materiali 7. Magnum Opus

Alchimia-764113

Fondamentale è l’identità che gli alchimisti affermano esistere tra la creazione del cosmo e l’operazione che realizza la Grande Opera. In virtù della legge d’analogia, essi riconoscono che il capitolo primo del libro della Genesi è la più grande pagina d’alchimia; chiunque abbia compreso il mistero della creazione del cielo, della terra, delle acque, della luce, e quindi degli animali e degli uomini, conosce il segreto della pietra filosofale.

L’athanor, in cui si compie la trasmutazione, à una matrice a forma d’uovo, come il mondo stesso, che è un uovo gigantesco, l’uovo orfico che si trova alla base di tutte le intuizioni in Egitto e in Grecia. E come lo spirito del signore fluttua sulle acque, così nelle acque dell’athanor deve fluttuare lo spirito del mondo, lo spirito di vita di cui l’alchimista deve impadronirsi.

lossy-page1-800px-Five_birds_Basilica_philosophica_Merian_1618.tif

Un antico libro d’alchimia di Mylius, Basilica philosophica, Francoforte 1620, ha indicato questa analogia in una bella tavola di Mérian. In cima il mondo, il cosmo, espresso in sintesi simbolica; il mondo celeste rappresentato dagli angeli e il nome del signore «Tetragrammaton»; il mondo planetario e zodiacale; il mondo terrestre costituito dagli elementi. Sopra, l’uomo, Adamo, analogo al sole e all’oro, elemento maschile; la donna, Eva, simile alla luna e all’argento, elemento femminile: ambedue sono gli agenti dell’operazione alchemica e sono legati con catene al macrocosmo. Al centro, il paradiso terrestre con i sette metalli, il tutto circondato da figure emblematiche.Il procedimento seguito nella formazione del mondo è uguale alla generazione animale: per questo tutti gli alchimisti ripetono spesso, con ostinazione, che la loro unica maestra è la natura, che il libri non sono necessari per compiere la grande opera, e che per riuscire basta aprire gli occhi e imitare la natura.

Il presidente d’Espagnet, nel suo Enchiridion Physicae Restitutae, Parigi 1651, incomincia tracciando le fasi della creazione del mondo, che egli considera base del procedimento dell’opera: «Chiunque ignori che lo spirito che ha tratto il mondo dal nulla e lo governa è l’anima del mondo, ignora le leggi dell’universo». Egli insiste sulla conoscenza della «Natura seconda, che è lo Spirito dell’universo, cioè una virtù vivificante della luce che fu creata fin dall’inizio e che fu unita al corpo del Sole, quella che Zoroastro ed Ercole hanno chiamato anima del mondo». A causa di questa costante imitazione della natura, gli alchimisti si sono anche definiti i filosofi per eccellenza, i saggi; per questo essi chiamano la loro scienza «la filosofia» e il risultato della loro opera Pietra filosofale.

Annunci

materiali 6. Recipe

1006px-Alchemist's_Laboratory,_Heinrich_Khunrath,_Amphitheatrum_sapientiae_aeternae,_1595_c

Seguono poi tipiche ricette derivate dall’antica tradizione orale. In latino le ricette cominciano con Recipe, in greco con Labon, cioè con «si prenda». Eccone l’inizio: «Si prenda dell’argento vivo, lo si fissi in grumi di terra o mediante magnesia o zolfo e lo si metta da parte. [Questa è la fissazione per mezzo del calore, la miscela delle specie.] Si prenda una parte di piombo e della preparazione fissata per mezzo del calore, e due parti di pietra bianca, e una parte della medesima pietra, e una parte di Realgar [solfuro rosso di arsenico] e una parte di pietra verde [non si sa cosa sia]. Si mescoli il tutto con il piombo, e quando lo si è disintegrato lo si riduca tre volte allo stato liquido [cioè lo si faccia fondere tre volte]. Si prenda argento vivo sbiancato con il rame, e si prenda di esso e di magnesia dominante un’altra parte, con una parte d’acqua, e di ciò che resta in fondo al vaso e che è stato trattato con succo di limone, si usi una parte, e di arsenico che è stato catalizzato con l’orina di un fanciullo incorrotto, una parte, e quindi di Cadmeia [cadmia, o calamina, termine che indica genericamente un minerale capace di produrre fuoco] una parte, e di Pirite [altro minerale che produce fuoco] una parte, e una parte di sabbia cotta con lo zolfo, e due parti di monossido di piombo con absesto, e una parte di ceneri di Kobathia [probabilmente un solfito di arsenico], e si riduca il tutto allo stato liquido con un acido molto potente, un acido bianco, e si lasci seccare, e si otterrà così il grande rimedio bianco». Il testo continua così per altre due pagine.

Tra gli elementi chimici citati, c’è un elemento di natura un po’ diversa: l’orina di un fanciullo incorrotto. Naturalmente anche l’orina contiene importanti sostanze corrosive ed era molto usata; ma il fatto che debba appartenere a un fanciullo incorrotto – che non abbia cioè ancora raggiunto l’età della pubertà – denuncia l’importanza delle rappresentazioni magiche. È pregiudizio generale e antica superstizione che l’orina di un fanciullo incorrotto sia particolarmente efficace non solo nelle reazioni chimiche ma anche negli incantesimi d’amore, dove si dimostra più potente della comune orina in quanto contiene qualcosa di magico. L’uso dell’orina di un fanciullo incorrotto era una tradizione della magia africana e in particolar modo di quella egizia. Poco prima di raggiungere la pubertà i ragazzi hanno doti medianiche piuttosto sviluppate, che perdono in seguito. I maghi, che praticavano spesso l’ipnotismo, usavano altre persone come medium, perché rivelassero la verità mentre erano addormentate. Per tali esperimenti magici, anticamente assai diffusi, venivano preferiti i fanciulli impuberi, e i maschi più delle femmine: si riteneva infatti che un fanciullo incorrotto fosse il vaso più puro dell’inconscio, tramite il quale potevano parlare spiriti e dèi.

tlc0400

La struttura di questo racconto ricorda la storia raccontata nel Libro di Enoch, un’apocalisse apocrifa, in cui si dice che tutte le arti e i mestieri (la lavorazione del ferro, l’alchimia, la cosmesi) furono rubati dalle figlie degli uomini agli angeli o, secondo, altre versioni, ai giganti. Così come nel mito ebraico le arti appartengono prima agli angeli o ai giganti e poi vengono conquistate dalle donne, nel nostro testo i segreti alchimistici appartengono all’angelo e poi vengono conquistati da Iside. Iside li trasmette a Horus, e in questo modo ha inizio la tradizione.

Il mito ebraico sostiene che tutto il male viene dalle donne, come ben sappiamo dalla Genesi e dalla Storia di Eva, che aveva anch’essa il problema di come ottenere la conoscenza da Dio. Nella storia biblica Eva la ottiene dal serpente e la trasmette ad Adamo – il che è un furto perché Dio teneva per sé la conoscenza di sé – e da quel momento l’uomo conosce il bene e il male, come Dio. Nella Genesi il furto è considerato soltanto un male. Nel Libro di Enoch il furto dei segreti della tecnica da parte delle donne ha la stessa connotazione e contribuisce alla corruzione del nostro mondo, che perde con esso l’innocenza originale.

Nel testo del Codex Marcianus invece la prospettiva è completamente cambiata: il fatto che Iside riesca ad ottenere il segreto dagli angeli è vissuto come una grande conquista. La vicenda di Iside contiene un elemento nuovo: l’elemento femminile, il principio femminile, carpisce il segreto agli strati più profondi e, facendo da mediatore, lo trasmette all’umanità. In questo testo Iside non viene rappresentta come una dea, ma piuttosto come una profetessa, perché conosce il futuro in modo veritiero; essa manifesta la verità che prima era nascosta, svela l’arcano a suo figlio: l’uomo genera l’uomo, il leone il leone, il cane il cane. La conoscenza può essere, quindi, tanto velenosa quanto salutare: perciò secondo alcuni miti essa è causa della corruzione del mondo e secondo altri invece è benefica e sanatrice. L’idea biblica è che la conoscenza è dapprima corruzione ma poi si trasforma in guarigione. Essa è sinonimo di corruzione nel Vecchio Testamento, ma poi Cristo se ne serve e la trasforma in guarigione, cosicché bisogna assumere verso di essa un atteggiamento ambivalente.

materiali 5. La profetessa Iside

codex_marcianus_main_venetia_Xth

Un testo greco contenuto nel Codex Marcianus, un grosso manoscritto miscellaneo conservato a Venezia nella Biblioteca Marciana, è intitolato La Profetessa Iside a suo Figlio, ed è un testo alchemico risalente all’incirca al I secolo a.C. Il figlio di Iside è Horus; dietro il titolo c’è il simbolo della falce di luna, ma nessuno sa cosa significhi. Nella mitologia egizia c’è una famosa battaglia, in cui Seth acceca Horus e Horus taglia i testicoli a Seth. Entrambi vengono poi curati dal dio lunare Thoth, e cooperano insieme alla resurrezione del padre Osiride. Horus, il dio solare che restaura l’ordine, è l’antitesi di Seth, che rappresenta la passione caotica, la distruzione, la brutalità, è soprannominato l’Ardente, ed è nemico e assassino di Osiride.

Iside esordisce così: «Oh, figlio mio,quando tu decidesti di andare a combattere il perfido Tifone [cioè Seth] per il regno di tuo padre [il regno di Osiride], io mi recai a Hormanouthi, cioè a Hermopolis, la città di Hermes, la città egizia della sacra arte, e vi rimasi qualche tempo. Dopo un certo passaggio dei “kairoi” e il necessario movimento della sfera celeste, accadde che uno degli angeli che abitavano nel primo firmamento mi vide dall’alto e venne a me desiderando congiungersi carnalmente. Aveva gran fretta che l’unione avesse luogo, ma io non gli cedetti. Resistetti, perché volevo interrogarlo sulla preparazione dell’oro e dell’argento».

L’elemento kairoi gioca un ruolo importante anche in un altro antichissimo testo alchemico, in cui Zosimo sostiene che tutta l’alchimia dipende dal kairos, e definisce le operazioni alchemiche kairikai baphai, tinture di kairos. Egli teorizza che i processi chimici non avvengono da sé, ma soltanto nel giusto momento astrologico. In pratica, se lavoro con l’argento, la Luna, che è il pianeta dell’argento, deve trovarsi nella posizione giusta; se lavoro con il rame, Venere deve trovarsi in una certa costellazione; altrimenti le mie operazioni con l’argento e con il rame non avranno successo. Non basta prendere i due metalli e unirli, ma bisogna anche valutare e attendere la posizione astrologica adatta e pregare le divinità planetarie. Solo se si tiene conto di tutto ciò è possibile che l’operazione chimica riesca. L’espressione kairikai baphai implica l’idea che bisogna considerare la costellazione astrologica sotto la quale l’operazione avviene. Kairos, a quell’epoca e in quel contesto, significa il momento giusto dal punto di vista astrologico, il momento in cui si può riuscire nell’opera.

gennaio-carta-del-cielo

L’alchimista è l’uomo che non solo deve conoscere la tecnica, ma anche tener conto delle costellazioni. Perciò Iside dice che, conformemente al passare di quei momenti (tra i quali bisognerà scegliere quello giusto) e al movimento della sfera celeste (cioè al movimento dei pianeti), accadde che uno degli angeli del firmamento mise l’occhio su di lei ed ebbe il desiderio di congiungervisi carnalmente. Iside tergiversa, perché vuole strappargli il segreto dell’alchimia, e fa un patto con l’angelo: gli si concederà solo se prima le rivelerà tutto ciò che sa su quell’argomento. «Quando gli feci la domanda, replicò che non intendeva rispondermi poiché si trattava di un mistero capitale, ma disse che sarebbe tornato il giorno seguente e avrebbe portato con sé Amnael, un angelo più grande, il quale sarebbe stato in grado di rispondermi e di risolvere il mio problema. Ed egli mi disse qual era il suo segno [cioè in che modo Iside avrebbe potuto riconoscere l’angelo] e che mi avrebbe portato e mostrato, reggendolo sul capo, un vaso di ceramica pieno d’acqua scintillante. Egli [l’altro angelo] intendeva dirmi la verità. Questo vaso è un “possoton” e non v’è pece in esso».

khonsA questo punto, in margine al testo, c’è il segno del dio Khnouphis, talvolta usato anche per il dio lunare Khons. «Il giorno seguente, quando il sole era a mezzo del suo corso, scese dal cielo l’angelo che era più grande del primo, e fu preso dallo stesso desiderio di me e aveva gran fretta [di soddisfarlo]. Ciononostante io volevo solo fargli la mia domanda. Quando stette con me non mi diedi a lui. Gli resistetti e vinsi il suo desiderio finché non mi mostrò il segno sul suo capo e mi consegnò la tradizione dei misteri, in piena verità e senza nasconder nulla. [Iside vince così la battaglia e l’angelo le rivela tutto ciò che sa sulla tecnica dell’alchimia.] Indicò poi nuovamente il segno, il vaso che portava sul capo, e cominciò a rivelarmi i misteri e il messaggio. Dapprima pronunziò il gran giuramento e disse: “Giuro, in nome del Fuoco, dell’Acqua, dell’Aria e della Terra; giuro in nome della Sommità del Cielo e della Profondità della Terra e degli Inferi; giuro in nome di Hermes e di Anubi, dell’ululato di kerkoros e del drago guardiano; giuro in nome della barca e del traghettatore Acharontos; e giuro in nome delle tre necessità, e delle fruste e della spada.” Dopo che ebbe pronunciato il giuramento, lo fece ripetere anche a me e mi fece promettere che non avrei mai rivelato a nessuno il mistero che stavo per ascoltare, tranne a mio figlio, al mio bambino, e al mio più intimo amico, così che tu sei me, e io sono te».

Non è chiaro se suo figlio sia il suo più intimo amico, o se si tratti di due persone diverse; né se «così che tu sei me, e io sono te» significhi «Tu, figlio mio, sei me» oppure si riferisca all’angelo e a Iside. Certamente, la frase significa che la persona che rivela il mistero all’altra realizza con lei un’unione mistica. Ogni volta che il mistero viene rivelato, i due diventano uno. Il manoscritto prosegue citando il mistero: «Ora vai, guarda, e chiedi al contadino Acheron. Venite, guardate, e domandate al contadino Acheron, e imparate da lui chi è colui che semina e chi è colui che raccoglie, e imparate che colui che semina orzo raccoglierà orzo e colui che semina grano raccoglierà grano. Ora, bambino mio, figlio mio, quella che hai udito è un’introduzione, ma da essa puoi capire che è così l’intera creazione e l’intero processo del nascere all’essere; e puoi capire che un uomo è solo in grado di generare un uomo, e un leone un leone, e un cane un cane, e se avviene qualcosa contro natura, allora è un miracolo e non può continuare a esistere, perché la natura gode della natura, e la natura vince la natura. Partecipando della potenza divina e rallegrandomi della sua divina presenza, risponderò ora anche alle domande riguardo alle sabbie, le quali non si preparano da altre sostanze, poiché bisogna stare nella natura così com’è e preparare le cose con la materia che si ha sottomano. Come ho già detto, il grano crea grano, e l’uomo genera l’uomo, e parimenti l’oro raccoglie oro, il simile produce il simile. Ecco, ti ho manifestato il mistero».

materiali 4. Le quattro fasi

alchimiapiramidi


Nell’antichità, l’iniziazione ai Misteri consisteva nel partecipare alla passione, alla morte e alla resurrezione di un dio. Anche se ignoriamo le modalità di questa partecipazione, si può supporre che le sofferenze, la morte e la resurrezione del dio venissero comunicate all’adepto, durante l’iniziazione, in modo per così dire “sperimentale”. Perché il senso dei Riti Misterici consisteva nella trasmutazione dell’uomo: attraverso l’esperienza della morte e della resurrezione iniziatiche, tutto ciò che si conosceva attraverso il mito diveniva definitivo e “immortale”.

Fin dall’inizio, nella letteratura alchemica greco-egizia si rappresentava lo scenario drammatico delle “sofferenze”, della “morte” e della “resurrezione” della Materia. La trasmutazione, l’Opus Magnum che porta – dopo un lungo percorso – alla Pietra Filosofale, si ottiene facendo attraversare alla materia quattro fasi, definite secondo i colori assunti dagli ingredienti: mélansis (nero), leúkosis (bianco), xánthosis (giallo) e iosis (rosso). Il nero – la nigredo spiegata dagli autori medievali – simboleggia la “morte”.

Le quattro fasi in cui sarebbe divisa la Grande Opera sono già attestate nei Physika kai Mystika attribuiti e Democrito (frammento conservato da Zosimo), il primo scritto propriamente alchemico, risalente al II-I secolo a.C. Queste quattro (o anche cinque) fasi dell’opera – nigredo, albedo, citrinitas, rubedo, talvolta viriditas, talvolta cauda pavonis (ovvero multicolore) – si ripropongono in numerose varianti per tutta la storia dell’alchimia araba e occidentale. È il dramma mistico del dio – la sua passione, morte e resurrezione, analogamente al Cristo dei Vangeli – che viene proiettato sulla materia per trasmutarla. In questo modo l’alchimista tratta la materia come nei Misteri è trattata la divinità: le sostanze minerali “soffrono”, “muoiono” e “rinascono” a un altro modo di essere, cioè sono trasmutate.

Nei suoi studi, Karl Gustav Jung attirò l‘attenzione su un testo di Zosimo (Trattato sull’arte, III, 1, 2-3), nel quale il celebre alchimista racconta una visione avuta in sogno: un personaggio di nome Jon gli rivela di essere squarciato con una spada, decapitato, scorticato, tagliato a pezzi e bruciato nel fuoco, e di aver sofferto tutto questo «per poter cambiare il proprio corpo in spirito». Al suo risveglio, Zosimo si domanda se ciò che ha visto in sogno fosse da collegare al processo alchemico della combinazione dell’Acqua, se non ne fosse la figura. Secondo Jung, quest’Acqua è l’aqua permanens degli alchimisti, e le sue “torture” con il fuoco corrispondono all’operazione della separatio degli elementi, espressa nelle opere alchemiche come smembramento del corpo umano.

In più, la descrizione di Zosimo ricorda lo smembramento di Dioniso e degli altri “dèi morenti” dei Misteri, e presenta diverse analogie con le visioni iniziatiche degli sciamani e con lo schema fondamentale di tutte le iniziazioni arcaiche. Ogni iniziazione comporta una serie di prove rituali che simboleggiano la morte e la resurrezione del neofita. Nelle iniziazioni sciamaniche, queste prove – subite “in uno stato secondo” – sono talvolta crudeli: il futuro sciamano sogna di essere fatto a pezzi, decapitato e messo a morte. Visto che questo schema iniziatico ha una matrice quasi universale, e vista la solidarietà che doveva esistere fra i lavoratori dei metalli, i fabbri e gli sciamani, la visione di Zosimo può essere inscritta in quell’universo spirituale.

Gli alchimisti, dunque, hanno proiettato sulla Materia la funzione iniziatica della sofferenza. Grazie alle operazioni alchemiche, omologate alle “torture”, alla “morte” e alla “risurrezione”, la sostanza viene trasmutata, quindi raggiunge uno stato trascendentale: diventa Oro, simbolo dell’immortalità. In Egitto, infatti, si riteneva che la carne degli dèi fosse d’oro: divenendo dio, il Faraone otteneva anch’egli una carne d’oro. La trasmutazione alchemica equivale così alla perfezione della materia; detto in termini cristiani, equivale alla sua redenzione.

 

materiali 3. I misteri greco-orientali

alchimia

L’alchimia che nei secoli ha influenzato la cultura occidentale è nata nell’ambiente ellenistico dell’Egitto del I secolo d.C., nella scuola di Alessandria. Originariamente era una tecnica, basata sulle pratiche metallurgiche artigianali dell’Egitto pre-greco, conosciute e tramandate da sacerdoti che avevano ottenuto dal Faraone il monopolio di fabbricazione delle loro leghe metalliche e ne custodivano il segreto in preziosi libri depositati nei templi. In seguito si sviluppò come filosofia, rappresentata dai Physika kai Mystika attribuiti a Democrito. Poi, come mistica: è l’epoca della letteratura alchemica, quella di Zosimo (III-IV secolo d.C.) e dei suoi commentatori successivi.

L’oriente ellenistico aveva ereditato le tecniche alchemiche dalla Mesopotamia e dall’Egitto: la trasmutazione dei metalli era ritenuta possibile perché l’unità della materia era già da tempo un dogma della filosofia greca. Tutti i concetti fondamentali della fisica moderna derivano dalla filosofia greca. I filosofi presocratici – Democrito, Eraclito, Talete di Mileto, Anassimene, Anassimandro – incentrarono le loro ricerche sulla natura, formularono delle teorie, e crearono termini tecnici quali tempo, spazio, atomo e materia. Ma non avevano nessun laboratorio dove sperimentare con la natura, così si affidavano all’intuizione speculativa, anche se talvolta facevano esempi pratici per spiegare ciò che intendevano dire. In pratica, non si preoccuparono mai di dimostrare le loro teorie.

Di conseguenza, nei testi alchemici greci non si trova l’interesse per i fenomeni fisico-chimici, dunque manca lo spirito scientifico. Ad esempio, nonostante lo zolfo sia citato centinaia di volte, non si fa mai allusione alle sue caratteristiche dopo la sua fusione e il conseguente riscaldamento del liquido, al di fuori della sua azione sui metalli. A differenza dell’atteggiamento della scienza greca classica, quello degli alchimisti non pareva interessato ai fenomeni naturali che non servissero ai loro scopi. Ma questo non significa che fossero solo cercatori d’oro, perché il tono religioso e mistico, tipico delle opere tarde, non si accorda con lo spirito dei semplici cercatori di ricchezze.

Tutto nacque con le scienze segrete egizie, che consistevano in un insieme di nozioni tecnico-pratiche tradizionali sul comportamento della materia. Le conoscenze degli Egizi erano diverse: sapevano fabbricare lo smalto, inchiostri invisibili, e leghe metalliche complesse. Così, la tradizione egizia del pensiero religioso e delle ricette pratiche si fuse con il rigoroso pensiero scientifico dei Greci. L’alchimia potrebbe essere nata nel momento in cui i modelli di pensiero della filosofia greca si saldarono con la prassi sperimentale della tradizione egizia.

Più che la teoria filosofica dell’unità della materia, è probabilmente la vecchia concezione della Terra Madre portatrice degli embrioni minerali che ha alimentato la fede in una trasmutazione dei metalli artificiale, cioè operata in laboratorio. È l’incontro con il simbolismo, le mitologie e le tecniche dei minatori, dei fonditori e dei fabbri che, probabilmente, ha dato luogo alle prime operazioni alchemiche. La tecnica come sapere privilegiato che si unisce col senso misterico-religioso: oltre a questo, la scoperta sperimentale della Sostanza vivente, come era concepita dagli artigiani dell’epoca. Da qui, la concezione di una Vita complessa e drammatica della Materia, che costituisce l’originalità dell’alchimia rispetto alla scienza greca classica: l’esperienza della vita drammatica della Materia può esser stata resa possibile dalla conoscenza dei Misteri greco-orientali.

 

materiali 2. La terra matrice


Continuano le annotazioni sull’Alchimia – detta anche Il Magistero o La Grande Opera (Magnum Opus) – raccolte nella mia officina, insieme ad altro materiale che servì a costruire la prima (complessa) storia che pubblicai.

*     *

Alchimia-764113


La teoria della “generazione dei metalli” è formulata abbastanza chiaramente nella maggior parte dei trattati alchemici. In accordo con la mentalità filosofica del Medio Evo, gli scrittori “ermetici” paragonano la formazione dei metalli alla generazione animale, e non vedono differenza tra lo sviluppo del feto negli animali e l’elaborazione di un minerale nella matrice del globo terrestre. Per formare un certo metallo dagli elementi presenti in natura, bastava dunque scoprire il seme dei metalli; per questo gli alchimisti chiamano uovo filosofico il vaso dove si ponevano le materie che dovevano servire alla realizzazione della Grande Opera. In questo quadro, la formazione dei metalli vili quali il piombo, il rame lo stagno era considerata come un puro accidente. La Natura – per sua natura – si sforzava di dare alle sue opere l’ultimo grado di perfezione, dunque tendeva costantemente a produrre oro; la nascita degli altri metalli era solo il risultato di un fortuito disordine sopraggiunto nella formazione di quel corpo.

Salmon, nella Biblioteca dei filosofi chimici (Parigi 1741), dice: «Occorre necessariamente ammettere che l’intenzione della natura nel produrre il metalli non è di fare il piombo, il ferro, il rame, lo stagno, e nemmeno l’argento, benché questo metallo sia del primo grado di perfezione, ma di fare l’oro (il figlio dei suoi desideri); perché questa saggia operatrice vuol sempre dare l’ultimo grado di perfezione alle sue opere e, quando non vi riesche, e vi si riscontra qualche difetto, è suo malgrado che ciò avviene… È questa la ragione per cui noi dobbiamo considerare la nascita dei metalli imperfetti così come quella degli aborti e dei mostri, che avviene soltanto perché la natura è sviata nelle sue azioni, e trova una resistenza che le lega le mani ed ostacoli che le impediscono di agire regolarmente come di solito fa. Questa resistenza che la natura trova, sono le scorie che il mercurio ha contratto per l’impurità della matrice, cioè del luogo dove si trova per formare l’oro, e per il miscuglio che fa in quello stesso luogo con uno zolfo cattivo e combustibile».

Come gli esseri animati, i metalli si sviluppavano in seno alla terra, passando per una serie di perfezionamenti che li facevano elevare dallo stato imperfetto a quello perfetto. Per gli alchimisti, lo stato d’imperfezione di un metallo era caratterizzato dalla sua alterabilità, mentre il suo stato di perfezione dava la proprietà di resistere all’azione delle cause esterne.
Le diverse modificazioni che subivano i metalli per arrivare allo stato di oro o argento erano provocate dall’azione degli astri. L’influenza segreta esercitata dai grandi corpi celesti era lentissima: esigeva secoli per compiersi. In pratica, dentro la terra si troverebbe sempre uno stesso metallo sotto parecchi stati differenti, e spesso sarebbe aggregato in diverse combinazioni: da questi composti l’Arte alchemica doveva riuscire a estrarre il metallo puro. Questo portò i primi chimici a credere che i diversi metalli contenuti nella terra costituissero altrettanti gradi successivi di perfezione, destinati a condurli verso il loro stato definitivo.

I metalli e altre sostanze minerali furono consacrati fin dall’origine ai sette “pianeti” tradizionali. A Saturno si consacravano il piombo, il litargirio, l’agata e altre materie affini; A Giove lo stagno, il corallo, la sandracca, lo zolfo; al pianeta Marte il ferro, la calamita e le piriti; al Sole, considerato un pianeta, l’oro, il giacinto, il diamante, lo zaffiro e il carbone. A Venere corrispondevano il rame, le perle, l’ametista, lo zucchero, l’asfalto, il miele, la mirra e il sale ammoniaco; a Mercurio l’argento vivo, lo smeraldo, il succino, l’olibano, il mastice. E alla luna, considerata anch’essa un pianeta, si consacravano l’argento, il vetro e la terra bianca.

 

materiali 1. Alchimia


Quando mi misi a progettare il primo romanzo, poi realizzato a quattro mani, decisi che avrei parlato di misteriosi esperimenti alchemici che la vittima di un omicidio svolgeva nella sua villa, basandosi su un manoscritto settecentesco di cui era segretamente entrato in possesso, e di cui il suo assassino s’era impadronito.
Come sappiamo, alle suggestioni dell’alchimia – detta anche Il Magistero o La Grande Opera (Magnum Opus) – hanno fatto ricorso molti scrittori o sedicenti tali, per cercar di stimolare l’interesse del lettore per una materia tanto oscura. Ma generalmente si sono limitati a offrire riferimenti vaghi, superficiali e scontati, frutto di facili scorciatoie che spesso non comportavano studi specifici e un po’ approfonditi.
Dal canto mio, per quel romanzo mi piacque studiare l’alchimia e la sua storia e simbologia fino ai giorni nostri. Così, nella mia officina si raccolse una quantità di materiale che mantiene ancora un suo pregio.

*     *

Alchemy_symbol


L’Alchimia è l’arte della trasformazione: produrre nel materiale su sui si sta operando una serie successiva di mutamenti per condurlo, a partire da uno stato grezzo, a uno stato perfetto e purificato.
In arabo kimiya è uno dei nomi del reagente per la trasformazione dei metalli, detto in occidente lapis philosophorum o pietra filosofale. Il vocabolo arabo deriva, attraverso il siriaco kimiya, da una tarda voce greca cumeia, attestata già verso la fine del III secolo d.C. (in Zosimo). Gli arabi designavano l’alchimia anche con i nomi: arte dell’elisir, arte, sapienza, scienza della pietra, scienza della chiave, scienza della bilancia.

Vien da domandarsi su quale base, su quale fondamento teorico si reggeva questa dottrina della trasmutazione dei metalli. Sostanzialmente, poggiava su due princìpi che si trovano quasi sempre negli scritti degli alchimisti: la teoria della composizione dei metalli, e quella della loro generazione in seno al globo terrestre.
Gli alchimisti consideravano i metalli come corpi composti, e ammettevano che la loro composizione era uniforme. Cioè, secondo loro tutte le sostanze che avevano un carattere metallico erano costituite dall’unione di due elementi comuni: zolfo e mercurio. La differenza di proprietà che si riscontra nei diversi metalli derivava dalle proporzioni variabili con cui il  mercurio e lo zolfo entravano nella loro composizione. Così, l’oro era formato da una gran quantità di mercurio purissimo, unita ad una piccola quantità di zolfo anche purissimo; il rame, da proporzioni  quasi eguali di quei due elementi; lo stagno, da molto zolfo mal fissato e da un po’ di mercurio impuro, ecc.

Così segnala Geber (Jābir ibn Hayyān) nel suo Summa perfectionis Magisterii in sua natura:

«Il sole è formato da mercurio molto sottile e da un poco di zolfo purissimo, fisso e chiaro, che ha un color rosso netto; e siccome lo zolfo non è sempre colorato ugualmente, perché ve n’è di più colorato e di meno, da ciò dipende se l’oro è più o meno giallo… Quando lo zolfo è impuro, rozzo, rosso, livido, e la  maggior parte è fissa e la quantità minore non è fissa, e si mischia con un mercurio ordinario ed impuro in modo che non vene sia più dell’uno che dell’altro, da questo miscuglio si forma Venere [il rame]… Se lo zolfo possiede debole fissità e un biancore impuro, se il mercurio è impuro, in parte fisso e in parte volatile, e se non ha che un biancore imperfetto, da questo miscuglio si farà Giove [lo stagno].»

Ma quello zolfo e quel mercurio così definiti, elementi dei metalli, non erano affatto identici allo zolfo e al mercurio normali. Il mercurius degli alchimisti rappresenta l’elemento proprio dei metalli, quello loro connaturato, la causa del loro splendore, della loro duttilità, in una parola della loro metallicità; il sulphur indica l’elemento combustibile.
Questa è la teoria sulla natura dei metalli che forma la base delle opinioni alchimistiche. Da qui si capisce la convinzione che sia possibile ottenere delle trasmutazioni: se gli elementi dei diversi metalli sono sostanzialmente i medesimi, ma in proporzioni diverse, si può sperare di mutare questi corpi gli uni negli altri, facendo variare con procedimenti appropriati la proporzione dei loro elementi. Quindi, di poter trasformare il mercurio in argento, il piombo in oro.