Franz Kafka, Lettera al padre (11)

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Di Ottla quasi non oso scrivere: so che così metto in gioco l’effetto che spero di ottenere con questa lettera. In circostanze normali, a meno che quindi non si presenti in una situazione di bisogno o di pericolo, tu provi per lei soltanto odio; tu stesso mi hai confessato che secondo te essa continua a suscitare intenzionalmente il tuo dolore e la tua collera, e mentre tu soffri a causa tua lei ne è soddisfatta e compiaciuta. Una specie di demonio. Che enorme straniamento, ancora più grande di quello fra te e me, deve essere sopraggiunto fra voi perché potesse nascere una simile incomprensione. E così lontana da te, che non la vedi più, ma collochi un fantasma al posto dove supponi che sia. Ammetto che con lei hai avuto una vita particolarmente dura. Non voglio ripercorrere tutto questo caso complicato, ma qui c’era una sorta di Lowy con le migliori armi kafkiane. Tra me e te non c’è mai stata vera battaglia; di me ti sbarazzasti alla svelta e quel che rimase era fuga, amarezza, lutto, lotta interiore. Voi due invece eravate sempre pronti a battervi, sempre freschi, sempre in forze. Una vista grandiosa quanto sconfortante. In un primissimo momento eravate certamente molto vicini, perché ancor oggi, di noi quattro, Ottla è forse la più pura rappresentazione del matrimonio fra te e la mamma e delle forze che vi si sono legate. Io non so che cosa vi abbia privato della felicità della concordia tra padre e figlio, mi viene naturale pensare che l’evoluzione sia stata simile a quella del tuo rapporto con me. Da parte tua la tirannia del tuo essere, da parte sua la caparbietà, la sensibilità, il senso della giustizia, l’inquietudine tipica dei Lowy, rafforzati dalla coscienza dell’energìa kafkiana. Certamente l’ho influenzata anch’io, ma non perché volessi farlo, semplicemente per il solo fatto di esistere. Inoltre si è ritrovata per ultima in rapporti di forza già definiti e ha potuto formarsi da sola il suo giudizio, dal molto materiale a sua disposizione. Posso persino immaginare che dentro di sé abbia dubitato a lungo se dovesse gettarsi al tuo petto o a quello dei tuoi avversari, evidentemente allora ti sei fatto sfuggire l’occasione, e l’hai respinta, ma sareste divenuti, se solo fosse stato possibile, un magnifico esempio di armonia. Certo, io avrei perduto un alleato, ma la vista di voi due mi avrebbe largamente indennizzato e tu stesso saresti stato molto trasformato a mio favore dall’immensa felicità di trovare soddisfazione almeno in uno dei tuoi figli. Tutto questo oggi, tuttavia, è soltanto un sogno. Ottla non ha legami col padre, deve cercare da sola la sua strada, come me, e quel plus di sicurezza, fiducia, salute e spensieratezza che ha rispetto a me la rende ai tuoi occhi ancora più malvagia e traditrice di me. Lo capisco: dal tuo punto di vista non può essere altrimenti.
Sì, lei stessa è in grado di guardarsi con i tuoi occhi, di sentire il tuo dolore ed esserne — se non disperata, la disperazione è una cosa mia — comunque molto triste. E vero che tu ci vedi, in apparente contraddizione con quanto detto, spesso insieme: bisbigliamo, ridiamo, ogni tanto senti che ti rammentiamo. Ti facciamo l’impressione di malvagi cospiratori. Tu sei certamente uno degli argomenti principali della nostra conversazione, da sempre, ma non è perché vogliamo escogitare qualcosa contro di te che stiamo assieme, bensì per analizzare assieme con ogni sforzo, con divertimento, con serietà, con amore, ostinazione, rabbia, contrarietà, dedizione, senso di colpa, con tutte le energie della testa e del cuore questo terribile processo che aleggia tra noi e te, in tutti i suoi particolari, da tutti i lati, con ogni motivazione, da lontano e da vicino; questo processo in cui tu hai sempre affermato di essere giudice mentre, almeno in massima parte (qui lascio la porta aperta a ogni errore in cui naturalmente posso incorrere), sei solo una delle parti, debole e abbagliato come noi.

(11 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (10)

2012_04_09_010_rszSe volevo fuggire da te, dovevo fuggire anche dalla famiglia, persino dalla mamma. E vero che presso di lei si poteva sempre trovare protezione, ma solo in riferimento a te. Ti amava troppo e ti era dedita con troppa fedeltà perché alla lunga potesse costituire una forza spirituale autonoma nella battaglia di suo figlio. E l’istinto infantile vedeva giusto, perché con gli anni la mamma divenne sempre più intimamente legata a te; mentre infatti, per quel che riguardava se stessa, conservò sempre la sua autonomia, entro strettissimi limiti, in modo bello e tenero, senza mai offenderti sostanzialmente, con gli anni accettò sempre più ciecamente e completamente, più col sentimento che con la ragione, i tuoi giudizi e le tue condanne nei confronti dei figli, in particolare nel caso comunque grave di Ottla. Occorre però tenere sempre in mente come la posizione della mamma nella famiglia sia sempre stata straziante e, fino all’ultimo, snervante. Si strapazzava in negozio e a casa, soffriva doppiamente per tutte le malattie della famiglia, ma a coronamento di tutto ciò c’era quello che ha dovuto patire nella sua posizione di intermediaria tra noi e te.
Tu sei sempre stato amorevole e pieno di riguardi nei suoi confronti, ma da questo punto di vista l’hai risparmiata tanto poco quanto noi. L’abbiamo martellata senza pietà, tu dalla tua parte e noi dalla nostra.
Era una distrazione, non avevamo intenzioni cattive, si pensava solo alla lotta che conducevamo tu contro di noi e noi contro di te, e ci sfogavamo con la mamma. Non contribuiva certo positivamente all’educazione dei figli il modo in cui tu–senza colpa da parte tua, naturalmente–la tormentavi a causa nostra.
Quel che ha sofferto da noi a causa tua e da te a causa nostra, senza contare quei casi in cui avevi ragione, perché ci viziava, anche se perfino questo “viziare” talvolta poteva essere solo una tacita e inconscia affermazione di contrarietà al tuo sistema. Naturalmente la mamma non avrebbe potuto sopportare tutto questo se non avesse tratto la forza per farlo dall’amore per noi tutti e dalla felicità che qùesto amore le dava.
Le mie sorelle erano solo in parte con me. La più fortunata, nel suo rapporto con te, era Valli. Essendo la più vicina alla mamma, ti si sottometteva in modo analogo, senza troppa fatica o troppi danni. Anche tu però, sempre pensando alla mamma, la trattavi più gentilmente, per quanto in lei ci fosse poco materiale kafkiano. Ma forse proprio questo ti stava bene; dove non c’era niente di kafkiano, persino tu non potevi pretendere niente del genere; non avevi neppure, come con noialtri, la sensazione che andasse perduto qualcosa da salvarsi col ricorso alla violenza. Inoltre può anche darsi che tu non abbia mai amato particolarrnente il materiale kafkiano, quando veniva alla luce nelle donne. Il rapporto fra te e Valli sarebbe magari divenuto anche più amichevole se noialtri non l’avessimo turbato un po’.
Elli costituisce l’unico esempio di una evasione quasi completamente riuscita dalla tua cerchia. Da lei me lo sarei aspettato pochissimo, quand’era piccola.
Certo, era una bimba così maldestra, stanca, paurosa, infastidita, afflitta dai sensi di colpa, esageratamente umile, cattiva, pigra, golosa, avara, che non la potevo vedere, tanto mi ricordava me stesso, tanto era come me soggetta alla costrizione della stessa educazione. Soprattutto la sua avarizia mi faceva ribrezzo, perché la mia era se possibile anche più forte. L’avarizia è sicuramente uno dei sintomi più attendibili di una profonda infelicità; io ero così insicuro di tutto che possedevo davvero soltanto quello che avevo in mano o in bocca o che comunque si trovasse sulla strada per arrivarci; e proprio questo amava sottrarmi, lei che si trovava in una situazione simile. Ma tutto questo cambiò quando in giovane età, è questa la cosa più importante, se ne andò di casa, si sposò, ebbe figli: divenne lieta, spensierata, coraggiosa, generosa, altruista, speranzosa. E quasi incredibile che tu davvero non noti questo cambiamento o che comunque tu non l’abbia apprezzato come merita, tanto sei accecato dal rancore che da sempre porti a Elli e che in fondo è rimasto immutato, solo che questo rancore adesso è divenuto molto meno attuale, perché Elli non vive più con noi e inoltre il tuo amore per Felix e la simpatia per Karl l’hanno reso meno importante.
Solo Gerti talvolta deve scontarlo ancora un po’.

(10 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (9)

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Con riferimento a queste esperienze, amavi dire, scherzando amaramente, che le cose ci andavano troppo bene. Ma non era uno scherzo, in un certo senso. Quello che tu dovesti conquistare lottando, noi l’abbiamo ricevuto dalla tua mano, ma la battaglia per la vita di fuori, che tu potesti affrontare immediatamente e che naturalmente non è stata risparmiata neppure a noi, noi abbiamo dovuto combatterla solo più tardi, con una forza rimasta infantile in età matura. Non dico che la nostra situazione sia stata per questo assolutamente più sfavorevole della tua, semmai le è probabilmente pari (per quanto tuttavia i fondamenti non siano paragonabili), ma noi siamo svantaggiati dal fatto che non possiamo vantarci della nostra miseria e umiliare il prossimo con essa, come tu hai fatto con la tua. Non nego neppure che sarebbe stato possibile da parte mia godere davvero i frutti del tuo lavoro, grande e benedetto dal successo, apprezzarli e moltiplicarli con tua soddisfazione, ma a ciò si contrapponeva la nostra grande distanza. Io potevo usufruire di quanto mi davi, ma solo con un senso di vergogna, stanchezza, debolezza, colpa. Per questo potevo esserti grato, per tutto, solo come un mendicante, e non con l’azione.
Il successivo risultato esteriore di tutta questa educazione è stato il fatto che io fuggivo tutto quello che ti ricordava anche solo lontanamente. In primo luogo il negozio. Di per sé, soprattutto durante la mia infanzia, finché rimase una bottega che dava sulla strada, avrebbe dovuto piacermi molto, era così pieno di vita, illuminato la sera, vi si vedevano e sentivano tante cose, si poteva dare una mano qua e là, farsi notare e soprattutto ammirare te e il tuo grandioso talento commerciale, come vendevi, trattavi la gente, dicevi battute, eri instancabile; nei casi dubbi prendevi subito la decisione giusta, e così via; e anche il modo in cui confezionavi i pacchetti o aprivi una cassa era uno spettacolo degno di essere veduto e il tutto, nel complesso, non era certo la peggiore scuola per l’infanzia. Ma poiché gradualmente prendesti ad atterrirmi in tutti i sensi e, nella mia immaginazione, a coincidere con il negozio, anch’esso mi divenne sgradito. Cose che in un primo momento mi erano sembrate naturali adesso mi tormentavano e mi umiliavano, in particolare il tuo modo di trattare il personale.
Non lo so, forse nella maggior parte dei negozi era così (alle Assicurazioni Generali, ad esempio, le cose ai miei tempi erano davvero simili e io dichiarai al direttore, non del tutto veridicamente, ma neppure mentendo del tutto, che non tolleravo quel continuo imprecare, peraltro mai diretto a me; avevo infatti sviluppato una dolorosa sensibilità in proposito già nell’ambiente familiare), ma degli altri negozi durante l’infanzia non mi occupavo. Sentivo te, però, e ti vedevo urlare, imprecare e imperversare in negozio, come secondo la mia opinione di allora non accadeva in nessuna altra parte del mondo. E non soltanto imprecare, ma esercitare una tirannia gratuita. Ad esempio, con uno spintone scaraventavi giù dallo scrittoio merci che non volevi fossero scambiate con altre– solo la sconsideratezza della tua collera ti scusava un poco–e il commesso doveva raccattarle. O l’espressione che adoperavi costantemente a proposito di un commesso tubercolotico: “Deve crepare, quel cane ammalato”. Chiamavi gli impiegati “nemici prezzolati”, e lo erano anche, ma prima ancora che lo fossero divenuti pareva che tu fossi il loro “nemico pagante”. Là ricevetti il grande insegnamento che tu potevi anche essere ingiusto; su di me non lo avrei notato subito, perché si era accumulato troppo senso di colpa, che ti dava ragione; ma là c’erano persone estranee, secondo la mia opinione di allora, che in seguito naturalmente si modificò un po’, ma non troppo: persone che pure lavoravano per noi e quindi dovevano vivere in una costante paura di te. Naturalmente esageravo, e questo perché supponevo senz’altro che tu esercitassi sugli altri lo stesso terribile effetto che avevi su di me. Se le cose fossero state così, in realtà costoro non avrebbero potuto vivere; ma poiché erano adulti con i nervi perfettamente a posto, si scrollavano di dosso le tue imprecazioni senza sforzo, e forse queste danneggiavano più te che loro. A me però resero il negozio insopportabile, mi ricordavano troppo il mio rapporto con te: a prescindere completamente dall’interesse imprenditoriale e dalla tua brama di imperio già come uomo d’affari, tu eri così superiore a tutti i tuoi apprendisti che nessuna delle loro prestazioni poteva soddisfarti; analogamente, dovevi essere eternamente insoddisfatto anche di me. Perciò io stavo necessariamente dalla parte del personale, tra l’altro anche perché per pavidità non comprendevo come si potesse insultare così un estraneo, e sempre per pavidità volevo riconciliare con la nostra famiglia, in virtù della mia personale sicurezza, quel personale che immaginavo terribilmente irritato. A ciò non bastava più un comportamento normale e decoroso nei loro confronti, e neppure un comportamento modesto; dovevo anzi essere umile, non solo salutare per primo ma anche, se possibile, schermirmi durante la risposta. E se anche io, personaggio insignificante, avessi leccato sotto i loro piedi, ciò non avrebbe mai compensato il modo in cui tu, il padrone, davi loro addosso. Il rapporto che io instaurai qui col mio prossimo andò ben al di là del negozio, influenzando anche il futuro (qualcosa del genere, anche se non così pericoloso e profondo come per me, si può riscontrare ad esempio nel fatto che Ottla predilige avere contatti con i poveri e, cosa che ti fa tanto infuriare, trascorre gran parte del suo tempo con servette e simili). Giunsi infine ad avere quasi paura del negozio, e ad ogni modo nonera già più cosa mia quando arrivai al ginnasio e ne fui quindi ancora più allontanato. Per le mie capacità mi sembrava proibitivo anche il fatto che, come dicevi, tu avessi bisogno dei tuoi familiari. Cercasti poi (per me questo è toccante e umiliante ancor oggi) di trarre qualcosa di gratificante dalla mia avversione, che tanto ti addolorava, per il negozio e per la tua opera, affermando che mi mancava il senso degli affari, che in testa avevo idee più elevate e simili. La mamma naturalmente fu contenta della spiegazione che avevi estorto a te stesso, e anch’io me ne lasciai influenzare, nella mia vanità e nella mia pena. Se però fossero state davvero le “idee più elevate” a distogliermi dal negozio (che adesso, ma soltanto adesso, odio sinceramente ed effettivamente), queste avrebbero dovuto manifestarsi in altro modo, invece che lasciarmi sguazzare tranquillamente e pavidamente al ginnasio e alla facoltà di legge e farmi poi approdare definitivamente al mio tavolo di impiegato.

(9 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (8)

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Hai anche un modo particolarmente bello, e molto raro a vedersi, di sorridere: placido, contento e promettente, che può rendere felice colui al quale è diretto. Non ricordo che nella mia infanzia mi sia stato espressamente rivolto, ma potrebbe benissimo essere accaduto, infatti perché mai avresti dovuto negarmelo allora, quando ti sembravo ancora innocente ed ero la tua grande speranza? Inoltre anche queste impressioni gradevoli alla lunga non hanno avuto nessun altro effetto se non quello di accrescere il mio senso di colpa e rendermi il mondo ancora più incomprensibile.
Preferisco attenermi ai dati di fatto, quelli che sono rimasti. Per affermarmi soltanto un pochettino nei tuoi confronti, in parte anche per una specie di vendetta, cominciai presto a osservare e assommare, esagerandole, le inezie che notavo in te. Come ad esempio ti lasciavi facilmente abbagliare da persone solo apparentemente più elevate di te, come un certo consigliere imperiale o simili (d’altra parte mi feriva anche il fatto che tu, mio padre, avessi bisogno di queste insignificanti conferme del tuo valore e te ne facessi grande). Oppure osservavo la tua predilezione per modi di dire osceni, pronunciati a voce più alta possibile, dei quali ridevi come se avessi detto qualcosa di particolarmente eccelso, mentre invece era davvero solo una piccola, banale indecenza (di nuovo, tuttavia, si trattava al contempo anche di una espressione della tua forza vitale, che mi riempiva di vergogna).
Di queste osservazioni naturalmente ce n’erano a bizzeffe; io ero felice di farle, davano adito a chiacchiere e spasso; tu talvolta te ne accorgevi e andavi su tutte le furie, lo ritenevi una cattiveria, una mancanza di rispetto, ma credimi, per me non era nient’altro che un mezzo peraltro inefficace per non soccombere, erano battute come se ne fanno sugli dèi e sui re, battute che non solo sono legate al più profondo rispetto, ma addirittura ne costituiscono parte integrante.
Del resto anche tu, visto che la tua situazione nei miei confronti era analoga, hai tentato una specie di difesa. Amavi mettere in evidenza come le cose mi andassero esageratamente bene e come io fossi trattato bene. E vero, ma non credo che mi sia sostanzialmente servito ad alcunché, data la situazione.
È vero che la mamma era infinitamente buona con me, ma per me tutto era in relazione con te, in una relazione quindi non buona. La mamma svolgeva inconsapevolmente il ruolo del battitore durante una partita di caccia. Se già era estremamente improbabile che la tua educazione mi facesse camminare con le mie gambe suscitando in me orgoglio, disprezzo o addirittura odio, comunque la mamma con la sua bontà, i suoi discorsi ragionevoli (nel groviglio dell’infanzia essa era il prototipo della ragione), le sue intercessioni, compensava questi moti, e io ero ricacciato nel tuo circolo, dal quale forse altrimenti sarei fuggito, con vantaggio tuo e mio. Oppure accadeva che non si giungesse mai a una vera riconciliazione, che la mamma semplicemente mi proteggesse di nascosto, mi desse qualcosa di nascosto, mi permettesse qualcosa, e allora davanti a te ero di nuovo quell’essere sinistro, quell’imbroglione cosciente della sua colpa che, per la sua nullità, poteva giungere solo per strade tortuose anche a quello che riteneva un suo diritto. Naturalmente mi abituai poi a cercare per queste vie anche ciò a cui non avevo diritto, persino secondo me. E questo portava a intensificare il mio senso di colpa.
E anche vero che praticamente non mi hai mai picchiato. Ma gli urli, la tua faccia che diventava rossa, il subitaneo slacciare le bretelle, l’appoggiarle sulla spalliera della sedia, erano per me quasi peggio. E come quando uno deve essere impiccato. Se lo impiccano davvero, è morto, e tutto è finito. Ma se deve assistere a tutte le preparazioni per essere impiccato e solo quando gli fanno scorrere il cappio intorno al collo apprende di essere stato graziato, allora può soffrirne per tutta la vita. Inoltre dalle molte volte in cui, secondo l’opinione da te chiaramenfe manifestata, mi sarei meritato una scarica di botte ma le avevo evitate per un pelo grazie alla tua magnanimità ho ricavato soltanto un gran senso di colpa. Da ogni parte mi ritrovavo a essere colpevole di fronte a te.
Da sempre mi rimproveri (quando siamo soli e di fronte ad altri, non hai mai avuto sensibilità per l’umiliazione insita in questo secondo caso, i fatti dei tuoi figli sono sempre stati pubblici) che grazie al tuo lavoro ho vissuto senza privazioni nella tranquillità, nel calore e nell’abbondanza. Penso allora a osservazioni che debbono aver tracciato veri e propri solchi nel mio cervello, come: “Già a sette anni dovevo andare per i villaggi col carretto”; “Dovevamo dormire tutti in una stanza”; “Eravamo felici quando avevamo qualche patata”; “Per anni d’inverno ho avuto le gambe piene di piaghe aperte, perché non avevamo di che coprirci”; “Da piccolo dovevo già andare nella bottega di Pisek”; “Da casa non ho mai avuto un soldo, nemmeno durante il militare, ero io che mandavo soldi a casa”; “Eppure, eppure… il padre era sempre il padre. Chi le sa, oggi, queste cose! Che ne sanno i figli! Nessuno ha patito queste cose! Le capisce oggi un figlio?”. In altre circostanze questi racconti avrebbero potuto essere un eccellente strumento educativo, avrebbero incoraggiato, con una sferzata di energia, a superare le piaghe e le privazioni che già il padre aveva subìto. Ma tu non volevi questo, e la situazione grazie alle tue fatiche era cambiata completamente: non avevamo modo di distinguerci come avevi fatto tu. Una tale occasione poteva essere creata solo con violenze e sovvertimenti, sarei dovuto fuggire di casa (purché ne avessi la determinazione e la forza e la mamma, da parte sua, non avesse lavorato con altri mezzj in senso contrario). Ma tu non volevi niente di tutto ciò, lo definivi ingratitudine, esaltazione, disobbedienza, tradimento, pazzia. Mentre quindi da una parte con l’esempio, il racconto e l’umiliazione me lo rendevi allettante, dall’altra me lo proibivi con la massima severità. Altrimenti non avresti dovuto essere tanto sconvolto, a prescindere dalle circostanze collaterali, dall’avventura di Ottla a Zurau. Voleva andare nel paese da cui eri venuto tu, voleva avere lavoro e privazioni, come li avevi avuti tu, non voleva godere i frutti del tuo successo sul lavoro, come anche tu sei stato indipendente da tuo padre. Erano intenzioni così terribili? Così lontane dal tuo esempio e dai tuoi insegnamenti? Bene, le intenzioni di Ottla alla fie si rivelarono fallimentari, caddero forse nel ridicolo, furono messe in atto con troppo chiasso, senza abbastanza riguardo per i suoi genitori. Ma fu esclusivamente colpa sua, non colpa anche delle circostanze e del fatto che tu le eri così estraneo? Forse che in negozio (come tu stesso in seguito hai cercato di convincere te stesso) ti era meno estranea di quanto lo fosse dopo, a Zurau? E sicuramente non avresti avuto il potere (purché riuscissi a superare te stesso) di trasformare quest’avventura in qualcosa di buono, con l’incoraggiamento, il consiglio e la vigilanza, magari soltanto con la tolleranza?

(8 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (7)

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Nutrivi una particolare fiducia nell’educazione per mezzo dell’ironia, che rifletteva al meglio la tua superiorità nei miei confronti. Una tua esortazione era solitamente formulata così: “Non potresti fare così e cosà?”, “Questo è certamente troppo per te? “, “Naturalmente non hai tempo per farlo?” e simili. Ognuna di queste domande era accompagnata da risolini cattivi e facce cattive. In certo qual modo si era puniti prima ancora di sapere che si era fatto qualcosa di male. Eccitanti erano anche quelle correzioni in cui si parlava di noi in terza persona, poiché non eravamo degni neppure di essere interpellati malamente, come quando formalmente parlavi alla mamma seduta accanto a me ma in realtà ti rivolgevi a me, dicendo ad esempio: “Naturalmente dal signor figlio non si può pretendere una cosa del genere”, e simili. (Il contraltare di questa faccenda era costituito dal fatto che io non osavo, e in seguito per abitudine non pensai neppure più, a interrogarti direttamente quando era presente la mamma. Per il bimbo era molto meno pericoloso rivolgersi alla mamma seduta accanto a te e chiederle: “Come sta papà?”, tenendosi al riparo da eventuali sorprese.) C’erano naturalmente anche casi in cui si approvava anche l’ironia più malvagia, cioè quando riguardava un altro, ad esempio Elli, con cui ce l’ho avuta per anni. Era per me una festa della cattiveria, del piacere per il male altrui, quando quasi a ogni pasto di lei si diceva: “A dieci metri dal tavolo deve stare seduta, quella grassona”; e quando poi con aria malvagia cercavi di imitarla sulla tua sedia, senza la benché minima traccia di gentilezza o benevolenza, ma esageratamente, quale acerrimo nemico, per significare che trovavi il suo modo di stare seduta estremamente ripugnante. Quante volte questa e simili scene hanno dovuto ripetersi, quanto poco in effetti hai ottenuto con esse. Io credo che fosse dovuto al fatto che il dispendio di collera e cattiveria sembrava sproporzionato rispetto alla cosa, non si aveva la sensazione che la collera fosse stata provocata dalla sciocchezza dello star seduti lontano dal tavolo, ma che fosse stata presente sin dall’inizio in tutta la sua intensità e che solo casualmente questa cosa ne fosse divenuta il motivo scatenante. Poiché si era convinti che un motivo si sarebbe comunque trovato, non si facevano poi troppi sforzi e si diventava un po’ insensibili alla continua minaccia; del fatto che non saremmo stati picchiati, a poco a poco fummo sicuri. Divenni un bimbo scontroso, disattento, disobbediente, sempre intento a fuggire, perlopiù dentro di me. Così soffrivi tu e soffrivamo noi. Dal tuo punto di vista avevi completamente ragione quando, a denti stretti e con quel riso gorgogliante in base al quale il bimbo si era fatto la prima idea dell’inferno, eri solito ripetere amaramente (come ultimamente per via di quella lettera da Costantinopoli): “Ma che compagnia!”.
Del tutto incompatibile con questo atteggiamento nei confronti dei tuoi figli pareva essere quando, cosa che accadeva piuttosto spesso, te ne lagnavi apertamente. Ammetto che da bimbo (ma senz’altro più tardi) non ne avevo cognizione e non capivo come potessi attenderti di trovare compassione. Eri così gigantesco, da ogni punto di vista: cosa poteva importartene della nostra compassione o semplicemente del nostro aiuto? In realtà dovevi disprezzarli, come disprezzavi noi. Di conseguenza non credevo alle tue lagnanze e cercavo dietro di loro qualche intenzione nascosta. Solo più tardi compresi che soffrivi davvero molto per via dei tuoi figli; ma anche allora, se le lagnanze che–in circostanze diverse–avrebbero potuto trovare una sensibilità infantile, aperta, spensierata, pronta a venirti incontro, di nuovo per me dovevano essere soltanto strumenti manifesti di educazione e umiliazione e, in quanto tali, di per sé non particolarmente forti, ma col dannoso effetto collaterale di abituare il bimbo a non prendere molto sul serio cose che invece avrebbero dovuto esserlo.
Fortunatamente c’erano anche eccezioni, soprattutto quando tu soffrivi in silenzio e amore e bontà, con la loro forza, superavano ogni ostacolo e ti afferravano direttamente. Era raro, purtroppo, ma meraviglioso. Ad esempio quando, nelle estati più calde, subito dopo pranzo ti vedevo addormentarti in negozio, col gomito sullo scrittoio; o quando la Domenica, affaticato, venivi a goderti con noi la frescura estiva; o quando in occasione di una grave malattia della mamma ti reggevi tremante di pianto alla libreria; o quando durante la mia ultima malattia ti sei avvicinato pian piano a me, nella camera di Ottla, sei rimasto sulla soglia allungando soltanto il collo per vedermi nel letto, e per riguardo ti sei limitato a salutarmi con la mano. In tali occasioni ci si coricava e si piangeva per la felicità, e si piange anche ora che si scrive.

(7 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (6)

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L’impossibilità di un rapporto tranquillo ha avuto un’altra conseguenza, davvero molto naturale: ho disimparato a parlare. Non sarei comunque divenuto un grande oratore, ma avrei senz’altro dominato il linguaggio umano, abitualmente fluente. Tu cominciasti però assai presto a togliermi la parola, la tua minaccia: “Non una parola di replica! ” e la relativa mano alzata mi accompagnano da sempre. Davanti a te mi veniva — tu sei, per quel che riguarda le tue cose, un oratore eccellente — una parlata incespicante e balbuziente; anche questo era troppo per te, e alla fine tacqui, dapprima forse per orgoglio, e poi perché davanti a te non sapevo né pensare né parlare. E poiché tu sei stato il mio vero educatore, questo ha influenzato tutta la mia vita. Compi un errore davvero sorprendente quando affermi che non mi sarei mai piegato a te. “Sempre tutto il contrario” non è davvero mai stato il principio che ho seguito nei tuoi confronti, come credi e mi rimproveri. Al contrario: se ti avessi seguito meno, saresti sicuramente più contento di me. Invece tutti i tuoi provvedimenti educativi hanno colpito nel segno; a nessuna mossa sono sfuggito e, così come sono, sono proprio (fatta eccezione naturalmente per il materiale umano e per l’influenza della vita) il risultato della tua educazione e della mia docilità. Il fatto che questo risultato ti sia penoso, al punto che inconsciamente rifiuti di riconoscerlo come risultato della tua educazione, è dovuto proprio al fatto che la tua mano e il mio materiale erano così diversi l’uno dall’altro. Dicevi: “Non una parola di replica!”, e volevi così mettere a tacere le forze antagoniste presenti in me e a te sgradite; ma questa azione è stata per me troppo forte, io sono stato troppo docile e sono ammutolito completamente, mi sono nascosto davanti a te e ho osato muovermi soltanto quando sono stato così lontano da te che il tuo potere, almeno direttamente, non poteva raggiungermi. Tu però eri là, e tutto ti sembrava ostile, mentre era soltanto la naturale conseguenza della tua forza e della mia debolezza.
In campo oratorio, i tuoi efficacissimi strumenti educativi, che quanto meno nei miei confronti non hanno mai fallito, erano: insulti, minacce, ironia, risolini cattivi e, stranamente, autoaccuse.
Che tu mi abbia insultato direttamente e con veri improperi, non ricordo. Non era neanche necessario, avevi tanti altri mezzi, e nei discorsi a casa e soprattutto in negozio gli improperi mi volavano intorno e si abbattevano sugli altri in tale quantità che, ragazzino, ne ero quasi stordito e non avevo motivo di non riferirli anche a me, perché sicuramente la gente che insultavi non era peggiore di me e sicuramente non eri meno insoddisfatto di loro di quanto tu lo fossi di me.
E anche qui tornava la tua enigmatica innocenza e inafferrabilità, tu insultavi senza dartene minimamente pensiero, mentre negli altri condannavi e proibivi ogni ricorso a improperi.
Rafforzavi gli insulti con le minacce, e questo valeva anche per me. Terribile ad esempio mi pareva questa: “Ti faccio a pezzetti come un pesce”, per quanto sapessi che non seguiva niente di peggio (da bimbetto tuttavia non lo sapevo), ma l’idea che mi ero fatto del tuo potere prevedeva quasi che tu potessi farlo. Terribile era anche quando, gridando, correvi intorno al tavolo per acchiappare qualcuno; evidentemente non lo volevi acchiappare, ma sembrava, e alla fine la mamma lo metteva in salvo. Ancora una volta, almeno così pareva al bimbo, si era rimasti in vita per tua grazia, e si continuava a vivere per tuo immeritato dono. Sono rilevanti a questo proposito le minacce per le conseguenze della disobbedienza. Se io cominciavo a fare qualcosa che non ti piaceva, e tu mi minacciavi di insuccesso, il timore reverenziale per la tua opinione era tale che l’insuccesso, anche se forse solo in seguito, era inevitabile. Io perdetti ogni fiducia nelle mie azioni. Ero incostante e incerto. Più crescevo e maggiori erano le prove che mi potevi opporre a dimostrazione della mia mancanza di valore; e gradualmente cominciasti ad avere anche ragione, da un certo punto di vista. Di nuovo mi guardo bene dall’affermare che sono divenuto così solo per causa tua: tu hai solo rafforzato quello che già c’era, ma l’hai rafforzato notevolmente, proprio perché disponevi di un enorme potere su di me, e l’hai impiegato tutto.

(6 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (5)

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Ma per me bambino tutto quel che mi gridavi era un ordine del cielo, non lo dimenticavo mai, rimaneva per me lo strumento più importante per giudicare il mondo e, soprattutto, per giudicare te stesso: e qui fallivi completamente. Poiché da bambino stavo con te soprattutto durante i pasti, le tue lezioni erano in massima parte lezioni su come ci si comporta a tavola. Quel che si metteva in tavola doveva essere mangiato, sulla bontà del cibo non si discuteva; ma tu spesso lo trovavi immangiabile, lo chiamavi “mangime” e affermavi che la “bestia” (la cuoca) l’aveva rovinato. Poiché tu, in considerazione del tuo vigoroso appetito e di una tua particolare attitudine mangiavi tutto rapidamente, bollente e a grossi bocconi, anche tuo figlio doveva affrettarsi, e a tavola regnava un cupo silenzio, interrotto dalle esortazioni: “Prima mangia, poi parla”, oppure: “Più alla svelta, più alla svelta”, oppure: “Vedi, io ho già finito da un bel pezzo”.
Gli ossi non si potevano rosicchiare, ma tu lo facevi; l’aceto non si poteva sorbire, ma tu lo facevi. La cosa più importante era tagliare il pane diritto; che tu però lo facessi con un coltello grondante di sugo era indifferente. Si doveva fare attenzione a non lasciare cadere avanzi di cibo sul pavimento; di solito erano tutti sotto di te. A tavola ci si doveva occupare solo del pasto, tu però ti tagliavi le unghie, facevi la punta alle matite, ti pulivi le orecchie con uno stuzzicadenti. Ti prego, padre, non fraintendermi, sarebbero stati di per sé particolari completamente insignificanti: per me divennero schiaccianti soltanto perché tu, misura assoluta di tutte le cose, personalmente non ti attenevi ai comandamenti che mi imponevi. In questo modo il mondo per me risultò diviso in tre parti: una in cui vivevo io, lo schiavo, sotto leggi che erano state escogitate soltanto per me e che inoltre, non sapevo perché, non ero mai in grado di rispettare completamente; poi un secondo mondo, infinitamente distante dal mio, in cui vivevi tu, impegnato a governare, impartire ordini e andare in collera se non erano eseguiti; e infine un terzo mondo, dove il resto degli uomini vivevano felici, liberi da ordini e obbedienza. Io ero costantemente in preda alla vergogna: o seguivo i tuoi ordini, ed era una vergogna perché valevano soltanto per me, o recalcitravo, e anche questa era una vergogna, perché non si poteva recalcitrare davanti a te, o non riuscivo a seguirli, perché ad esempio non avevo la tua forza, il tuo appetito, la tua abilità, per quanto tu pretendessi quella data cosa da me come ovvia; e questa era comunque la vergogna più grande. Così si agitavano non solo le riflessioni, ma anche la sensibilità di tuo figlio.
La mia situazione di allora può forse risultare più chiara se la paragono a quella di Felix. Lo tratti in maniera analoga, anzi contro di lui adoperi addirittura uno strumento educativo particolarmente tremendo perché, quando durante il pasto si comporta da maleducato, non ti accontenti di dire, come facevi con me: “sei un porco”, ma aggiungi: “un vero Hermann”, o “proprio come tuo padre”. Questo però forse–più di “forse” non si può dire–non danneggia Felix in modo sostanziale, perché tu per lui sei soltanto un nonno, per quanto particolarmente importante, ma certo non tutto quello che sei stato per me; inoltre Felix è un tipo tranquillo e in certo qual modo già virile, che una voce tonante può forse sconcertare ma non indirizzare per la vita; e soprattutto sta con te relativamente poco, è soggetto anche ad altre influenze, per lui sei semmai un caro insieme di curiosità, da cui scegliere cosa prendere. Per me non sei mai stato un insieme di curiosità, io non potevo scegliere, dovevo prendere tutto in blocco.
E questo senza poter dir niente in contrario, perché non ti è assolutamente possibile parlare con calma di una cosa su cui non sei d’accordo e che semplicemente non venga da te; il tuo temperamento imperioso non te lo permette. Negli ultimi anni lo spieghi con la tua nevrosi cardiaca; io non saprei se tu sia mai stato sostanzialmente diverso, al massimo la nevrosi cardiaca è per te un mezzo per esercitare il tuo imperio in modo più severo, perché il solo pensiero deve soffocare nell’altro ogni spirito di contraddizione. Naturalmente non ti sto rimproverando: mi limito a prendere atto di una cosa. Come con Ottla: “Con lei non si può parlare, ti salta subito addosso”, dici sempre, ma a dire il vero lei non salta affatto; tu scambi la persona con la cosa, è la cosa che ti salta addosso, e tu la decidi subito, senza ascoltare la persona, e quel che sarà ancora detto può solo irritarti di più, e giammai convincere. Allora ti si sente dire solo questo: “Fa’ quel che vuoi; io ti lascio libero; sei maggiorenne; io non ho nessun consiglio da darti”, e tutto questo con il tono basso e terribilmente rauco della collera e della completa condanna, che oggi mi fa tremare meno di quand’ero bimbo solo perché l’esclusivo senso di colpa del bimbo ha in parte ceduto il posto alla comprensione della nostra comune impotenza.

(5 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (4)

Marcel Duchamp: Father

Ora, in effetti, nei miei confronti avevi ragione sorprendentemente spesso: nel parlare era ovvio, perché a parlare quasi non si arrivava, ma anche nella realtà.
Eppure, anche questo non era particolarmente inconcepibile: tutto quel che pensavo era soggetto alla tua pesante pressione, perfino quei pensieri che non concordavano con i tuoi, e soprattutto questi. Su tutti questi pensieri apparentemente dipendenti da te gravava sin dall’inizio il tuo giudizio sfavorevole; sopportarlo fino a una completa e duratura realizzazione di tali pensieri era quasi impossibile. Non parlo qui di chissà quali pensieri elevati, ma di ogni piccola impresa dell’infanzia. Si doveva essere felici di qualcosa, esserne soddisfatti, tornare a casa ed esprimerla, e la risposta era un sospiro ironico, una scrollata di testa, un picchiettare con le dita sul tavolo: “Ne ho viste di più belle”, o “Che vuoi che mi dicano le tue preoccupazioni”, o “Ho altro a cui pensare”, o “Compratici qualcosa!”, o “Senti lì che cose!”. Naturalmente non si poteva pretendere da te entusiasmo per ogni piccolezza infantile, giacché vivevi tra affanni e preoccupazioni. Ma non éra questo il punto. Il punto era invece che dovevi sempre provocare in tuo figlio queste delusioni, per principio, grazie alla tua natura contraddittoria, di più, grazie al fatto che questa contraddittorietà, con l’accumularsi del materiale, si rafforzava incessantemente, tanto che infine divenne un’abitudine anche quelle rare volte che eri della mia stessa idea e queste delusioni di tuo figlio non furono più banali delusioni quotidiane, ma arrivarono a colpire nel segno, perché si trattava della tua persona, misura di tutte le cose. Il coraggio, la risolutezza, la fiducia, la gioia per questo o per quest’altro non duravano fino in fondo se tu eri contrario o se la tua ostilità poteva essere anche soltanto percepita; e percepita poteva essere quasi per ogni cosa che facevo.
Questo valeva per i pensieri come per le persone.
Bastava che io nutrissi un po’ d’interesse per qualcuno — data la mia natura non accadeva tanto spesso — che tu, senza riguardo alcuno per i miei sentimenti e senza rispettare il mio giudizio, attaccavi con gli insulti, le calunnie, le umiliazioni. Dovevano pagarne le spese persone innocenti e infantili, come l’attore jiddisch Lowy. Senza conoscerlo, lo paragonasti in un modo orribile, che ho già dimenticato, a uno scarafaggio, e quanto spesso per le persone che mi erano care ti saliva automaticamente alle labbra il proverbio dei cani e delle pulci. “Chi va a letto coi cani si leva con le pulci” (N.d. T.). Dell’attore ho un ricordo molto vivo perché allora presi nota delle tue affermazioni su di lui, con questa osservazione: “Mio padre parla così del mio amico (che non conosce affatto) soltanto perché è un mio amico. Glielo potrò sempre rinfacciare quando mi rimprovererà per la mia mancanza di amore filiale e di gratitudine”. Incomprensibile mi è sempre stata la tua totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi infliggermi con le tue parole e i tuoi giudizi; era come se non avessi la benché minima idea del tuo potere. Anch’io sicuramente ti ho fatto soffrire con le mie parole, ma l’ho sempre saputo, mi dispiaceva, ma non riuscivo a dominarmi, me ne pentivo già mentre lo dicevo. Tu invece con le tue parole colpivi indiscriminatamente, non ti dispiaceva per nessuno, né durante né dopo, contro di te si era completamente disarmati.
Ma così è stata tutta la tua educazione. Tu possiedi, credo, un talento educativo: a un essere della tua natura saresti stato sicuramente utile con la tua educazione; egli avrebbe visto la ragionevolezza di quanto gli dicevi, non si sarebbe preoccupato di niente altro e avrebbe fatto le sue cose con la massima tranquillità.

(4 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (3)

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Tu sai trattare un bambino solo come tu stesso sei fatto, con forza, strepito e iracondia; e nel caso specifico la cosa ti sembrava inoltre ancora più adatta, perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.
Naturalmente non sono in grado di descrivere in modo diretto i tuoi metodi educativi nei primissimi anni, ma posso immaginarli con un procedimento deduttivo dagli anni successivi, e dal tuo comportamento nei confronti di Felix. (Nipote di Kafka, figlio della sorella Elli (N.d.T.). Occorre considerare, a inasprire le cose, che allora eri più giovane, e quindi più fresco, più selvaggio, più istintivo, con minori preoccupazioni di oggi, e che inoltre eri completamente legato dal negozio, durante il giorno non ti vedevo mai e quindi facevi su di me un’impressione ancora più profonda, che non si appiattiva mai nell’abitudine.
Direttamente di quei primi anni ricordo soltanto un episodio. Forse lo ricordi anche tu. Una volta, di notte, frignavo perché volevo un po’ d’acqua, certo non per sete, ma probabilmente in parte per farvi arrabbiare, in parte per divertirmi. Dopo che alcune severe minacce non erano servite a niente, mi prendesti dal letto, mi portasti sul ballatoio e mi ci lasciasti per un po’, in camicia da notte, davanti alla porta chiusa.
Non voglio dire che sia stato ingiusto, forse davvero non c’era modo di ripristinare altrimenti la quiete notturna, voglio soltanto caratterizzare i tuoi metodi educativi e il loro effetto su di me. In seguito fui certo più arrendevole, ma ne riportai un danno interiore.
Data la mia natura, non riuscii mai a stabilire il giusto nesso tra l’elemento per me ovvio del mio insensato chiedere l’acqua e quello eccezionalmente spaventoso dell’essere portato fuori. Per molti anni ancora patii pene strazianti all’idea che quel gigante, mio padre, l’istanza ultima, poteva venire quasi senza motivo e, di notte, portarmi dal letto sul ballatoio, e che quindi io per lui ero una tale nullità.
Questo fu soltanto un piccolo inizio, ma questa sensazione di nullità che spesso mi domina (sensazione da altri punti di vista anche nobile e feconda) deriva abbondantemente dalla tua influenza. Io avrei avuto bisogno di un po’ d’incoraggiamento, un po’ di gentilezza, di qualcuno che mi lasciasse un po’ aperta la mia strada: invece me la sbarrasti, sicuramente con le migliori intenzioni, quelle di farmene imboccare un’altra. Ma io non ne ero capace. Mi incoraggiavi, ad esempio, quando ero bravo a fare il saluto militare e a marciare, ma io non ero un futuro soldato; oppure mi incoraggiavi quando mangiavo d’appetito o addirittura ci bevevo su anche una birra, quando ripetevo canti dal significato a me oscuro o scimmiottavo i tuoi modi di dire preferiti, ma niente di tutto ciò rientrava nel mio futuro. Ed è significativo che ancor oggi tu mi incoraggi davvero solo quando tu stesso sei mosso a compassione, quando si tratta del tuo orgoglio, che ho ferito (ad esempio con le mie intenzioni matrimoniali) o che viene ferito in me (quando ad esempio Pepa mi insulta). Allora mi si incoraggia, mi si rammenta il mio valore, si accenna ai buoni partiti che potrei trovare, e Pepa riceve una condanna senza appello. Ma a prescindere dal fatto che alla mia età sono ormai quasi completamente insensibile agli incoraggiamenti, a che cosa dovrebbero mai servirmi, visto che sopraggiungono soltanto quando in prima istanza non si tratta di me.
Allora e dappertutto avrei avuto bisogno di incoraggiamento. Già ero schiacciato dalla tua nuda fisicità. Ricordo ad esempio come, frequentemente, ci spogliavamo insieme in cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte, alto, massiccio. Già in cabina mi sentivo miserabile, e non solo di fronte a te, ma di fronte a tutto il mondo, perché tu eri per me la misura di tutte le cose. Se però uscivamo dalla cabina davanti alla gente, e tu mi tenevi per mano, io che ero uno scheletrino insicuro, a piedi nudi sulle assi, tremebondo davanti all’acqua, incapace di ripetere i movimenti che tu, con le migliori intenzioni ma in effetti con mia profonda vergogna, eseguivi nuotando, allora ero disperatissimo, e tutte le mie esperienze negative in tutti i campi in quegli istanti concordavano in modo grandioso. Meglio era quando tu, qualche volta, ti spogliavi per primo e io potevo rimanere da solo in cabina e rimandare la vergogna dell’uscita in pubblico finché tu alla fine non venivi a controllare e mi spingevi fuori dalla cabina. Ti ero grato del fatto che sembravi non notare la mia pena; inoltre ero orgoglioso del fisico di mio padre. Del resto questa differenza tra noi sussiste ancor oggi.
A ciò corrispondeva anche la tua superiorità spirituale. Ti eri fatto strada unicamente con le tue forze e avevi quindi una fiducia illimitata nelle tue opinioni. Per me bambino questo fatto non fu così accecante come in seguito, quando fui adolescente. Dalla tua sedia a dondolo governavi il mondo. La tua opinione era giusta, tutte le altre erano folli, esagerate, pazze, anormali. E la tua fiducia in te stesso era tale che non avevi neppure bisogno di essere coerente, senza per questo smettere di avere ragione. Poteva anche accadere che tu su un certo argomento non avessi alcuna opinione, e quindi tutte le opinioni possibili in proposito dovevano essere sbagliate, senza eccezione. Potevi ad esempio insultare i Cechi, poi i Tedeschi, poi gli Ebrei, e non a un certo riguardo, ma sotto ogni punto di vista, e infine non rimaneva nessun altro a parte te.
Tu eri avvolto per me dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero. Almeno così mi sembrava.

(3 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (2)

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Probabilmente sarei stato egualmente deboluccio, pauroso, titubante, inquieto, né Robert Kafka né Karl Hermann, ma comunque diversissimo da quello che sono davvero, e ci saremmo intesi alla perfezione.
Sarei stato felice di averti come amico, come principale, come zio, come nonno e persino (pur con qualche titubanza) come suocero. Solo come padre eri troppo forte per me, soprattutto in considerazione del fatto che i miei fratelli sono morti in tenera età e le sorelle sono giunte solo molto tempo dopo, e quindi io ho dovuto parare il primo colpo tutto da solo, ed ero davvero troppo debole per farlo.
Mettici a confronto: io, per esprimermi in modo assai sommario, un Lowy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di scoperta, ma da un pungolo lowiano, che agisce in modo più segreto e ritroso, in un’altra direzione, e spesso viene completamente a mancare. Tu invece sei un vero Kafka, per forza, salute, appetito, intensità vocale, capacità oratorie, autocompiacimento, senso di superiorità, resistenza, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, una certa generosità e naturalmente anche con tutti i difetti e le debolezze, attinenti a questi pregi, in cui talvolta ti cacciano il tuo temperamento e talvolta la tua iracondia.
Forse non sei interamente un Kafka per quel che riguarda la tua concezione generale del mondo, per quanto ti posso paragonare con gli zii Philipp, Ludwig e Heinrich. E singolare, non ci vedo troppo chiaro. Erano tutti più allegri, freschi, spontanei, spensierati, meno rigorosi di te. (In questo senso, fra l’altro, io ho preso molto da te, e questa eredità l’ho amministrata anche troppo bene, senza però che nel mio essere ci siano i necessari contrappesi, come ci sono nel tuo.) D’altra parte però tu, da questo punto di vista, hai attraversato periodi differenti, e forse eri più allegro prima che i tuoi figli, e io in particolare, ti deludessero e ti avvelenassero l’atmosfera familiare (quando venivano estranei eri diverso); e anche adesso sei forse tornato un po’ più allegro, da quando nipoti e genero ti ridanno qualcosa di quel calore che i figli, tranne forse Valli, non sono riusciti a darti. Ad ogni modo eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro, che se si fosse cercato di prevedere come il bambino che lentamente cresceva e tu, l’uomo maturo, si sarebbero comportati l’uno nei confronti dell’altro, si sarebbe potuto supporre che tu mi avresti semplicemente calpestato, senza che di me rimanesse niente. E invece non è accaduto, la vita non si può prevedere, ma forse quel che è accaduto è anche peggio. Al contempo ti prego però di non dimenticare mai che non credo neppure lontanissimamente a una colpa da parte tua. Tu hai agito verso di me come dovevi agire, solo che devi smettere di credere che il mio soccombere a questo tuo agire sia dovuto a una particolare cattiveria da parte mia.
Ero un bimbo pauroso, ma ero anche testardo, come lo sono i bimbi; sicuramente la mamma mi ha anche un po’ viziato, ma non posso credere che fosse così difficile indirizzarmi, non posso credere che una parola gentile, un tacito prendermi per mano, uno sguardo buono non avrebbero potuto ottenere da me tutto quel che si voleva. Ora anche tu in fondo sei un uomo tenero e bonario (quel che segue non è una contraddizione, perché io parlo soltanto dell’aspetto che ebbe a influenzare il bambino), ma non tutti i bimbi hanno la resistenza e l’intrepidezza necessarie per continuare a cercare finché non giungono alla bontà.

(2 – continua)