resta a noi stabilire se quanto ci rappresentiamo è in linea con ciò che vogliamo, oppure gli va contro. In quest’ultimo caso, bisognerebbe quanto meno cercare una convergenza.

Stressansia


So che l’ansia e lo stress sono sempre in agguato. L’ansia viene dall’incertezza verso il futuro, lo stress è l’allarme interno che scatta quando le richieste dell’ambiente sono percepite come superiori alle proprie forze. Meglio privilegiare il breve periodo, allora: concentrarsi sull’obiettivo più vicino da raggiungere, cercare creativamente delle alternative, darsi spiegazioni razionali. Ma anche privilegiare gli obiettivi più importanti, e considerare gli ostacoli come normali prove da superare. Senza mai perdere il senso dell’umorismo, se lo si possiede. Per carattere, tendo a diffidare di chi è privo di senso dell’umorismo. L’umorismo non è la battuta sciocca o meccanica, non è il tormentone evocativo di comicità: è uno degli strumenti — e non il meno importante — per affrontare la vita.

Ladri del tempo

I ladri del tempo sono quei fattori che mangiano buona parte delle nostre giornate, a volte senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Ed è difficile debellarli, talvolta difficilissimo, al punto che il problema viene affrontato anche nei corsi di training. Le telefonate impreviste e troppo lunghe, ad esempio: oggi, coi telefonini, si può rimediare non rispondendo (anche silenziando la suoneria), per poi occuparsene al momento opportuno. Poi, l’arrivo improvviso di persone inattese che chiedono attenzione, oppure i collaboratori che si rivelano incompetenti e inceppano il corso delle cose, oppure altri indesiderata.
Questi sono i fattori esterni, contro i quali si può porre un argine; molto più difficile, invece, è affrontare i fattori interni: quelli che fanno parte del nostro carattere, della nostra indole, del nostro modo di operare, delle nostre abitudini. La tendenza al perfezionismo, ad esempio, oppure al disordine (per citare i più banali); poi la mancanza di un programma giornaliero, o la scarsa chiarezza sugli obiettivi che abbiamo di fronte: quella specie di foschia che senza una ragione apparente ci appanna l’orizzonte. Per non parlare della sciagurata incapacità di dire di no a quelli che ci sollecitano da più parti, quelli — sempre troppi — che vogliono salvaguardare il proprio tempo e i propri interessi tentando di addebitare il tutto a noi. Guardarsi da quelli lì, per carità: sono pericolosissimi.