autoinganni

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Leggendo un manualetto sulla migliore gestione del proprio tempo, m’imbatto in concetti che ho ritrovati nella vita quotidiana per anni. Ad esempio, la poca disponibilità ai cambiamenti: un atteggiamento umano fra i più comuni, che ho riscontrato in molte persone o collettività che m’è capitato di vedere. Potrebbe essere la caratteristica comportamentale più diffusa in assoluto: difendere le proprie acquisizioni contro l’ignoto rappresentato dal cambiamento; resistere e resistere, come punto di partenza generalizzato, salvo ovviamente le eccezioni — quegli esseri umani che invece sono attratti irresistibilmente dall’ignoto. Mi chiedo come sarebbe l’umanità se l’atteggiamento dominante fosse appunto quello opposto: lanciarsi in ogni novità senza temere ciò che viene dopo.
Poi ho pensato che certi comportamenti sono espressione degli autoinganni che c’infliggiamo spesso, e che ci fanno cadere nelle cosiddette “trappole cognitive”. Nelle trappole si rimane imprigionati, finché qualcuno viene a liberarci o ci si libera da sé: al punto che certi psicologi arrivano a teorizzare e praticare l’autoinganno terapeutico, espediente che deve produrre un effetto contrario a quello che si vuol neutralizzare, per riuscire a schiantare la catena che intrappola. Perché la libertà è sacra.

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tutto è natura (2)

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All’origine del fenomeno naturale, secondo gli studi di Lynn Margulis, la vita si è sviluppata in forma di cellule senza nucleo, i procarioti. Passati due miliardi di anni, dai procarioti si è passati alle cellule con nucleo, gli eucarioti, e ciò è avvenuto tramite simbiosi: sym-bios, ovvero vita-con. C’è stata un’unione, un’aggregazione di procarioti con altri procarioti, alcuni dei quali sono andati a costituire il nucleo, altri i mitocondri del citoplasma cellulare. Questo fa pensare agli aspetti solidaristici e cooperativi del comportamento animale. Non sempre c’è competizione, spesso si riscontra l’altruismo incondizionato, senza reciprocità immediata: fare del bene all’altro individuo, non imparentato, senza poter avere un tornaconto sicuro. Si tratta di un altruismo non reciproco, per il quale l’animale sacrifica il proprio vantaggio individuale per un bene i cui effetti non è sicuro di ricevere in modo percettibile. Ecco, questi comportamenti sembrano precursori del senso morale che appartiene alla specie umana.

tutto è natura

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Secondo Vito Mancuso, in L’anima e il suo destino, tutto è natura. Tutto. Quindi anche il fenomeno umano, con tutti i suoi portati culturali, spirituali, etici. Il dualismo natura-cultura, dunque, è un paradigma non accettabile. Se tutto è natura, e se Dio esiste, anche Dio va pensato come Natura, nella forma più alta. La natura è un processo, un continuo divenire. In questo continuo divenire è ricorrente la presenza dell’errore. Se all’origine dell’evoluzione c’è l’inizio di una sequenza di mutazioni, le quali tendono a conformarsi a un ordine superiore, a un “accrescimento” dell’organizzazione del sistema vivente, quando compare l’errore che crea qualcosa di disumano (come la malattia genetica che condanna un essere umano alla degenerazione, alla sofferenza e alla morte), quella singola mutazione non conforme all’ordine superiore non viene accettata all’interno del sistema e dunque non viene riprodotta. Quelle mutazioni, invece, che sono destinate a contribuire a un’organizzazione maggiore non vengono eliminate, ma riprodotte. Questo fa pensare all’esistenza di un sistema che configura un ordine superiore, concettualmente riconducibile all’idea di Dio. Un’idea che porta con sé l’idea di costruzione, di associazione, di altruismo, di inclusione.

Franz Kafka, Lettera al padre (6)

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L’impossibilità di un rapporto tranquillo ha avuto un’altra conseguenza, davvero molto naturale: ho disimparato a parlare. Non sarei comunque divenuto un grande oratore, ma avrei senz’altro dominato il linguaggio umano, abitualmente fluente. Tu cominciasti però assai presto a togliermi la parola, la tua minaccia: “Non una parola di replica! ” e la relativa mano alzata mi accompagnano da sempre. Davanti a te mi veniva — tu sei, per quel che riguarda le tue cose, un oratore eccellente — una parlata incespicante e balbuziente; anche questo era troppo per te, e alla fine tacqui, dapprima forse per orgoglio, e poi perché davanti a te non sapevo né pensare né parlare. E poiché tu sei stato il mio vero educatore, questo ha influenzato tutta la mia vita. Compi un errore davvero sorprendente quando affermi che non mi sarei mai piegato a te. “Sempre tutto il contrario” non è davvero mai stato il principio che ho seguito nei tuoi confronti, come credi e mi rimproveri. Al contrario: se ti avessi seguito meno, saresti sicuramente più contento di me. Invece tutti i tuoi provvedimenti educativi hanno colpito nel segno; a nessuna mossa sono sfuggito e, così come sono, sono proprio (fatta eccezione naturalmente per il materiale umano e per l’influenza della vita) il risultato della tua educazione e della mia docilità. Il fatto che questo risultato ti sia penoso, al punto che inconsciamente rifiuti di riconoscerlo come risultato della tua educazione, è dovuto proprio al fatto che la tua mano e il mio materiale erano così diversi l’uno dall’altro. Dicevi: “Non una parola di replica!”, e volevi così mettere a tacere le forze antagoniste presenti in me e a te sgradite; ma questa azione è stata per me troppo forte, io sono stato troppo docile e sono ammutolito completamente, mi sono nascosto davanti a te e ho osato muovermi soltanto quando sono stato così lontano da te che il tuo potere, almeno direttamente, non poteva raggiungermi. Tu però eri là, e tutto ti sembrava ostile, mentre era soltanto la naturale conseguenza della tua forza e della mia debolezza.
In campo oratorio, i tuoi efficacissimi strumenti educativi, che quanto meno nei miei confronti non hanno mai fallito, erano: insulti, minacce, ironia, risolini cattivi e, stranamente, autoaccuse.
Che tu mi abbia insultato direttamente e con veri improperi, non ricordo. Non era neanche necessario, avevi tanti altri mezzi, e nei discorsi a casa e soprattutto in negozio gli improperi mi volavano intorno e si abbattevano sugli altri in tale quantità che, ragazzino, ne ero quasi stordito e non avevo motivo di non riferirli anche a me, perché sicuramente la gente che insultavi non era peggiore di me e sicuramente non eri meno insoddisfatto di loro di quanto tu lo fossi di me.
E anche qui tornava la tua enigmatica innocenza e inafferrabilità, tu insultavi senza dartene minimamente pensiero, mentre negli altri condannavi e proibivi ogni ricorso a improperi.
Rafforzavi gli insulti con le minacce, e questo valeva anche per me. Terribile ad esempio mi pareva questa: “Ti faccio a pezzetti come un pesce”, per quanto sapessi che non seguiva niente di peggio (da bimbetto tuttavia non lo sapevo), ma l’idea che mi ero fatto del tuo potere prevedeva quasi che tu potessi farlo. Terribile era anche quando, gridando, correvi intorno al tavolo per acchiappare qualcuno; evidentemente non lo volevi acchiappare, ma sembrava, e alla fine la mamma lo metteva in salvo. Ancora una volta, almeno così pareva al bimbo, si era rimasti in vita per tua grazia, e si continuava a vivere per tuo immeritato dono. Sono rilevanti a questo proposito le minacce per le conseguenze della disobbedienza. Se io cominciavo a fare qualcosa che non ti piaceva, e tu mi minacciavi di insuccesso, il timore reverenziale per la tua opinione era tale che l’insuccesso, anche se forse solo in seguito, era inevitabile. Io perdetti ogni fiducia nelle mie azioni. Ero incostante e incerto. Più crescevo e maggiori erano le prove che mi potevi opporre a dimostrazione della mia mancanza di valore; e gradualmente cominciasti ad avere anche ragione, da un certo punto di vista. Di nuovo mi guardo bene dall’affermare che sono divenuto così solo per causa tua: tu hai solo rafforzato quello che già c’era, ma l’hai rafforzato notevolmente, proprio perché disponevi di un enorme potere su di me, e l’hai impiegato tutto.

(6 – continua)

Writing 32

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Sai, prima ho pensato al rapporto che ho con la scrittura. A volte ho letto di scrittori importanti che dicevano più o meno di “scrivere per sopravvivere”, cioè come esercizio vitale quotidiano. Io invece ho passato molto tempo senza scrivere. E anche senza leggere. Ma mi rendo conto che qui sto scrivendo parecchio: ogni giorno mi dedico all’esercizio vitale, e non riesco a immaginare un giorno in cui ciò non avvenga. Lo faccio per vivere, dunque, visto che sono arrivato a riempire diverse pagine. Quasi mai ho tenuto un diario, mentre ora lo sto scrivendo così, come se volessi recuperare gli anni di cui non ho potuto lasciare traccia. Lo faccio anche per le emozioni che mi focalizzano sulla vita interiore e sui moti dell’animo: forse è questo che mi sta facendo diventare scrittore, chi sa. Sto cominciando ad acquisire quella dignità e maturità a cui anelavo, pur rendendomi conto di esserci ancora lontano. E mi piace pensare che qualcuno mi conduca per mano.

La vita insolente

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Gli uomini arroganti – qui le differenze di genere non contano, ormai tutti e tutte in lizza – si studiano per bene. Se uno dei due accenna a un sorriso, segnala all’altro non che è remissivo. Piuttosto, che si può iniziare il duello. E così, in moltitudine sterminata, si passa tutta una vita. Anche in vecchiaia i ricordi degli uomini arroganti vanno alle battaglie vinte (rimuovono quelle pese), agli sgambetti riusciti, alla decimazione di tutti gli ingenui. Dei timidi pur pusillanimi e servili (traditori della nobile e orgogliosa categoria) che come birilli – in verità troppo facile gioco – hanno visto e fatto cadere, dinanzi al loro sgomitare e prendere in un tiro al piattello la mira. Nemmeno si accorge l’arrogante delle evoluzioni dell’amante che con altro gioco (apposta fuori moda) tenta di disegnargli un profilo più amabile. Lo scarabocchio degli amanti maturi gli sembrerebbe uno sgorbio.
Prendono pillole se l’insonnia li assale, se l’impotenza si annuncia, gli arroganti e tutti i loro sinonimi: i prepotenti, gli sfrontati, i boriosi, gli insolenti, i tracotanti… non aprono libri, se non utili a far soldi, o a dimenticare lo stress. Non vanno mai a zonzo, non sprecano il tempo dei perdigiorno che a passi lenti si perdono apposta nei boschi. Se camminano, fanno jogging ascoltando le notizie di borsa di prima mattina.
Non sono ahimé una specie in via d’estinzione.
Non avranno mai riserve indiane. Tutte le praterie sono loro concesse.
Dilagano i loro modi, subiscono mutazioni fin sessuali, sono modello pedagogico acclamato e vincente. Fin dall’asilo, vero laboratorio (anzi vivaio) già degli arroganti prossimi venturi, i troppo piangenti, intimiditi dalla piccola folla di coetanei in allenamento competitivo, non vogliono saperne di far girotondo con loro. Qualche vittima ricorda: “Il mio dito indice chiuso tra le porte in alluminio dei gabinetti, i riposi pomeridiani in file di brandine a molle, un bambino che mi atterra e mi calca il petto con la pianta del piede”.
(…)
I non adatti alla vita insolente, subito riconosciuti, vengono segnalati ai genitori pure piangenti. Per opposti motivi, ai quali il numero telefonico di una “brava” psicologa viene subito clandestinamente passato.
Alla vita schiva, in cui il dubbio, la cautela, la prudenza ad asserire alcunché è di casa, si oppone la vita coriacea.
Protetta da strati di corazza, dal pelo sullo stomaco e altrove in rigogliosa crescita, fibrosa e lignea all’interno, capace di flettersi un istante per ottenere vantaggi da altri arroganti. Dicono che gli schivi e le solitudini siano malattia endemica dell’età presente, quando invece occorrerebbe volgersi a stimare l’arroganza l’epidemia montante.

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 173-175.

De Timiditate

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Non è un caso che Seneca, Cicerone, Marco Aurelio e altri filosofi della classicità seppur così attenti all’etica dei vizi e delle virtù mai abbiano scritto un De timiditate o ne esaltassero i meriti. Forse, a quei tempi, rappresentava una tal ignominia l’esserne affetti e preda, da non meritare alcuna attenzione. Da nemmeno pronunciare. Non v’è dubbio che altre fossero le parole latine che poi avrebbero riaccreditato nella modernità la timidezza, sempre per lo più esprimenti il contrario della forza fisica, della brutalità, dell’arroganza e della violenza morale verso chicchessia. Si trattava comunque di debolezza virile, di maschia impotenza. Più indulgenti e tolleranti furono i latini verso la timidezza delle donne (indice di castità, di accoglienza, di spirito pio, di sottomissione soprattutto) quando solevano ricondurla alla virtù della mansuetudine che si consegnava a una figura femminile incoronata d’ulivo. Ma già la timidezza ormai aveva cambiato nome, sfrangiandosi in caratteri che la morale, dalla Grecità etica suggerita, avrebbe variamente declinato verso il bene. Penelope è timida e vereconda per astuzia; la ninfa Calipso lo diventa per amore; Antigone ne fa la sua tenacia ribelle, un coraggio notturno e pietoso.
Diversa sorte era assegnata al maschio timidus; il quale per paura congenita, per effeminatezza, per infingardaggine, era quanto di peggio potesse assicurare alla famiglia, alla comunità, al pagus (al villaggio), alle legioni la sicurezza dovuta a Roma. Il timido fugge dinanzi al nemico, può tradire in ogni momento, può sottrarsi (anzi lo fa sempre) alla pugna, fingendosi morto e poi vantarsi come il miles gloriosus più spaccone di aver infilzato più di trenta nemici.
Timido e tumido (ciò che è oscenamente rigonfio, turgido) hanno assonanze indubbie a indicare a quali deformità è possibile giungere. Tumida, viscida, rigonfia di liquame può essere la paura. Può, a tal punto il “tumido” atterrito, all’approssimarsi degli avversari, sbiancando in volto, se ridotto al rango di sentinella, fuggire rotolando senza riuscire a dare l’allarme, con voce strozzata dal terrore. A tal punto il panico lo tende – e non il sesso – ma la vescica. Quanti gracili guerrieri irrisoluti – posti sugli spalti, sulle torri del campo, a mo’ di fantocci e bersagli in quanto inutili al combattimento, e poi buttati fuori dalle trincee – non hanno fatto altro che confermare quanto la timidezza non sia altro che vigliaccheria?

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 83-84.

Tempo

Pier Augusto Breccia

Ora sembra che lo scorrere del tempo sia un’illusione. Dunque, tutto il rammarico provato e accumulato negli anni per “ciò che non ho fatto”, per “ciò che ho perso”, sarebbe insensato. Il tempo passa davvero? Davvero scorre? E il presente che cos’è? Il presente è qualcosa di oggettivo nel mondo, qualcosa che “scorre” e che “fa esistere” le cose una dopo l’altra? Oppure è solo soggettivo, come lo è il concetto di luogo? Secondo le ultime interpretazioni, l’idea di un “presente” dell’universo è solo un’illusione, il tempo non scorre al suo interno, ma passato, presente e futuro sono rappresentati in un unico blocco. In questo universo-blocco non è il tempo a scorrere, ma sono le forme di vita al suo interno ad arrampicarsi su per una linea che ne costituisce il tracciato. La cognizione del tempo, quindi, sarebbe una pura costruzione umana, cognitiva, concettuale e culturale.

 

sogno 2

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Svegliatomi molto presto, m’è capitato di riaddormentarmi e quindi di fare un lungo sogno complicato che ho ricordato bene dopo sveglio.
Avevo a che fare con una casa – probabilmente la mia casa, anche se era diversa da quella reale – che guardavo dall’esterno, cercando di scrutare attraverso le finestre aperte. Dentro doveva esserci qualcuno, evidentemente un intruso, e questo ovviamente mi turbava. Ma restavo fuori, per un motivo che ora mi sfugge; in più ricordo che avevo con me il mio cane: non perché l’avessi portato a fare una passeggiata, ma perché l’avevo agguantato per non farlo andare in giro per i fatti suoi. Lo conducevo per il collare attraverso un dedalo di viuzze in salita e in discesa, scalinate e scivoli che s’insinuavano in un agglomerato di case che somigliava a un vecchio borgo, con la differenza che gli edifici – compresa la mia casa – erano rifiniti e spigolosi, con linee essenziali e ricercate che ricordavano l’architettura fascista.
Portando con me il cane, sentivo che lui mi addentava l’avambraccio per ribellarsi, ma non lo faceva con convinzione: i suoi somigliavano a morsi dimostrativi, come se non s’azzardasse a farmi male. Infatti non me ne preoccupavo, pur essendo le sue mandibole lunghe e robuste, capaci di ferire davvero. Ma il mio cane, a quanto ne so, non mi morderebbe mai, e questa convinzione mi seguiva anche nel sogno.
Le strade – strette e sinuose – erano assolate, come sono le giornate che mi stanno accompagnando da qualche tempo. Giornate piene di vuoto, per lo più. Cioè, non giornate vuote, ma giornate piene di vuoto. Chissà che vorrà dire.

 

· 100

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Sai, quando
leggo le tue lettere mi rassereno, riprendo fiducia e ottimismo. Perché standoti lontano e non riuscendo a leggerti in maniera estesa, a volte emerge un pensiero strisciante, che mi prende e mi lascia, e poi ritorna, subdolo: il timore di essere destinato a perderti, prima o poi. E questo pensiero subdolo e strisciante, sempre in agguato, mi mette di malumore e mi fa soffrire, mi fa pensare che, alla fine, non avrò scampo da quella sorda infelicità che tornerà a strangolarmi. Invece, leggendo le tue lettere così entusiaste e piene d’amore, tutto questo si dissolve e torna lo splendore che sei capace di donare: perché il tuo sentimento è autentico e forte. Non solo ti sto facendo del bene, ma anche tu me ne stai facendo moltissimo. Vorrei poterti abbracciare e accarezzare tutti i giorni, anche solo per il tempo necessario a donarmi quella fiducia e quella vitalità che rendono bella la vita e degna d’esser vissuta. Sei con me sempre, da quando riemergo dal sonno e per tutto il tempo in cui mantengo una coscienza. Sei una presenza imprescindibile, ormai, senza te non riesco a immaginare il procedere della vita.