Il Principe

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco, si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

[ Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà. ]

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Uguaglianza e diversità

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Secondo Simone Weil, se è vero che “un uguale grado di attenzione è dovuto ai bisogni di tutti gli esseri umani”, si deve stabilire un equilibrio fra uguaglianza e diversità.
L’equilibrio può valersi di una proporzione fra potere e rischi, basata sulla responsabilità. Questo implica una data organizzazione dei rischi e, nel diritto penale, un concetto della punizione in cui il rango sociale abbia ruolo di circostanza aggravante nel determinare la pena; tutto ciò a maggior ragione quando si è sul piano delle alte cariche pubbliche.

Occorre che il crimine di disonestà degli uomini pubblici verso lo Stato sia davvero punito più severamente della rapina a mano armata.

Questo perché rifare un’anima al paese è problema urgente e pratico.

Dio lo vuole

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«Signori, non è molto tempo che ci siamo ritrovati qui, in un’occasione che mi ha dato più conforto e soddisfazione di quelli che me ne dia l’odierna. Ciò che io vi debbo dire non richiede preamboli, perché il motivo di questa riunione è chiarissimo. Avrei desiderato di tutto cuore che questo motivo non sorgesse.
Nella vostra precedente riunione io vi ho fatto conoscere quale sia stata l’origine prima di questo governo che vi ha chiamato e per l’autorità del quale voi siete venuti. Vi ho detto poi fra l’altro che eravate un parlamento libero, e voi lo siete fino a quando riconoscerete l’autorità del governo che vi ha convocati. Ma questa parola di “parlamento libero”, implica una reciprocità o non significa nulla. Invero questa reciprocità era implicita ed esplicita e credo che i vostri atti e la vostra condotta dovevano conformarvisi.
Ma credo ora che sia necessario di fare l’apologia delle mie funzioni, ciò che non avevo l’idea di dover fare. Io penso e ho sempre pensato, da che ho assunto la mia carica, che se Dio non volesse sostenermi mi avrebbe fatto cadere. Ma se il dovere mi incombe di rimanere io non posso sottrarmi a questo dovere dinanzi a Dio. E questo sarà il preambolo del mio discorso.
Io non mi sono designato da me a questo posto. Lo ripeto: non mi sono designato io a questo posto. Di ciò Dio mi è testimonio e vi sono altri che darebbero la loro vita per testimoniare questa verità, e che ripeto vi direbbero che io non mi sono designato a questo posto».

«Solo Dio e  il popolo mi toglieranno dal mio posto, altrimenti io non lo lascerò; tradirei la missione affidatami da Dio, l’interesse del popolo, se lo lasciassi.
Ero un gentiluomo di nascita, non vivevo in altissimo ambiente, ma neppure nell’oscurità. E fui chiamato a parecchie cariche nella vita pubblica, ed ho servito in parlamento e fuori il mio paese e senza entrare in noiosi dettagli mi sono sforzato di compiere il mio dovere di galantuomo verso Dio, verso l’interesse del suo popolo e verso la cosa pubblica ed ho riscosso allora il consenso di tutti e ne ho le prove».

― Estratti del discorso di Oliver Cromwell al parlamento, 13 settembre 1654 (Calendar of State papers)

Quattro anni fa

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L’arresto di Claudio Scajola mi fa tornare in mente le mie osservazioni di quattro anni fa, quando venne a galla l’affare (a sua insaputa) dell’appartamento vista Colosseo:

 


“Non mi lascio intimidire”, dunque.
Ma il problema è che quando i media ti addentano — specie in un momento così delicato (scontro all’ultimo sangue nel Pdl) e per una questione così rilevante (quasi un milione di euro occultati al fisco, anche se l’episodio riflette una pratica diffusa, quella di non dichiarare le cifre intere nelle compravendite immobiliari) — non è facile liberarsi senza danni. Come minimo bisogna mettere in conto pantaloni sdruciti e lesioni profonde alle chiappe.

https://ferrucci.wordpress.com/2010/05/01/non-lasciarsi-intimidire

Lo showman politico nello spazio pubblicitario (2)

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La classe politica ha poi smarrito la sua specificità: il suo elemento non è più tanto quello della decisione e dell’azione: paradossalmente, la decisione viene assunta in un ambito analogo a quello dei videogame. L’essenziale non è più essere rappresentativi, bensì essere collegati. Del resto, gli interventi dei politici si riducono il più delle volte a questa sorta di partecipazione straordinaria, di collegamento che è anche esibizione. Noi non siamo più oggetto di convinzione ideologica, ma solo elementi di contatto. così i politici perdono ovviamente la loro aura specifica, e possono essere sostituiti da personaggi provenienti da un’altra scena: ad esempio, in questo momento, dagli attori, con il concorso dell’immaginario forgiato dai professionisti dei media. Ciò non vale solo per gli attori: la regola non esclude eventualmente gli intellettuali, gli specialisti, ecc. purché le loro caratteristiche professionali possano riassumersi in una prestazione spettacolare.

Jean Baudrillard, “Lo showman politico nello spazio pubblicitario”, in Fine della politica?, Editori Riuniti, Roma 1984

 

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La faccenda non funziona più con la stessa precisione; c’è una confusione di ruoli e quindi un cattivo funzionamento dello spazio della rappresentanza politica, che come tutti sanno si è perduta; e non tanto per una questione di coscienza politica, ma per il fatto che l’accelerazione dei flussi, l’accelerazione delle risorse ha bruciato tutti i circuiti, in particolare quello della rappresentanza.
Si può pertanto affermare che nessuna credibilità lega più i cittadini ai propri rappresentanti, come nessuna credibilità vincola le loro opinioni a quelle espresse nei sondaggi. Le persone non hanno letteralmente più opinioni, né volontà politica. La loro opinione è diventata aleatoria e si riflette in modo quanto mami versatile nel corso dei sondaggi, che diventano di conseguenza sempre più numerosi, visto che bisogna pur dare un significato a quello che forse non ne ha alcuno.
Al limite, questi episodi consultivi che sono poi i sondaggi, e che hanno in buona parte occupato la scena elettorale, hanno le funzioni degli spot pubblicitari televisivi: ciò significa che allo spazio pubblico si è sostituito uno spazio pubblicitario. non è più una macchina di rappresentazione, ma una macchina di simulazione; non di manipolazione, si badi, perché il cittadino non deve essere più manipolato, alienato, mistificato: questa è una visione consona alla classe politica che utilizza l’alienazione per conservare il monopolio delle coscienze, anche attraverso i media. La realtà è invece che i cittadini sono una simulazione di cittadinanza e il potere una simulazione del potere; la cosa potrebbe andare avanti all’infinito.

Jean Baudrillard, “Lo showman politico nello spazio pubblicitario”, in Fine della politica?, Editori Riuniti, Roma 1984

 

Cambiamenti

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Da questo dipende la variabile del successo: che se uno si comporta con cautela e pazienza nei tempi che esigono queste qualità, allora gli va bene; ma se i tempi cambiano e non cambiano anche i suoi comportamenti, allora gli va male. Non è possibile trovare un uomo che sia così saggio da sapersi adattare a questi cambiamenti; l’uomo non devia dalla sua inclinazione naturale, e se ha avuto successo seguendo una certa via, non si persuade ad abbandonarla. Ecco perché un uomo cauto, quando è tempo di slanci, non sa farlo e viene sconfitto. Se egli riuscisse a cambiare coi tempi, la sua fortuna non cambierebbe.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXV-6, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Fratelli d’Italia

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Pertanto i prìncipi italiani che, dopo essere stati a lungo sul trono, lo hanno poi perso, non accusino la fortuna, ma la loro inettitudine: non avendo mai, nei tempi tranquilli, pensato che il clima può mutare (è un difetto diffuso fra gli uomini quello di non prevedere la tempesta finché c’è il bel tempo), quando poi arrivarono le avversità, pensarono a fuggire e non a difendersi; e sperarono che i popoli, irritati dalla tracotanza dei vincitori, li richiamassero. In mancanza di meglio si può fare anche questo. Ma è molto male farlo per aver trascurato di adottare altre soluzioni, perché non si dovrebbe mai cadere con l’idea che tanto ci sarà qualcuno a sorreggerti. Questo può non accadere, e se accade non ti offre sicurezza, perché il tuo modo di proteggerti è stato vile e il tuo rialzarti non dipende da te. Le uniche difese del tuo potere che siano buone, certe e durevoli sono quelle che dipendono da te e dalle tue capacità politiche.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXIV-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

I tempi

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Ma, passando ai dettagli, dico che possiamo vedere un principe oggi aver successo e domani andare in rovina, senza che i suoi caratteri e le sue qualità abbiano subìto alcun cambiamento. Ritengo che questo dipenda innanzi tutto dalle ragioni che sono state a lungo esposte nelle pagine precedenti, vale a dire che un principe appoggiatosi unicamente sulla fortuna va in rovina non appena la fortuna cambia direzione. Ritengo inoltre che abbia successo colui che adatta metodi e mezzi alla qualità dei tempi, e analogamente che vada incontro all’insuccesso colui che viceversa non sa adattarsi ai tempi.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXV-4, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

I buoni consigli

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Un principe, pertanto, deve consigliarsi sempre con qualcuno, ma quando vuole lui, non quando vuole qualcuno. Deve anzi scoraggiare tutti dal fornirgli consigli, se lui non li chiede. Deve però chiederli spesso, e poi ascoltare con pazienza le verità che gli son dette; anzi, se capisce che qualcuno, per timore o per scrupolo, non gliele dice, deve preoccuparsene. Molti credono che i prìncipi reputati saggi, debbano questa reputazione di saggezza ai loro consiglieri e non a loro stessi; ma chi la pensa così si inganna. Una regola generale che non sbaglia mai ci dice infatti che un principe, il quale non sia saggio lui stesso, non può esser ben consigliato, a meno che per caso non si affidi interamentre a un uomo che lo governi e che sia uomo assai saggio. La cosa sarebbe possibile, ma durerebbe poco, perché quell’uomo, in breve tempo, sottrarrebbe al principe il potere. Se ascolterà più di un consigliere, questo stesso principe privo di saggezza, non riceverà mai consigli concordi, né sarà mai in grado di metterli d’accordo lui stesso. Ogni consigliere penserà al proprio interesse e il principe non saprà né rimediare né giudicare. Le cose non possono andare altrimenti, perché gli uomini finiranno sempre per servirti male, se non ci sarà una necessità che li costringerà a operare bene. Perciò possiamo concludere dicendo che i buoni consigli, da qualunque parte provengano, dipendono sempre dalla saggezza del principe, mentre la saggezza del principe non dipende dai buoni consigli.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXIII-4, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Uomini saggi

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Un principe prudente, pertanto, dovrà percorrere una terza via: sceglierà all’interno del suo Stato alcuni uomini saggi e darà solo a essi la facoltà di dirgli la verità, e unicamente a proposito delle cose su cui lui li interroga, e non d’altro. Ma deve interrogarli su tutto, udire le loro opinioni e poi decidere da solo, a modo suo. Questi consiglieri avranno dedotto dal suo comportamento che, quanto più si esprimeranno liberamente, tanto più saranno graditi. Al di fuori di loro, il principe non deve udire nessuno. Deve invece andare avanti nella decisione presa e perseverare in essa. Chi si comporta diversamente, o si rovina a causa degli adulatori o risulta troppo volubile, con grave danno al suo prestigio.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXIII-2, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Adulatori

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Non voglio trascurare un punto importante, che riguarda un errore in cui i prìncipi cadono facilmente, a meno che siano prudentissimi e facciano buone scelte. Mi riferisco agli adulatori, di cui sono piene le corti. Gli uomini, infatti, si compiacciono delle loro vicende personali e per esse a tal punto si ingannano che difficilmente riescono a salvarsi da questa peste. Chi vuole proteggersi da essa, rischia di essere disprezzato, perché non c’è altro modo di difendersi dall’adulazione che quello di lasciar capire alla gente che non ti offende a dirti la verità. Ma quando ognuno può dirti la verità, non sei più rispettato.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXIII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Sospetti

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I prìncipi, soprattutto quelli nuovi, hanno trovato maggior fedeltà e utilità in coloro che all’inizio consideravano sospetti, più che negli amici della prima ora. Pandolfo Petrucci, signore di Siena, governava per mezzo di coloro che all’inizio gli erano parsi sospetti, più che per mezzo degli altri. Ma questa cosa non si può generalizzare, perché varia secondo i casi. Dirò solo questo: che il principe può con facilità grandissima conquistare coloro i quali, pur essendogli stati nemici all’inizio, hanno poi bisogno di appoggiarsi al principe per sopravvivere. Tanto più devono fedelmente servirlo, quanto più sanno di dover cancellare coi fatti l’idea sfavorevole che si aveva di loro. E così il principe trae maggior utile da essi che non da coloro i quali, servendolo con troppa confidenza, trascurano i suoi affari.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XX-7, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Nemici

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Senza dubbio i prìncipi diventano grandi quando superano le difficoltà e le opposizioni. La fortuna pertanto, soprattutto quando vuol far diventare grande un principe nuovo – bisognoso di prestigio più di un principe ereditario – gli crea nemici che conducano imprese contro di lui, dando modo al principe stesso di superarle. In tal modo, grazie alla scala che i nemici gli hanno offerta, egli può salire più in alto. Molti, perciò, sono convinti che un principe saggio deve crearsi apposta qualche nemico per sconfiggerlo, e in tal modo diventar più grande.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XX-6, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Temuti o odiati

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Il principe deve farsi temere in modo tale che, pur senza farsi amare, gli riesca tuttavia di non farsi odiare. Si può essere temuti e nello stesso tempo non odiati. E anzi il principe riuscirà sempre a raggiungere questo risultato se rispetterà i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, nonché le loro donne. Se gli è necessario colpire qualche famiglia, lo faccia, ma soltanto se egli dispone di una giustificazione adeguata e di una causa evidente. Si astenga soprattutto dal prendere la roba degli altri, perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. D’altra parte le occasioni per depredare qualcuno non mancano mai. Chi comincia a vivere di rapine trova sempre occasioni per impadronirsi dei beni altrui, mentre le occasioni per colpire le famiglie sono più rare e più brevi.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVII-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013