I tempi

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Ma, passando ai dettagli, dico che possiamo vedere un principe oggi aver successo e domani andare in rovina, senza che i suoi caratteri e le sue qualità abbiano subìto alcun cambiamento. Ritengo che questo dipenda innanzi tutto dalle ragioni che sono state a lungo esposte nelle pagine precedenti, vale a dire che un principe appoggiatosi unicamente sulla fortuna va in rovina non appena la fortuna cambia direzione. Ritengo inoltre che abbia successo colui che adatta metodi e mezzi alla qualità dei tempi, e analogamente che vada incontro all’insuccesso colui che viceversa non sa adattarsi ai tempi.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXV-4, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

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Qualcosa accadrà (2)

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Come s’è visto, i risultati delle nostre elezioni hanno dato una mazzata ai listini di Borsa, soprattutto a quello di Piazza Affari. I titoli più colpiti sono stati quelli bancari, ovviamente, che hanno trascinato l’indice Ftse-Mib sotto di quasi il 5%. E lo spread fra il BTP e il Bund, manco a dirlo, è decollato di una cinquantina di punti.
Nulla di buono si vede all’orizzonte. Quando Pierluigi Bersani, all’inizio della conferenza stampa del dopo-elezioni, traccheggia mettendo gli occhiali, spostando il microfono, togliendosi gli occhiali, tentando qualche parola, poi rimettendosi gli occhiali e risistemando il microfono, poi ritogliendosi gli occhiali, non dà un buon segnale. Questa scena fa intuire la qualità della nuova situazione politica, che molti paragonano a un classico vicolo cieco. Anche se lui è deciso a formare un Governo e dice che “non abbandona la nave”, molti pensano che se la nave l’avesse abbandonata prima, quand’era il momento, liberando l’apparato del partito dalle sue zavorre, ora la situazione politica sarebbe più chiara.
L’unico che sembra sapere che pesci pigliare è il solito Berlusconi, un vero asso, già pronto a un accordo di governo col nemico, per trattare un opportuno – se non necessario – salvacondotto per sé e per le sue imprese. Intanto, Bersani comincia a blandire il Movimento 5 Stelle con qualche proposta di forte appeal (tipo provvedimenti anti-casta, ma fuori tempo massimo), per tentar di guadagnare un consenso molto aleatorio; sembra però che i grillini vogliano andare a sedersi in riva al fiume e aspettare, per veder passare il cadavere di qualunque governo creato dal Presidente della Repubblica, considerato anch’egli un residuato.
Il sistema politico è in decomposizione, ormai appare chiaro. I moniti alla responsabilità che vengono dall’Europa e dalla Germania susciteranno forse il senso di colpa di qualcuno, ma non di questa nuova generazione politica, che quei danni non ha contribuito a creare, e che quindi si sentirà con le mani libere. In questa situazione, è difficile pensare che gli investitori stranieri corrano a comprare il debito italiano; ma lo scenario non è ancora definito. Non sarà esclusa nemmeno una manovra economica aggiuntiva, che il nuovo premier potrebbe dover varare per coprire un buco di circa 14 miliardi lasciato dal suo autorevole predecessore.
Dunque, per ora possiamo solo citare il titolo di un famoso racconto di Heinrich Böll: Qualcosa accadrà.

 

fata JP Morgan

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JP Morgan, la nota società finanziaria newyorchese (di cui la Fata Morgana potrebbe essere un’ascendente), ha già stabilito che il prossimo Presidente del Consiglio italiano sarà Pierluigi Bersani, con il probabile appoggio della coalizione guidata da Mario Monti. Poi ha aggiunto che “nel medio termine” la premiership del leader del Pd sarà “difficile”.
Jp Morgan lo scrive in una nota dedicata alle elezioni italiane, ovviamente dopo aver consultato la sfera di cristallo, precisando che “c’è una buona probabilità che il Governo possa durare solo uno o due anni”. La banca d’affari sostiene che Bersani, futuro Presidente del Consiglio, avrà diverse “ovvie difficoltà”: dovrà gestire “una coalizione eterogenea”, affrontare “un’opposizione efficace (e in alcuni casi cinica)” dagli avversari del Pdl e operare “in un contesto nel quale le forze radicali anti-europee restano forti”.

 

l’Unità?

DDmodwebNel post di venerdì di Mario Adinolfi si legge:

Pierluigi Bersani ieri a Ballarò è stato inefficace, la prossima volta che racconta la storia della mela e dell’albero e non mi spiega che cavolo vuole dire vado dal suo Stefano Di Traglia e lo sfido a duello. […] Per non parlare poi di Concita signora-mia De Gregorio, che fa venir voglia non di votare per loro, ma direttamente di iscriversi al PdL tanto fa salotto e quartieri alti senza comprendere la sensibiltà media del telespettatore.

Molto giusto, devo dire.
A proposito della De Gregorio e del giornalino l’Unità (non vuol essere irriverenza, mi riferisco al suo formato ultra-ridotto, allo stesso modo in cui il precedente direttore definiva “mini-ministro” Renato Brunetta), vorrei ricordare che Renato Soru, suo editore, ha già i suoi grattacapi con la Tiscali, oberata di debiti e con un’operatività a dir poco problematica. Tiscali ha chiuso il primo semestre di quest’anno con una perdita netta di 402,8 milioni di euro — dovuta in parte alla cessione della controllata inglese Tiscali UK — con i ricavi che si sono attestati a circa 151 milioni e 600 mila euro. In una situazione così proibitiva, in cui si deve elaborare un nuovo piano industriale che precederà un sostanzioso aumento di capitale, necessario per poter chiudere l’accordo sulla cosiddetta “ristrutturazione del debito” con le banche creditrici (ovvero: non si riescono a pagare le scadenze dei debiti, quindi le banche pretendono che i soci mettano mano al portafoglio e iniettino nella società un bel po’ di soldi entro Natale, per acconsentire ad allungare la durata dei debiti stessi), non vedo come Renato Soru possa dare risorse a l’Unità, che ha bisogno — come molti giornali concorrenti — di ridurre i costi perché è in perdita, e dovrà per forza ridurre le pagine, le collaborazioni ecc.
Questo non potrà che indebolire ancor di più il giornalino, che secondo me era nato già male, anche per l’impostazione-mini (sembra un free-press, di quelli che si buttano nelle stazioni) che ne ipotecava negativamente la riuscita. Mancano le risorse, ma  a mio avviso mancano anche l’appeal, la credibilità, la capacità di stare sul mercato. I grandi gruppi editoriali schiacciano, lo sappiamo bene, e di sicuro continueranno a schiacciare, in linea con una normale politica capitalistica.
Non so se quella rappresentata da l’Unità sia la parte di sinistra “per male” — quella che secondo il ministro Renato Brunetta deve andare “a morire ammazzata”; ma di sicuro, in queste condizioni, se non cambierà qualcosa (leggi: se qualcuno non ci metterà un bel po’ di soldi) temo che il giornale non avrà vita lunga.
“Propongo una lotta di liberazione per i compagni della sinistra per bene: liberatevi di questo abbraccio mortale, di questa cattiva finanza, di questo cattivo sindacato, di questi cattivi gruppi editoriali”, dice il ministro Brunetta. D’accordo, ma da qualche parte il denaro deve arrivare, sia chiaro.