Franz Kafka, Lettera al padre (1)

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Carissimo padre,
di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le sue conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.
Per te la cosa è sempre stata molto semplice, almeno nella misura in cui ne hai parlato davanti a me e, indiscriminatamente, davanti a molti altri. Ti pareva che stesse più o meno così: tu hai lavorato sodo per tutta una vita, hai sacrificato ogni cosa per i tuoi figli, soprattutto per me; di conseguenza io ho fatto la bella vita, ho avuto la massima libertà di studiare quello che volevo, non ho dovuto preoccuparmi né di procurarmi il cibo né di qualsiasi altra cosa; tu non pretendevi per questo la mia gratitudine, la conosci, “la gratitudine dei figli”, ma almeno un po’ di gentilezza, qualche accenno di compassione, e invece io mi sono sempre rifugiato davanti a te, in camera mia, tra i miei libri, coi miei amici stravaganti, nelle mie idee eccentriche; non ti ho mai parlato apertamente, non mi sono mai messo accanto a te nel tempio né ti sono mai venuto a trovare a Franzensbad; inoltre non ho mai avuto il senso della famiglia, non mi sono mai occupato del negozio e delle altre cose tue, la fabbrica l’ho addossata a te e poi ti ho abbandonato, ho dato man forte a Ottla’ nella sua testardaggine, e mentre per te non muovo un dito (non ti prendo nemmeno i biglietti per il teatro), per gli amici faccio tutto. Riassumendo il tuo giudizio su di me, ne emerge che non mi rimproveri, a dire il vero, qualcosa di davvero sconveniente o malvagio (fatta eccezione forse per il mio ultimo progetto matrimoniale), ma freddezza, distanza, ingratitudine. E me lo rimproveri come se fosse colpa mia, come se con una bella sterzata io fossi stato in grado di indirizzare diversamente il tutto, mentre tu non ne hai la minima colpa, se non forse quella di essere stato troppo buono con me. Trovo questa tua interpretazione esatta soltanto nel senso che anch’io credo che tu non abbia colpa alcuna del nostro allontanamento. Ma non ne ho colpa neppure io. Se potessi portarti a riconoscere questo, allora sarebbe possibile — non una nuova vita, per questo siamo entrambi troppo vecchi — ma una certa pace, non una cessazione, ma un’attenuazione dei tuoi incessanti rimproveri.
Una vaga idea di quello che voglio dire ce l’hai, sorprendentemente. Così poco tempo fa mi hai detto, per esempio: “Mi sei sempre piaciuto, anche se esteriormente non sono stato per te quel che amano essere altri padri, ma proprio perché io non so fingere come gli altri”. Vedi, padre, nel complesso io non ho mai dubitato della tua benevolenza nei miei confronti, ma trovo ingiusta questa osservazione. Tu non sai fingere, è vero, ma voler affermare solo per questo che gli altri padri fingono, può essere pura prepotenza, su cui non si può discutere, oppure — e a mio avviso le cose stanno così — un modo velato per suggerire che tra noi c’è qualcosa che non va, e che tu ne sei concausa, anche se non ne hai colpa. Se lo credi davvero, allora la pensiamo allo stesso modo.
Non sostengo naturalmente di essere divenuto quello che sono soltanto per la tua influenza. Sarebbe molto esagerato (e io sono addirittura incline a questa esagerazione). E possibilissimo che, anche se fossi cresciuto lontanissimo dalla tua influenza, non sarei egualmente divenuto quello che tu definisci un uomo.

Franz Kafka, Lettera al padre, traduzione di Francesca Ricci, Newton Compton, Roma

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Mi capita
sempre più spesso di pensare a tuo padre, anche oggi, e non so perché. È come se volessi offrirgli un tributo per quello che ha fatto e per il bene che ti vuole. Mi piacerebbe essere suo amico, perché sono convinto che è una grande persona (forse tutto il contrario di me!). Ma forse siamo diversi come il giorno dalla notte e saremmo incompatibili anche come amici. Chi lo sa? Di certo vorrei aver avuto un altro padre, che almeno mi avesse fatto da maestro, invece che indicarmi solo scorciatoie. Un po’ di etica non mi avrebbe fatto male, secondo me.
Quanto a te, penso che sei come una formula alchemica misteriosa e stupefacente, che supera i canoni della realtà. Peccato che la vita che mi resta non sia sufficiente a studiarla a fondo, per riuscire a impadronirmene. Dunque, tuo padre è un Filosofo nel senso di “scopritore della sapienza racchiusa nei segreti del mondo naturale”: così si consideravano e si definivano gli alchimisti nell’accezione più nobile del loro magistero. In pratica, lui ti ha forgiata nella forma e nella sostanza più nobili che esistano in natura.


il cipresso

Ieri sera s’è messo a nevicare, e stamane mi son alzato con sessanta centimetri di neve. Completamente sommerso: gli alberi piegati, in giro molti rami spezzati, ma soprattutto il cipresso, quello che sta dalla parte di sotto, all’ingresso secondario, un giovane cipresso che s’era già rotto in parte nella nevicata di un anno fa, stavolta si è spezzato di netto, lasciando un moncone che sporge di poco dalla neve. Aveva due punte, quel cipresso, cresceva vigoroso, poi la terribile nevicata dell’anno scorso ne aveva spezzata una; ora, assottigliato, l’albero continuava a puntare in alto, ma stanotte la neve pesante e bagnata l’ha schiantato del tutto. Prima di nevicare aveva piovuto a lungo, così la neve s’è incollata alle superfici bagnate, e ora che cerco di scrollarla da certe piante fa fatica ad andarsene tutta, in parte rimane attaccata in piccoli blocchi che mantengono il loro peso. Per poter scendere a rifornire la mangiatoia degli uccellini che tengo giù, sotto la tettoia altissima che un tempo si usava per ricoverare le balle di fieno, mi son messo gli stivali di gomma alti fino al ginocchio, ma la neve è così alta che ci si è infilata dentro andandomi a bagnare i talloni. Gli uccelli erano a secco, ho dovuto riempir la mangiatoia di semi di girasole, e un’avvisaglia l’avevo già avuta mentre ero ancora a letto: sentivo picchiettare, non sapevo se in cucina o alla porta d’ingresso, m’ero anche un po’ allarmato perché è una cosa insolita, se non strana, poi quando mi sono alzato ho visto sul davanzale della cucina un manipolo di uccellini — cinciarelle colorate di verde e grigio con la strisciolina nera intorno al capo — riuniti come a reclamare, che appena m’han visto si sono dispersi. Per questo sono uscito a rifornirli prima ancora di lavarmi la faccia e far colazione — ma non prima d’aver nutrito il cane e i gatti, si capisce. E’ stato allora che ho visto il cipresso schiantato. Prometteva bene quell’albero, immaginavo quando un giorno sarebbe diventato gigante come quelli che torreggiano sul crinale della mia collina, così caratteristici contro il blu del cielo nella bella stagione. Sono cipressi italiani, è questo il loro nome, quelli lunghi a punta che popolano anche molti cimiteri, chissà perché; detto per inciso, fu a un cipresso italiano che mio padre s’impiccò, dentro un cimitero, ma questa è un’altra storia. Molti altri tipi di cipresso, soprattutto americani, hanno forme completamente diverse, non sembrano neanche parenti. Adesso, mentre in casa la luce salta e poi ritorna, e poi ancora salta e ritorna di nuovo, e la linea telefonica resiste ma non si sa ancora per quanto, mi domando che ne sarà di questo moncone di cipresso.

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Non riesco a immaginare che tu fossi così fragile e non riuscissi a farti rispettare. Ci credo, ovviamente, ma non riesco a immaginarti così, né d’altronde riesco a immaginarti duro e spietato (te l’ho già detto). Forse perché adesso hai raggiunto o stai raggiungendo faticosamente un minimo di equilibrio, anche se spesso ti viene da piangere (e io vorrei essere lì ad abbracciarti forte, quando accade). Riguardo alla mia ferita e al mio cuore, non so se potranno mai guarire… io, certe volte, ho pensato che ormai sono “rovinata”! Però mi fa tanto bene stare con te… non sai quanto. Che bella persona tua madre. Non mi avevi ancora detto che era una maestra! Io adoro le vere maestre e di sicuro da quel che dici tua madre lo era. Che bel rapporto hai con lei. Questo è un punto forte. E ti ha cresciuto bene, poi, perché altrimenti sarebbe stato molto più difficile per te non lasciarti travolgere dai tuoi errori e rialzarti come hai fatto. Forse tua madre è un po’ per te quel che mio padre è per me. A proposito di quello che mi avevi chiesto: è vero, ho un comodino molto lungo e pieno di libri. E davvero ogni tanto mi leggo uno dei racconti di James prima di addormentarmi (per avere incubi!).

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Leggendoti, ho avuto diverse impressioni di te. Sei giovanissima e ami la cultura e la letteratura in un modo viscerale, che pochissimi giovani conoscono. Hai la fortuna di aver avuto tanti parenti amati — mentre io, ad esempio, non ho mai conosciuto i nonni — e d’avere un rapporto splendido con tuo padre, che con una figlia come te possiede una fortuna colossale. Poi, tendi alla riflessone e all’ascolto, e non prediligi il chiacchiericcio perché sei malata di profondità: in questo mi somigli senz’altro. Anch’io parlo poco e non mi apro mai quanto sto facendo ora. Non è sbagliato, sai? No, anzi, a me sta facendo rivivere. E un giorno vorrò vederti e toccarti le mani e le guance, per sentirne la consistenza, per sentire che sei vera. Mi piacerebbe conoscere il tuo lavoro, e sentire la tua voce.
Mi raccomando, leggimi sempre. Mi raccomando.