Proscrizione

Questo tipo di narrativa era proscritto duramente dall’ufficialità letteraria. I lettori dei quotidiani ne andavano pazzi, ma i feuilleton bisognava importarli dall’estero, traducendoli. Pochi, pochissimi autori nostrani ne scrivevano, disonorandosi. Il coraggioso De Marchi ci si provò, col proposito di dimostrare che si poteva fare un buon libro anche tenendo in considerazione le esigenze e le attese di un pubblico più numeroso e meno acculturato. Non solo: pensò di adottare la struttura di un genere romanzesco ancora agli albori ma già di successo: il poliziesco o, come allora si diceva, il giudiziario. A caratterizzarlo era la narrazione delle procedure d’indagine relative a un caso delittuoso: donde l’appello alle emozioni truci, procedendo per colpi di scena sensazionali, salvo ristabilire l’ordine della giustizia in sede conclusiva.

Vittorio Spinazzola, dalla Introduzione, 2006.

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Oblomoviana VIII

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«Adesso o mai più!» Ecco le minacciose parole che si affacciarono alla mente di Oblomov non appena si svegliò la mattina dopo. Si alzò, andò due o tre volte su e giù per la stanza, diede un’occhiata in salotto: Stolz stava scrivendo. «Zachàr!», chiamò. Non sentì il balzo giù dalla stufa: Zachàr non arrivò. Stolz lo aveva mandato alla posta. Oblomov andò alla tavola coperta di polvere, sedette, prese una penna e la intinse nel calamaio, ma non c’era inchiostro; cercò la carta, ma non c’era neanche quella. Immerso nei suoi pensieri, tracciò macchinalmente una parola col dito sulla polvere, poi lesse ciò che aveva scritto: “oblomovismo”. Si affrettò a cancellare con la manica quella parola che gli era apparsa in sogno la notte, scritta sui muri a lettere di fuoco, come a Baldassarre durante il banchetto.
Zachàr arrivò e, trovando Oblomov in piedi, lo guardò con aria ottusa. In quello sguardo ebete di meraviglia si leggeva: «oblomovismo!». «Una sola parola», pensava Il’ja Il’ič, «ma quanto è… velenosa!…». Continua a leggere “Oblomoviana VIII”

Oblomoviana VII

 

A still from the mosfilm studios production of 2 part film, 'a few days in the life of i, i, oblomov' directed by nikita mikhailov and based on the novel oblomov by ivan a, goncharov, zakhar (left) played by people's artist of the ussr, andrei popov and oblomov (center) played by people's artist oleg tabakov, 1980. (Photo by: Sovfoto/UIG via Getty Images)

«Smetterai una buona volta di lavorare», osservò Oblomov.
«Non smetterò mai. Perché dovrei?»
«Quando avrai raddoppiato il tuo capitale», disse Oblomov.
«Quand’anche lo quadruplicassi, non smetterei neanche allora.»
«Ma perché ti arrabatti tanto», riprese Oblomov dopo una pausa, «se il tuo scopo non è quello di assicurarti l’avvenire per poi ritirarti in un posto tranquillo a riposare?»
«Oblomovismo campagnolo!» disse Stolz.
«O se il tuo scopo non è quello di raggiungere in società un nome e una posizione come servitore dello Stato e poi godere in un ozio onorato la meritata pace?»
«Oblomovismo pietroburghese!», obiettò Stolz.
«Ma allora quando si vive?», ribatté Oblomov indispettito dalle osservazioni di Stolz. «Perché mai affannarsi per tutta l’esistenza?»
«Per il lavoro in se stesso, e per null’altro. Il lavoro è l’immagine, il contenuto, l’elemento e lo scopo della vita, per lo meno della mia vita. Dalla tua, invece, tu hai bandito il lavoro, e che cosa è diventata ormai la tua vita! Io tenterò di scuoterti, forse per l’ultima volta. Se poi continuerai ancora a startene lì seduto, con i vari Tarant’ev e Alekseev, sarai completamente perduto, diventerai di peso anche a te stesso. Adesso o mai più!», concluse. Continua a leggere “Oblomoviana VII”

Oblomoviana VI

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Una volta che rincasarono molto tardi, Oblomov protestò con maggior forza contro quel modo esagitato di vivere.
«Giornate intere senza togliermi gli stivali», brontolò infilandosi la veste da camera. «Bruciano i piedi addirittura! Non mi piace questa vostra vita pietroburghese!», proseguì, sdraiandosi sul divano.
«Allora, che vita ti piace?», domandò Stolz.
«Non quella che faccio adesso».
«Che cosa, precisamente, non ti piace di questa vita?»
«Tutto: le continue corse come a gara, l’eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l’avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l’un l’altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: “A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l’appalto.” “Scusate, per quale ragione?”, grida qualcuno. “Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell’altro ha guadagnato trecentomila rubli!”. Che noia, che noia, che noia!… Ma dov’è l’uomo? Dov’è la sua interezza? Dove si è nascosto? In quali sciocchezze si è sminuzzato?» Continua a leggere “Oblomoviana VI”

Oblomoviana V

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Stolz era coetaneo di Oblomov: aveva anch’egli passati i trent’anni. Era stato pubblico funzionario, poi aveva dato le dimissioni, s’era occupato dei propri affari ed era riuscito ad avere casa e denaro. Ora faceva parte di una compagnia di esportazioni. Era in continuo movimento: se la compagnia doveva mandare un agente in Belgio o Inghilterra, mandava lui; se c’era da buttar giù un progetto o una nuova idea da mettere in atto, sceglievano lui. Oltre a questo, faceva vita di società e leggeva: come trovasse il tempo, Dio lo sa.
È tutto ossa, muscoli e nervi come un purosangue inglese. Il viso è scarno, si può dire che non abbia guance ma solo ossa e muscoli, senza traccia di rotondità adipose: il viso ha un colorito uniforme, un po’ abbronzato, senza la minima traccia di rosso; gli occhi sono un po’ verdastri ma espressivi.
Non fa mai un movimento di troppo. Se si mette seduto, siede tranquillo; se fa qualcosa, i suoi gesti si limitano al minimo indispensabile. Come nel suo organismo non c’è niente di superfluo, così nell’esercizio delle sue facoltà morali egli cerca un equilibrio fra il lato pratico e le sottili esigenze dello spirito. L’uno e le altre camminano paralleli, talvolta s’incrociano e s’intrecciano lungo il cammino, ma non formano mai nodi ingarbugliati e inestricabili. Continua a leggere “Oblomoviana V”

Oblomoviana IV

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Ogni tanto Il’jà Ivànovič prendeva anche in mano un libro, non importava quale. Egli non vedeva certo nella lettura un bisogno essenziale, ma la considerava come un lusso, come una di quelle cose di cui si può benissimo fare a meno; proprio come si può avere un quadro appeso a un muro ma si può anche non averlo, come si può andare a passeggio, ma si può anche non andare; per questo gli era del tutto indifferente quale fosse il libro, lo guardava come una cosa destinata a distrarre dalla noia e dall’ozio.
«È un pezzo che non leggo un libro», dice, oppure, cambiando la frase: «Be’, leggerò un libro», dice, o semplicemente gli cadono gli occhi sui pochi libri lasciatigli dal fratello e ne prende uno a caso, senza scegliere. Sia esso Golikov, il Nuovissimo libro dei sogni, la Rossjada di Cheraskov o le tragedie di Sumarokov o, infine, un giornale di tre anni prima, egli legge tutto con uguale piacere commentando di quando in quando:
Continua a leggere “Oblomoviana IV”

Oblomoviana III

Zachàr, il servitore di Oblomov, credo abbia i requisiti per essere un’icona. Granitico nella sua infingardaggine, col culo incollato alla stufa per tutto il tempo che può – considerato il clima della grande Russia – non può non ricordarci qualche persona conosciuta, o di cui si è sentito parlare.
Secondo quanto scrisse l’autore a un Tolstoj più giovane di lui di sedici anni, la prima parte dell’Oblomov era «scadente». Ma il romanzo, uscito in quattro fascicoli fra gennaio e aprile 1859, ebbe un bel successo. Lo stesso Tolstoj scrisse al critico Aleksandr Družinin: «un successo non fortuito, chiassoso, ma sano», destinato a durare ben oltre «il pubblico dei nostri giorni»; Tolstoj lo considerava un’opera «come non se n’erano viste da molto, molto tempo».

Zachàr aveva passato i cinquant’anni. Non era più il diretto discendente di quei Caleb* russi, servi, cavalieri senza macchia e senza paura, che spingevano la loro devozione ai signori fino al sacrificio di se stessi, che si distinguevano per avere tutte le virtù e nessun vizio. Egli era un cavaliere con macchia e con paura. Apparteneva a due epoche, e tutte e due avevano impresso il loro marchio su di lui. Dall’una era passata a lui, in eredità, la sconfinata devozione alla casa Oblomov, e dall’altra, la più tarda, la raffinatezza e la corruzione dei costumi. Continua a leggere “Oblomoviana III”

Oblomoviana II

Anche Gončarov, nel 1858, col libro ancora in bozze, metteva le mani avanti. Come scrisse al fratello: «Se qualcuno s’interessasse alla mia nuova opera, consiglialo di non leggere la prima parte: è stata scritta nel 1849 ed è fiacca, smorta: non è all’altezza delle altre due, scritte nel 1857 e nel ’58, ossia quest’anno. Nel 1849 non avevo chiaro in mente l’intero progetto del romanzo, e per giunta  non possedevo la maturità di oggi».

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Entrò un uomo sui quarant’anni, che apparteneva di certo a una razza solida: alto, largo di spalle e grosso in tutto il corpo, coi tratti del volto spiccati, una grossa testa, un collo forte e corto, occhi grandi e sporgenti e labbra turgide. Un rapido sguardo gettato su di lui suscitava subito l’idea di qualcosa di grossolano e di sciatto. Si vedeva che non andava a caccia di abiti eleganti. E non sempre lo si vedeva rasato. Ma di ciò evidentemente non gl’importava: il vestito non lo metteva in imbarazzo, egli lo portava anzi con una certa cinica dignità.
Era questi Michéj Andréevič Tarant’ev, compaesano di Oblomov.
Tarant’ev guardava tutto con occhio cupo, con un mezzo disprezzo, con una chiara avversione per ciò che lo circondava, pronto a prendersela con tutto e tutti sulla faccia della terra, come fosse offeso da chissà quale ingiustizia o non apprezzato per chissà quale suo merito; insomma, si comportava come un uomo forte perseguitato dal destino, che vi si sottometta malvolentieri ma con fierezza.
Aveva gesti ampi e decisi; parlava forte, animatamente e quasi sempre irritato; a sentirlo da una certa distanza, sembrava che tre carri vuoti passassero su un ponte. Non si lasciava intimidire da nessuno, aveva sempre la risposta pronta e in generale usava modi rozzi con tutti, non esclusi gli amici, come volesse far intendere che, se parlava con qualcuno, perfino se pranzava o cenava a casa sua, gli faceva un grande onore.
Tarant’ev era un tipo sveglio e furbo; nessuno meglio di lui sapeva valutare un qualsiasi problema della vita quotidiana o una intricata vicenda giuridica: egli costruiva subito una teoria sul come agire in questo o quel caso e con molta perspicacia ne dava la dimostrazione, ma quasi sempre concludeva insolentendo la persona che si era rivolta a lui per consiglio.
Intanto però era sempre scrivano di cancelleria, un’attività che svolgeva da venticinque anni e nella quale aveva fatto i capelli bianchi. Né a lui né a nessun altro era mai venuto in mente che potesse far carriera.
Il fatto è che Tarant’ev era maestro solo nel parlare; a parole, risolveva tutto in maniera semplice e chiara, soprattutto per quanto riguardava gli altri; ma non appena bisognava alzare un dito, muoversi dal proprio posto, insomma, mettere in atto la teoria enunciata e darle pratica attuazione, dimostrare abilità, rapidità… egli diventava tutt’altro uomo: allora non ce la faceva, d’improvviso tutto gli appariva troppo pesante, lo faceva star male; quando poi c’era un caso imbarazzante di cui non voleva occuparsi, se invece se ne occupava, apriti cielo. Un vero bambino: qui non bada a una cosa, là ignora qualche inezia, là ancora arriva in ritardo e finisce che pianta tutto a metà, o comincia dalla fine e guasta tutto in modo irreparabile, e per di più si mette a inveire.

Ivan Gončarov, Oblomov, I – 3

Oblomoviana I

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Anni fa, su invito di alcuni amici, cominciai a leggere Oblomov di Ivan Gončarov. Trovai subito questo capolavoro ottocentesco così bello, così completo, così attuale che non riuscii a concluderne la lettura. Perché l’effetto che mi fanno certi libri è questo: danno e promettono un tale piacere che è peccato consumarlo subito, così finisco per tenermeli accanto molto a lungo e gustarli pezzo per pezzo, lentamente, anche per anni.

Entrò un uomo di età indeterminata, dalla fisionomia indeterminata, in quel periodo in cui appunto è difficile indovinare gli anni; né bello né brutto, né alto né basso, né biondo né bruno. La natura non gli aveva dato nessun tratto deciso, rilevante, né in bene né in male. Molti lo chiamavano Ivàn Ivànovic, altri Ivàn Vasílevic, altri ancora Ivàn Michajlyc.
Anche il suo cognome veniva indicato in modo diverso: alcuni dicevano che era Ivanov, altri lo chiamavano Vasil’ev o Andreev, altri ancora credevano si chiamasse Alekseev. Un estraneo che lo avesse veduto per la prima volta e ne avesse sentito il cognome, avrebbe subito dimenticato il cognome e il viso, e anche quel ch’egli avesse detto. La sua presenza non dava nulla alla società, a quel modo che la sua assenza non le toglieva nulla. Il suo spirito non aveva né acutezza né originalità né altre particolarità, così come non aveva particolarità il suo corpo. Continua a leggere “Oblomoviana I”

Descrizioni 3

 

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Il primo capolavoro di Honoré de Balzac, Gli Chouans (1829), è segnato dai canoni e dai luoghi comuni tipici della produzione popolare di feuilletons. Il libro, ambientato nel 1799, si apre sulla marcia da Fougéres a Mayenne compiuta da una colonna di soldati repubblicani. Quando si sta per varcare i confini della Bretagna, il comportamento recalcitrante delle reclute fa sospettare al capitano Hulot che stia per scatenarsi un attacco degli Chouans, i ribelli controrivoluzionari.

A questo punto, la suspense viene alimentata dal moltiplicarsi degli indizi inquietanti. E quando la tensione è al colmo, sulla scena compare un sinistro personaggio, sicuramente legato ai ribelli, che per qualche oscuro motivo si presenta al capitano Hulot. Con quale intento? Per tendere un tranello? Per scendere a patti?

Proprio quando la curiosità del lettore è massima, Balzac piazza una descrizione dettagliatissima dello sconosciuto, che si scoprirà essere il sanguinario Marche-à-Terre. A quel punto, com’è intuibile, il lettore vuole vederci chiaro sulle intenzioni dello sconosciuto: tutto quell’interesse per descrivere l’abbigliamento esotico e l’aspetto feroce dello Chouan non può certo competere con l’inquietudine per le sorti della colonna di Hulot. Così, tende a scorrere velocemente il brano descrittivo, o addirittura a saltarlo.

Qui, l’inserimento dell’ostacolo descrittivo acuisce l’impazienza del lettore, ottenendo per contrasto un forte effetto di suspense. La noia causata da quell’interruzione accresce le aspettative dell’azione: superfluo aggiungere che, puntualmente, l’imboscata avrà luogo.

Balzac, dunque, sfrutta l’espediente narrativo del ritardare il compimento dell’azione principale con l’inserimento di zeppe digressive, soprattutto descrizioni. La si definisce tecnica del ritardo, che individua le sue prime espressioni addirittura nell’epica antica, visto che la struttura dei poemi omerici non prevede una scansione serrata delle azioni, ma tende invece a disperdersi in molte direzioni.