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6918522-tavoletta-con-scrittura-cuneiforme-degli-antichi-sumeri-o-la-civilta-assira-in-iraq

Innanzitutto voglio rassicurarti: quella lettera non è affatto una punzecchiatura, non lo è per niente, anzi. Forse (a ben riflettere) è una “celebrazione”: ho voluto portare in chiaro un frammento che ci eravamo scritti in privato, nel nostro atelier.
Quella lettera vorrebbe essere la prima di una serie di frammenti di lavoro sul mio scrivere: sui miei progetti, sugli appunti preparatori delle scene, sugli “studi” di raffigurazione narrativa (analoghi a quelli che fanno i pittori) di cui ho riempito intere agende quando lavoravo ai romanzi che ho scritto. Mi piace l’idea di mostrare i materiali della mia “officina”. Non ti sembra una bella idea? Tutto qui, come vedi: è un progetto che ha un senso, e vuol anche servire come cura ricostituente per rimettermi a lavorare.
E magari parliamo della tua situazione, mi piacerebbe molto. Mi sembra d’intuire il pozzo di senso d’inadeguatezza in cui ti senti: sembra simile al mio, dal quale peraltro non sono ancora uscito. Quindi riesco a comprenderti molto bene, e sono solidale proprio perché i nostri stati si somigliano. Non essere in preda al panico, sono sicuro che da questa situazione usciremo: ne usciremo certissimamente!

 

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aliens


Sai, quando
leggo le tue lettere mi rassereno, riprendo fiducia e ottimismo. Perché standoti lontano e non riuscendo a leggerti in maniera estesa, a volte emerge un pensiero strisciante, che mi prende e mi lascia, e poi ritorna, subdolo: il timore di essere destinato a perderti, prima o poi. E questo pensiero subdolo e strisciante, sempre in agguato, mi mette di malumore e mi fa soffrire, mi fa pensare che, alla fine, non avrò scampo da quella sorda infelicità che tornerà a strangolarmi. Invece, leggendo le tue lettere così entusiaste e piene d’amore, tutto questo si dissolve e torna lo splendore che sei capace di donare: perché il tuo sentimento è autentico e forte. Non solo ti sto facendo del bene, ma anche tu me ne stai facendo moltissimo. Vorrei poterti abbracciare e accarezzare tutti i giorni, anche solo per il tempo necessario a donarmi quella fiducia e quella vitalità che rendono bella la vita e degna d’esser vissuta. Sei con me sempre, da quando riemergo dal sonno e per tutto il tempo in cui mantengo una coscienza. Sei una presenza imprescindibile, ormai, senza te non riesco a immaginare il procedere della vita.

 

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magritte


Oggi ho provato a immaginare cosa mi succederebbe se dovessi separarmi da te e non vederti più. Già ne ho sentite sulla pelle le ipotetiche conseguenze – in scala ridotta – quando strani e infondati pensieri ti mostravano allontanata da me. Facendo le debite proporzioni, visto che conosco il mio fisico e certe manifestazioni della mia psiche, provo a ricostruire uno scenario “pratico”, avvalendomi di un esempio.
Se mi accadesse di rendermi conto all’improvviso, in qualsiasi modo (una tua lettera di addio, oppure il vederti abbracciata a un altro, oppure se te ne andassi dicendomi o lasciandomi capire di non considerarmi più importante), che ti ho persa, che non ti vedrò più se non come semplice conoscente, che tutto è finito, sentirei esplodere in me una serie di reazioni fisiche che investirebbe il sistema nervoso, irradiandosi nel cervello e nella psiche. Il petto mi friggerebbe come se fosse collegato a cavi elettrici a basso voltaggio; la vista si annebbierebbe; tutti gli oggetti che mi circondano perderebbero significato, e così le cose che devo fare o sto facendo. Mi fermerei annichilito, con la sensazione di friggere che s’intensifica e si diffonde nel corpo, fino ad arrivare alla testa e alle facoltà percettive. Quindi, non sentirei quasi i richiami di chi mi è vicino, che magari mi chiede cosa mi stia succedendo. La vita intera, cioè tutto l’ambiente circostante e la consapevolezza delle mie funzioni, a partire da ciò a cui ero intento, diverrebbe estranea. Resterei così, inerme e inerte, senza sapere che fare e senza riuscire a rispondere alle sollecitazioni, coi battiti del cuore che martellano e il corpo che brucia. Improvvisamente la vita mi apparirebbe insensata, e anche il mondo che mi circonda perderebbe senso. Credo che uno stato simile alla “frittura interna” lo provai quando assunsi una medicina che mi colpì il sistema nervoso, facendomi soffrire per due giorni: l’unica differenza è che quella mi dava le allucinazioni, che qui non avrei. Qui avrei il vuoto, un vuoto doloroso e invalidante. Ecco, forse la parola giusta sarebbe questa: invalidante, perché resterei incapace di fare alcunché per un periodo imprecisato. Sarei stordito dal dolore, dal friggere interno, dal peso sul diaframma, dal galoppare forsennato del cuore, dallo smarrimento che m’invade e mi rende incapace di rispondere agli stimoli e di dire cosa mi sta succedendo. La preoccupazione di chi mi sta vicino, le domande ripetute e pressanti peggiorerebbero il mio stato, perché sarei impossibilitato a rispondere, non potrei dire: “Aiuto, ho un’improvvisa fitta nel cervello!”, oppure: “Oddio, mia madre è morta!” ed essere subito soccorso: no, non riuscirei a parlare, dovrei tenere dentro l’incendio senza poter aprire nemmeno una valvola, e allora la pressione interna crescerebbe, e la sofferenza pure, e anche l’annichilimento e il senso d’impotenza. Questo sarebbe l’inizio. Poi non so come e per quanto tempo proseguirebbe. Quello che temo nel senso più pratico e immediato è proprio l’esplosione interna che fa friggere il corpo e schiaccia il cuore fino a invadere la capacità di pensare e di muoversi e di riconoscere le cose e il senso del proprio esserci. Perché il seguito sarebbe proprio la perdita di senso. Cioè non riconoscerei più la funzione delle cose, ad esempio il fatto che mi sto mettendo a tavola: a che servirebbe mangiare? Se chi mi è vicino mi rivolgesse delle domande, lo guarderei cercando di assegnargli un ruolo, che in quel momento avrebbe perso. I miei libri mi diverrebbero estranei: mi aggirerei fra gli scaffali, con l’incendio che infuria dentro e la sensazione di dolore che cresce, chiedendomi perché mai ne ho accumulati tanti, a cosa mai potevano servire. Mi aggirerei per la casa come un fantasma dolente che ha perso l’orientamento. Ecco cosa succederebbe, se mi rendessi conto di averti persa. Quindi, su questa base empirica, posso affermare con buona approssimazione che tu, per me, sei tutto.