Efficienza etica

operai_manifatturieri


L’accumulazione del capitale continua ad avere un valore primario. E non potrebbe essere altrimenti, visti l’epoca e il mondo in cui viviamo. Mondo economico in cui – scriveva Keynes – non sono assicurate né la piena occupazione, né l’equa ripartizione della ricchezza e del reddito, che è arbitraria. Da qui la grande distanza che si è creata fra etica e capitalismo. Finché l’economia sarà una scienza di stampo matematico, in cui si applicano modelli in un contesto sperimentale asettico, riferiti a un puro concetto di economia di mercato, qualsiasi considerazione di tipo storico-istituzionale o etico sarà poco influente. A dispetto del fatto che il capitalismo è comunque una forma di organizzazione storica, quindi ben suscettibile dei cambiamenti che l’evoluzione storica imprime al mondo. E poi, l’economia non è autonoma come scienza in sé, ma è interdipendente con lo Stato di diritto, col quale forma una specie di corpo unico. Quindi, se lo Stato non può dissociarsi dall’etica, non può farlo neanche l’economia. E l’idea che l’economia sia capace di auto-regolarsi, al di là dei fattori politico-sociali, è un’illusione. Imporre l’etica ai mercati attraverso le istituzioni finanziarie è un’altra illusione: l’attività finanziaria lecita non si è poi rivelata moralmente superiore ad altre sue forme illecite, penalmente sanzionate. Insomma, l’assunzione delle regole di mercato come precedenti a tutto, anche alla politica (che vi si deve conformare), non funziona. Almeno, non funziona per creare un mondo in cui si possa combattere la povertà. Forse la povertà non la si vuol combattere perché, se non esistesse povertà, allora non esisterebbe nemmeno la qualifica di “benestante”, e lo status di “ricco” sminuirebbe la potenza del suo significato. Resta il fatto che, stando al buon senso, sarebbe il principio economico a doversi assoggettare alla politica, e non viceversa. Le riforme che vengono proposte dovrebbero rafforzare la partecipazione dei cittadini alla gestione politica del bene comune, e non perseguire solo criteri di efficienza economica, anche a danno dell’interesse dei cittadini.

 

Attività produttive 2

Riprendendo quanto avevo scritto il 1° giugno (quasi due mesi fa), ribadisco: con tutti i guai che si sono scatenati ultimamente — i più recenti sono l’avventura dell’ex-ministro Aldo Brancher e la sua condanna in primo grado a due anni di reclusione, nonché le ipotesi di reato a carico dei coordinatori del Pdl Nicola Cosentino (dimessosi da sottosegretario) e Denis Verdini (dimessosi dalla presidenza della sua banca, immediatamente commissariata dal ministro dell’Economia per gravi irregolarità) — continua a passare in secondo piano il fatto che non abbiamo ancora un ministro delle Attività produttive, ovvero dell’Industria, e che non si sa a chi si avrà il coraggio di assegnarlo, vista la questione — quantomeno epocale — che sta ponendo la nuova politica industriale della Fiat.

TIPI D’ACCUSO

Dunque, i disoccupati. A novembre la disoccupazione in Italia ha raggiunto l’8,3%, quindi è cresciuta del 1,3% rispetto a novembre 2008. Pare che sia il livello più alto dall’aprile del 2004: significa che prima  di quella data il tasso di disoccupazione è stato anche superiore. Ma questo è il dato generale: vediamo quello riferito ai giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 26,5%, cresciuto del 2,9% rispetto a un anno fa. Dunque, a patire gli effetti della crisi sono soprattutto loro, visto che il valore è triplo rispetto a quello generale. Che vogliamo fare? Vogliamo aiutarli, ‘sti giovani? E allora comincino a mollare la presa quei vecchi che, dopo aver avuto tanto, restano artigliati al loro posto: potrebbe comunque essere un inizio, mi sembra. Continua a leggere “TIPI D’ACCUSO”