Fenomenologie italiche. 1

Il quarto romanzo scuratista è quello in cui si concentrano tutti gli eccessi. Eccesso di ambizioni autoriali, eccesso d’egocentrismo, eccesso di pretese di riconoscimento pubblico, eccesso di registri di scrittura, eccesso di bruttezza. Si tratta di Il bambino che sognava la fine del mondo (da qui in poi BSFM, Bompiani, 2009), finalista del Premio Strega 2009. E è proprio attorno a quest’ultimo dettaglio che l’autore ha scatenato una gazzarra di cui la stampa ha raccontato abbondantemente. È successo infatti che quell’edizione del Premio Strega sia stata aggiudicata a Stabat mater, romanzo di Tiziano Scarpa edito da Einaudi. Il povero Scurati l’ha presa malissimo, e ha frignato per settimane ritenendo che quel riconoscimento dovesse essere aggiudicato a lui. Non è dato capire sulla base di quale convincimento. E non è solo per il mio disprezzo nei confronti dei premi letterari che questa vicenda mi ha spinto a provare sincera pena per Scurati. Non è mai un bello spettacolo scoprire qualcuno attaccato in modo così viscerale ai riconoscimenti da rischiare la salute e il fegato dopo esserseli visti negare. Un’altissima considerazione di se stessi finisce quasi sempre con l’estinguere l’idea di se stessi. Ma infine si tratta di un problema di Scurati. Ciò che però è inevitabile è un confronto fra i due romanzi protagonisti del testa a testa finale. Lessi Stabat Mater oltre un anno prima di BSFM. Lo trovai grigio e noioso, e dato che si trattava del romanzo vincitore del Premio Strega la cosa non mi sorprese. Ma dopo aver letto BSFM mi pare che il romanzo di Tiziano Scarpa giganteggi come se fosse l’Ulisse di Joyce, al confronto. Quanto ai contenuti del libro di Scurati, si tratta di una pretenziosa accozzaglia di finzione, cronaca, analisi sociologica che si trasforma in pippone, e persino autobiografia. Il protagonista principale è un docente dell’Università di Bergamo, che grazie a un premio letterario vinto negli anni recenti assume il ruolo di opinionista per il quotidiano La Stampa nonché di animale da talk show. E questo non è già l’Alter Ego di Scurati, ma il suo Ultra Ego. L’Uomo Che Volle Farsi Romanzo. Volente o nolente, l’Ultra Ego scuratiano si trova coinvolto in una vicenda torbida che sconvolge la vita bergamasca. Viene a galla una rete di abusi sessuali e pedofilia che coinvolge le insegnanti di una scuola elementare, il seminario vescovile sito nella Città Alta, e alcuni notabili locali. Di fatto Scurati trapianta a Bergamo la triste vicenda della scuola di Rignano, collegandola a gossip e maldicenze locali, mettendoci dentro altri frammenti di cronaca (l’uccisione di una ragazza romana nella metropolitana di Roma, da parte di una ragazza romena, con un colpo di ombrello che le trapassa l’occhio) riguardanti fatti accaduti altrove ma allocati anch’essi nel bergamasco. E infine arricchisce il tutto con gli strascichi d’un trauma infantile che si ripresenta con crescente insistenza. Un polpettone tanto improbabile quanto indigeribile. Il tentativo para-accademico è quello di tratteggiare il modo in cui i mass media generano rappresentazioni distorte della realtà e un clima di moral panic attorno a eventi di cronaca che andrebbero trattati con maggiore discernimento. Nulla che non sia già stato ruminato un milione di volte, né la confezione del tema in forma di romanzo aggiunge nuova linfa alla sua trattazione. Anche perché il pippone sociologico finisce sovente col prendere il sopravvento sul canone narrativo, e dunque ogni sforzo di trattare il tema su un piano diverso è annullato. Rimane la stracca predica sulla demonizzazione delle comunità immigrate. Messaggio condivisibile, ma trattato in modo talmente maldestro da produrre nulla più che insopportabile cacofonia. Dunque, in sostanza, l’effetto contrario a quello sperato.

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Edizioni Cllichy, Firenze 2013, pagg. 227-228

Autocitazioni 2

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Continuando a leggere il libro di Pippo Russo L’importo della ferita e altre storie, si scopre un altro fenomeno curioso, per non dire assurdo. Quasi certamente inedito in narrativa: Federico Moccia cita se stesso e i propri libri nei romanzi che scrive.
Secondo Pippo Russo, questo accade perché, se non fosse Moccia a citare se stesso, non lo citerebbe nessuno.
E anche qui, regolarmente, i dialoghi surreali sembrano recitati dalla vocetta stralunata dell’autore:

2009 Giffoni Film Festival - Day 7«Hai mai letto Moccia?» Sandro entra nei miei pensieri come una bomba a mano.
«No!» Sono l’unica forse che in classe non l’ha letto, ma credo che sia proprio assurdo che uno ci racconti delle storie come le sue.
«E come mai? E’ piaciuto un sacco, soprattutto alle ragazze della tua età!»
«Appunto per questo! Io non capisco perché parla solo di gente bella, senza neanche un brufolo, straricca poi, hanno macchine bellissime, vanno a tutte le feste, vivono in posti fantastici, poi si innamorano e finiscono tre metri sopra il cielo!»
Mi sorride. «Be’, certo alla gente piace il ricco e il bello ma poi c’è dell’altro Carolina, guarda che le cose non stanno proprio così…».
Oh, ma questo che è, un amico di Moccia? «Be’, io la penso così… E poi ho visto il film con Scamarcio…».
«E ti è piaciuto?»
«Lui sì. Il film, insomma…».

*     *     *

«Ho il libro per te, vieni!»
Lo seguo in mezzo agli scaffali.
«Eccolo qua… Tre metri sopra il cielo. Ti piace?»
«Boh, non so. L’ha letto una mia amica e le è piaciuto un sacco… Però poi finisce che si lasciano!»
«Ho capito… ma poi lui nel seguito che si intitola Ho voglia di te capisce che non bisogna restare attaccati a una storia che si è vissuta…».

Amore 14, Feltrinelli, Milano 2008, pagg. 140 e 219

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Clichy, Firenze 2013

 

Autocitazioni

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Leggendo il libro di Pippo Russo L’importo della ferita e altre storie, avverto un fenomeno curioso.
Nel capitolo in cui si esamina l’opera di Giorgio Faletti, tutti i brani di testo riportati, ma proprio tutti, li sento come recitati proprio dalla voce strascicata e vacillante di Giorgio Faletti.
Ad esempio:

365687Appena lo aveva conosciuto, La Fayette era riuscito a soffocare a stento una risata quando si era chiesto se quell’uomo usasse la carta igienica come cache-col tutte le volte che andava a cagare. (…) Malgrado fosse sposato, Quella checca di Jeff aveva un culo che avrebbe potuto fare da galleria per un trenino elettrico e una carnagione bianca che non era mai riuscito a toccare senza provare un brivido di disgusto.

«Quando vivi cercando di rompere il culo al mondo, è inevitabile che prima o poi il mondo rompa il culo a te».

Niente di vero tranne gli occhi, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004, pagg. 31 e 119


La stessa cosa accade nel capitolo in cui si affrontano i libri di Federico Moccia: i brani riportati mi sembrano letti proprio dalla caratteristica vocetta soft-coatta dell’autore.
Ad esempio:

mocciaPoi più niente. Fuuuuu. Un palloncino pesante che però si allontana verso il cielo. Silenzio. Sempre più lontano. Poi faticosamente i primi cigolii. E’ come se la grande macchina ripartisse. Rumori faticosi, catene non oliate, ingranaggi che stridono, raschiano. Ma riparte. Ecco… Ciuff, ciuff! Come quel treno lontano, lì all’orizzonte che riprende la sua strada, la sua corsa, che aumenta il ritmo, sbuffa, di nuovo, sì, verso i confini lontani, verso i giorni che saranno… Ciuff, ciuff… E sbuffa, sbuffa ancora. E non fermarsi. Non fermarsi. Non fermarsi. E tutti, tutti continuano ad andare avanti. E prima o poi forse riusciranno a dimenticare qualcosa. O forse no. E anche in questo c’è una grande bellezza.

Scusa ma ti chiamo amore, Rizzoli, Milano 2007, pagg. 544-5

da: Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Clichy, Firenze 2013

 

Profezie falettiane

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Ma ciò che di davvero fenomenale si trova nei romanzi falettiani sono le ripetizioni di alcuni motivi. Uno fra tutti: quello, originalissimo, del contrasto fra il bianco e il nero e delle «varie tonalità di grigio» che passano fra i due estremi. Esso viene riproposto in ogni variante:

– Erano il bianco e il nero, due categorie estreme, in mezzo alle quali si stendeva una serie impressionante di sfumature di grigio (Io Uccido, pag. 13)
– Jordan era sicuro di non voler sentire altro. Per tutta la vita aveva vissuto nel mondo del bianco e nero che escludeva ogni possibile sfumatura intermedia. Dopo quello che gli era successo era stato suo malgrado proiettato verso ogni possibile sfumatura di grigio (Niente di vero tranne gli occhi, pagg. 232-3)
– Claudio si accorse che avevano perso di colore, che erano diventati un ammasso informe di bianco, di nero e di svariate tonalità di grigio (…) (Pochi inutili nascondigli, pag. 254)
– L’adorazione negli occhi della donna brillava come il suo rossetto, era il secondo particolare colorato di quella storia piena di mille grigi che doveva essere la sua vita (Niente di vero tranne gli occhi, pag. 22)
– Questo posto e questa vita fanno appassire i colori ed è inutile mescolare dei grigi. Più chiaro o più scuro, sempre un altro grigio viene fuori (Appunti di un venditore di donne, pag. 29)
– Solo in quell’auto ferma a un semaforo rosso, acceso come sangue su una lampadina, aleggiava una presenza che aveva il potere di oscurare tutta quella luce e di virare i colori del mondo nelle tonalità opache del bianco e del nero (Io uccido, pag. 96).

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Clichy, Firenze 2013

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Dai brani riportati, si evince come certe ricorrenze nei libri di Giorgio Faletti si siano rivelate infausti presagi:

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