Crisi

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Come sappiamo, da noi il fare tagli alla spesa pubblica viene chiamato spending review, per imitare il mondo anglosassone. E il nuovo commissario nominato alla spending review è Carlo Cottarelli, uomo proveniente dal Fondo Monetario Internazionale, che qualcosa ne capirà. Finora, i suoi predecessori (compreso il mitico Enrico Bondi, ex commissario di Parmalat) hanno realizzato ben poco sul taglio della spesa pubblica: probabilmente perché la spesa pubblica nutre l’enorme carrozzone dei politici e dei burocrati di Stato, i quali: a) non sanno cos’è davvero la crisi, perché non la vivono sulla propria pelle; b) sanno invece perfettamente che ogni taglio alla spesa pubblica è un taglio ai loro privilegi, e quello sì che lo sentirebbero. Ora, dopo i due anni di tentato salvataggio con la “cura Monti”, il Paese si ritrova con: a) il debito pubblico salito a 2.080 miliardi di euro; b) il rapporto deficit/Pil che sfora il tetto del  3% imposto dall’Unione Europea; c) la pressione fiscale nominale che ha raggiunto il 44,5%, e quella effettiva il 53,5%, con le piccole e medie imprese costrette a sopportare un carico reale che può arrivare al 68,3%. Intanto, la recessione ha fatto perdere oltre l’8% al prodotto interno lordo, dall’inizio della crisi: la metà di questo calo, guarda caso, si è prodotta proprio fra il 2012 e il 2013, gli anni del cosiddetto “salvataggio”.

Segnalazioni

Come faceva qualcuno, che segnalava – e pare segnali ancora – le discussioni su A o su B, oppure il libro di questo o di quello, oppure – pare maniacalmente – le questioni di genere, oggi diamo alcune segnalazioni anche qui.

La prima: pare che il governo Monti abbia già dato fondo alle tasse. Dunque, per fare cassa ci restano solo il taglio delle spese – che in ogni caso significa un ulteriore calo del Pil – e la vendita del patrimonio pubblico. Dopodiché, il carburante è finito. E il nostro governo, si badi, non risponde a nessuno, in quanto non è politico. E deve tirare la carretta fino alla primavera 2013, quando andrà al voto anche la Germania: quello, dicono, sarà il momento della verità per l’Europa e l’euro.

La seconda: la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha ormai ammesso la possibilità di un’uscita “ordinata” della Grecia dall’Euro, precisando che “Sarebbe straordinariamente costosa e presenterebbe grandi rischi, ma fa parte delle opzioni che siamo obbligati a considerare tecnicamente”.

Poi: mentre a livello mondiale si discute su come evitare una “grande depressione” simile a quella degli anni ’30 del Novecento, sembra che l’Italia stia soffrendo più di tutti. Nel giro di tre mesi si è tornati ai momenti bui del primo trimestre del 2009, in piena crisi post-crack della banca d’affari Lehman Brothers, quando sembrava che il mondo dovesse crollare. Il nostro prodotto interno lordo è in picchiata da nove mesi, la Borsa non riesce a riprendersi e lo spread è ancora fuori controllo.

Per finire, in Grecia – che come si sa non è riuscita a formare un governo, nemmeno tecnico – domenica si vota, dicono, a spese nostre. E se vince la sinistra sono dolori, dicono.

 

Ah, si? (3)

Tanto per essere chiari, quella che è stata definita come “la risposta del governo alla speculazione”, ossia la manovra di ferragosto, che dovrebbe riportare il bilancio in pareggio a fine 2013, in realtà dicono che sia una toppa peggiore del buco. Non è servita a rallentare la fuga dall’Italia degli investitori stranieri, che stanno continuando a vendere alla Banca Centrale Europea i nostri titoli di Stato, mantenendo il famigerato spread a livelli elevati. Ha tutta l’aria di essere una falsa soluzione, poiché gran parte delle risorse indicate per raggiungere il pareggio di bilancio sono indeterminate e ipotetiche. Quasi metà del gettito dovrebbe arrivare in parte dalla lotta all’evasione fiscale, il cui ammontare — com’è intuibile — non si può determinare a priori, e in parte dalla fantomatica “riforma del fisco” calendarizzata per il prossimo anno, talmente incerta che in pratica potrebbe anche non arrivare. In tal caso, verrebbe usata l’accetta indiscriminatamente, tagliando il 20% delle agevolazioni fiscali per i meno abbienti. Continua a leggere “Ah, si? (3)”

Ah, si?

Tanto per essere chiari, non era vero che la crisi “era finita” e che noi “ne eravamo usciti meglio di altri”. Secondo gli specialisti, i nostri conti non erano affatto “in ordine” o “in sicurezza”, come ha sempre dichiarato il ministro dell’Economia. Con un rapporto fra debito pubblico e PIL (prodotto interno lordo) pari al 120%, i nostri conti non sono affatto a posto. E non si può dire di aver operato bene, se dal 2007 al 2011 questo rapporto da noi è passato dal 108% al 120%, anche se in Germania è passato dal 60% all’87% e negli USA dal 68% al 100%. Il fatto che il debito sia cresciuto anche da loro non può farci star meglio, poiché lì oggi sta pesando una situazione che prima era sostenibile, mentre da noi è divenuta insostenibile una situazione che era già critica.
Di fatto, Germania e USA sono due colossi che continuano a raccogliere la fiducia degli investitori mondiali: se anche loro, per tentare (non si sa quanto efficacemente) di stimolare l’economia e di salvare le banche dal fallimento, hanno aumentato enormemente le loro emissioni di titoli pubblici, ciò non toglie che molti investitori hanno preferito disfarsi dei titoli dei Paesi che non hanno la credibilità di questi due colossi, provocando sul mercato una dura “selezione naturale” degli emittenti, nonché il decollo dei tassi d’interesse a carico di quelli (come noi) ritenuti “più rischiosi”. Il mercato, si sa, non guarda in faccia a nessuno. Tanto per essere chiari.