La valleuse

Claude Monet, Ombres sur la mer à Pourville, 1882

Illuminante, al riguardo, è la corrispondenza con Guy de Maupassant: è il 1877, sono i suoi ultimi anni di vita, e Flaubert, che sta lavorando a Bouvard e Pécuchet, manda il giovane Maupassant a indagare al posto suo. «Ho bisogno di una scogliera che faccia paura ai miei due amici», gli scrive. «L’ho cercata per tutto il pomeriggio nei dintorni di Le Havre. Ma non ci siamo, mi serve del calcare a picco». Maupassant gli indirizza allora una lunga lettera estremamente dettagliata, che include numerosi disegni ed è la descrizione di una parte della costa normanna. E Flaubert per tutta risposta: «Le sue indicazioni sono perfette. Ho l’impressione di avere davanti agli occhi l’intera costa. Ma è troppo complicato». E precisa la sua ordinazione: «Mi serve: 1. una scogliera; 2. una curva di questa scogliera; 3. dietro la curva una valleuse la più possibile scoscesa; e 4. una seconda valleuse o un modo qualsiasi per risalire facilmente sul pianoro»; e conclude in tono impaziente: «Insomma,  mio caro, ha capito quel che mi serve, mi dia una mano».
Lo scambio è eloquente, perché a quanto consta dai Carnets du travail Flaubert è stato sul posto un mese prima e, come testimonia una scheda, ha già fatto un sopralluogo. D’altro canto, quei luoghi di cui tanto ha bisogno potrebbe in fondo inventarli: il capitolo in questione, oltretutto, dev’essere brevissimo. E invece no: gli occorre sempre e comunque una base reale e molto precisa (una valleuse, ad esempio, è una breve valle sospesa che si apre nella scogliera e sbocca sul mare), una base sulla quale sviluppare la narrazione. Senza questa realtà, senza questo concretissimo frammento di realtà, l’immaginazione non può procedere. Se si tiene conto di questi lunghi scambi, fondati sulla reale preoccupazione di Flaubert in rapporto alla costruzione della scena, sull’esigenza di un luogo reale dove situarla, non sarà inutile cercare l’esito di questo lavoro nel testo definitivo di Bouvard e Pécuchet. Ebbene, si riduce pressoché a nulla. Una quindicina di righe che sarebbe benissimo potuta scaturire da un poco impegnativo lavoro di immaginazione. Ma non si poteva saltare quella tappa.

Jean Echenoz, la Lettura #323, pag. 19

# 45

url

Quando vivevo in collina, la sera mi capitava di appisolarmi sulla poltrona che tenevo di sotto, vicino alla scrivania dello studio. Una poltrona sulla quale era rischioso sedersi, perché generalmente ci si perdevano i sensi per almeno un’oretta (altri che l’hanno provata possono confermarlo). Quando mi risvegliavo, mi trovavo in un intontimento pesante come piombo, e tornare a muovermi per prepararmi per la notte diventava un’impresa. Lì la notte era particolarmente buia, tranne quando c’era la luna (in quei casi la luminosità era stupefacente), e intorno si sentivano solo i piccoli suoni della vita selvatica. La porta di casa, quella principale, non era mai chiusa a chiave: sarebbe stato troppo rischioso, perché se fossi uscito da quella di sotto e mi si fosse chiusa inavvertitamente alle spalle, poi sarei rimasto fregato. Dunque, era una semplice porta-finestra che si apriva girando la maniglia, e qualunque “malintenzionato” sarebbe potuto entrare e sorprendermi nel sonno. Metto le virgolette per sottolineare l’inconsistenza della definizione, visto che lì era quasi impossibile che vita umana si aggirasse nel buio, trattandosi di aree collinose semiboschive, con terreno poco amichevole se non accidentato e pericoloso, e radi abitanti poco abbienti se non poveri tout court — anche se sono convinto che molti nascondessero banconote sotto il classico mattone o nel materasso. E poi si sarebbero svegliati prima gli animali dei dintorni: da cortile, da stalla, da guardia, più numerosi degli umani. Dunque, niente malintenzionati lì, neanche a pagarli (anche se a volte volte me l’auguravo, che qualcuno avesse il fegato di venirmi ad affrontare).

(foto: www.internationallandscapephotographer.com)

· 19


Sai, oggi stavo impazzendo dalla stanchezza di stare al computer (i personaggi di questo fumetto sono troppo chiacchieroni e questo significa che ogni pagina è zeppa di balloon, molto più del normale e quindi non si finisce mai…) e mi saliva una grande tristezza, allora ho fatto l’unica cosa che mi fa star bene: ho preso la bici e sono uscita (ho pensato che un’oretta – non di più – potevo concedermela). Giornata calda e stupenda, ho preso il primo sole di stagione. Ma soprattutto, pedalando per stradine deserte di campagna, ho provato la gioia che solo nella natura (per quanto contaminata dall’uomo) posso provare. Pensa che sono così felice in quei momenti che sorrido da sola e poi mi batte forte il cuore e penso sempre che spero che nessuno mi veda perché è un po’ imbarazzante essere così palesemente e irresistibilmente felici. E poi è una gioia fisica, che parte dal corpo, una gioia quasi pagana, la definisco sempre.
Penso sempre, perché lo sperimento, che io sto bene solo lì, quando sono sola e per esempio mi siedo sull’erba e mi sento terra, o mi sento l’aria che respiro. Solo così sto veramente bene e mi sento libera anima e corpo, non sempre ingabbiata come al solito. Allora mi sono chiesta perché ci tengo tanto alla mia cultura se io mi sento così “natura” e so che la mia felicità è lì nella natura. Cosa me ne faccio di un cervello “intellettualizzato” quando non è lì che mi sento bene? E poi, anche, cosa m’importa di stare bene con gli altri o di “integrarmi” quando io sento tutta la potenza che ho dentro me in certe circostanze, e lì sì che mi sento forte e sicura.
Bene, dopo, rigenerata, mi sono rimessa al computer come una qualunque grigia persona, ma con il sole dentro, però. Non stare a rispondermi alle domande, perderesti tempo, mi risponderai quando ci vedremo. (Secondo me ho sbagliato epoca, comunque!)