Guernica

René Burri, Guernica di Picasso esposto a Palazzo Reale, Milano, 1953

Nel settembre 1936, nei Paesi Baschi i rivoltosi nazionalisti conquistano Irún e San Sebastián. Ma l’obiettivo prioritario è Madrid. La capitale, attaccata tra novembre e dicembre 1936, non cade nemmeno con le successive sanguinose battaglie del Jarama e di Guadalajara. Allora i nazionalisti attaccano la Biscaglia, ricca di industrie e risorse minerarie: pur essendo cattolica e conservatrice, si è schierata con la Repubblica. Il 31 marzo 1937 comincia l’offensiva del generale Emilio Mola, uno dei capi della rivolta, che annuncia: «Se la resa non sarà immediata raderò al suolo tutta la Biscaglia». E il 26 aprile tocca a Guernica.
Fin da gennaio la Repubblica spagnola aveva deciso di partecipare all’Exposition Internationale di Parigi: un gruppo di intellettuali spagnoli incontra Pablo Picasso a Parigi e lo convince a realizzare una grande opera di propaganda per il padiglione progettato da Sert e Lacasa, decorato con interventi di Sánchez, Renau, Miró e Calder. Alla fine di aprile Guernica diverrà il tema del quadro.
Siamo all’inizio di quella stagione tragica dell’arte del XX secolo che culminerà il 18 e il 19 luglio 1937 con la doppia inaugurazione, a Monaco, della Groβe Deutsche Kunstausstellung — la mostra dell’arte ufficiale nazista — e dell’esposizione dell’Entartete Kunst, la cosiddetta arte degenerata, che raggruppa senza distinzioni, in una sorta di abiura o di rogo simbolico, tutte le produzioni dell’avanguardia nei primi decenni del secolo. Dal 25 maggio al 25 novembre, all’Exposition Internationale des Arts et Techniques di Parigi si affronteranno, lungo i due lati del Champ de Mars, il padiglione tedesco di Albert Speer e il padiglione sovietico di Boris Iofan con le figure ciclopiche in acciaio de L’operaio e la kolchoziana modellate da Vera Mukhina.
Sconvolto dai reportage da Guernica e dalle prime immagini delle sue rovine sul quotidiano comunista «Ce Soir», Picasso sviluppa in forma completamente nuova alcuni spunti delle incisioni satiriche Sogno e menzogna di Franco, che assumono ora un valore di ben più stringente attualità. Da questi primi disegni — rinunciando simbolicamente al colore — nasce la grande composizione di Guernica, appuntata su una tela di 349 × 777 centimetri e poi sviluppata in un crescendo di brutale sintesi delle forme e di distillazione del suo contenuto drammatico tra l’11 maggio e il 4 giugno.

Pablo Rossi e Giorgio Zanchetti, in la Lettura #277, pag. 34

#52

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Leggendo un manualetto sulla migliore gestione del proprio tempo, m’imbatto in concetti che mi son ritrovato nella vita quotidiana per molti anni. Ad esempio, la poca disponibilità ai cambiamenti: un atteggiamento umano fra i più comuni, che ho riscontrato quasi in ogni persona o collettività che m’è capitato di vedere. Dev’essere la caratteristica comportamentale più diffusa, forse: difendere le proprie acquisizioni contro l’ignoto rappresentato dal cambiamento. Resistere e resistere, come punto di partenza generalizzato, salvo ovviamente le eccezioni — quegli esseri umani che invece sono attratti irresistibilmente dall’ignoto. Mi chiedo come sarebbe l’umanità se l’atteggiamento dominante fosse appunto quello opposto: lanciarsi in ogni novità senza temere ciò che viene dopo.
Ieri ho pensato che certi comportamenti sono espressione degli autoinganni che c’infliggiamo tanto spesso, e che ci fanno cadere nelle cosiddette “trappole cognitive”. Nelle trappole si rimane imprigionati, finché qualcuno viene a liberarci o ci si libera da sé: al punto che certi psicologi arrivano a teorizzare e praticare l’autoinganno terapeutico, espediente che deve produrre un effetto contrario e riuscire a schiantare la catena che c’intrappola. Perché la libertà è sacra.

# 28

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Per zittirmi mi chiedono quando mai sono stato felice, e non so che ribattere: la felicità è fatta di sprazzi improvvisi e imprevisti, e quando evapora non riesci a conservarne l’impronta. Dunque, solo a me va addebitato il me stesso. Ma devo essere onesto, il Paradiso esiste. Due cose me l’hanno fatto provare: quando mi facevo di eroina e quando ho fatto l’amore con te. Tutte le volte. Esperienze inarrivabili, finora, e lì il ricordo resta.

# 6

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L’abitudine e l’esercizio riguardano anche il leggere. Esistono diversi tipi di attitudine o abilità di lettura, quando ad esempio si è abituati a concentrarsi sull’analisi di dati e problemi, in cui si decodificano le indicazioni fornite da un testo con poche occhiate, per lo più mirate e ficcanti su punti precisi, quello è un caso di deformazione professionale che tende a infiltrarsi anche nell’azione pura che è l’immersione in un testo. Che sia narrativo o saggistico, è il suo dipanarsi concettuale che si stende sulla pagina per righe e paragrafi, senza un vincolo tecnico di lunghezza o di espansione, a chiedere un minimo d’esercizio e di disposizione positiva. Dunque, esercitandosi si può imparare a concentrarsi anche sui libri, però bisogna esserne attratti, almeno un po’. Che poi non è fondamentale leggere tanto e tutto quello che si dice in giro: basta leggere abbastanza, quel che serve per goderne e per arricchirsi, per formarsi e completarsi, per forgiare un piacere selettivo e identificante, che ci faccia riconoscere innanzitutto a noi stessi, che dia una forma e una morfologia al percorso fisiologico del vivere, almeno dando l’illusione che ci possa condurre a una meta.

# 5

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C’è un’idea del passato che cresce come una pianta, alimentandosi con nuovi spunti e ramificazioni, su cui s’appendono nuovi bagagli acquisiti, masserizie mentali che occupano lo spazio cerebrale e i moti cognitivi. Così, l’insieme va via via modificandosi e ingrandendosi, dando forma a un’idea del passato che spesso non combacia con quello che è stato, con la storia che ci ha formati: un’aberrazione ottica che va a interferire in modo importante con l’idea del futuro che, volenti o nolenti, dobbiamo maneggiare.

# 4

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Questa intossicazione interiore va ad aggiungersi a quella fisica. Perché, violando la propria naturale inclinazione al bene, cioè alla trasparente solidarietà col prossimo, ci si è trovati a praticare una specie di deviazione esistenziale indotta dalle circostanze, dalle convenienze, da una connaturata tendenza all’ignavia. Dunque, una lunga parentesi di pratica amorale e immorale, senza farsi domande e senza provare attenzione per l’altro. Questo poi ha indotto gli incubi, che ancora durano. Da qui la Colpa che pesa, col ricordo ricorrente degli atti nefandi che tormenta e impedisce l’attaccamento alla vita, al concetto stesso di vita, alla sua legittimità. Ogni cosa, ora, sembra usurpata, niente appare legittimo, nessun godimento plausibile e sensato: gioire è quella stranezza che si ravvisa negli altri e di cui si cerca un’interpretazione. E tutto per quella dannata infrastruttura esperienziale che ha contraddistinto la parte più determinante della vita. Ma la purezza resta la cifra, la predisposizione naturale, l’ineliminabile destino. Questo ormai è acquisito, e ha bisogno di trovare affinità che lo confortino.

Trentesimo

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Oggi cade il trentesimo anniversario della morte di un mio amico – amico intimo per molto tempo, prima che il suo esaurimento ci separasse — che quel giorno, in cui compiva ventitré anni, si stese sui binari del treno e la fece finita. Quella tragedia mi sconvolse e mi lasciò a vagare disorientato per mesi, senza scopo né idee sul futuro. Ripensandoci oggi, mi accorgo che nessuno di quelli che gli stavano attorno, a cominciare dalla famiglia e a finire da noi amici che piano piano ci allontanammo, riuscì a capire la portata del suo male, nessuno sembrava in grado di mettersi in sintonia con lui, e nemmeno di provarci. Lo sforzo sembrava troppo grande per volercisi dedicare. Alcuni, me compreso, agirono anche male, cioè ebbero comportamenti impulsivi e sbagliati, non rendendosi conto di quanto questi potessero aggravare la sua situazione e spingerlo ancor più lungo la discesa. Questa tragedia fu per me la “prova generale di senso di colpa” che preluse all’affondo esistenziale, definitivo e irreversibile, che sarebbe avvenuto in seguito.