Postille a Mistero etrusco. La Farsaglia (II)

[Questa invece è la parte che, in un certo punto della stesura originale del romanzo, raccontava alcuni passi del poema, e che è stata totalmente eliminata perché considerata lunga e non funzionale allo svolgersi dell’intreccio.]


Andò al libro terzo del poema, nel punto in cui Giulio Cesare, dopo aver occupato Roma e portato l’esercito oltre le Alpi per andare a combattere le armate pompeiane in Spagna, s’imbatteva nel rifiuto dei greci di Marsiglia di seguirlo. I marsigliesi, a dispetto della loro indole greca [generalmente falsa e infida, N.d.R.], avevano deciso di rimanere fedeli agli impegni presi con Pompeo e col Senato romano. Ma la fretta di Cesare, in cui confidavano per farla franca, fu illusoria: per quanto gli premesse raggiungere l’estremo occidente del mondo, non avrebbe mancato di distruggere Marsiglia. Nulla servì a mitigare il suo furore: la decisione di deviare dal percorso e marciare contro la città fu immediata.
Un colle vicino alle mura venne subito fortificato per accogliervi l’accampamento, e un’altra lunga fortificazione venne costruita dall’accampamento fino al mare. Con un profondo fossato si accerchiarono le fonti d’acqua e i campi coltivati, per isolare la città dalle sue risorse, e l’altura occupata venne collegata a quella dei Marsigliesi con un grande terrapieno. Furono abbattuti boschi per serrare gli argini di terra in una solida palizzata di tronchi, e consentirvi così il passaggio delle torri d’assedio.
Fu a quel punto che Cesare ordinò di abbattere a colpi d’ascia un bosco sacro inviolato da tempo immemorabile, che nascondeva cupi altari barbari e ombre gelide profondamente lontane dal sole. Nei tronchi rozzamente intagliati erano disegnate sinistre statue di dèi, e la muffa del legno putrescente dava il terrore. Come vide lo coorti immobilizzate dalla paura, Cesare afferrò per primo un’ascia bipenne e la calò con forza su una quercia altissima, assumendosi l’onere della profanazione. Solo allora i soldati s’accinsero a obbedire: non perché si fossero tranquillizzati, ma perché soppesavano l’ira degli dèi e quella di Cesare, che intanto ripartiva per raggiungere le truppe stanziate in Spagna.

Quando si scatenarono i combattimenti, una pioggia di dardi venne scagliata sulla città dall’alto di due torri mobili, mentre la potenza delle armi greche faceva scempio dei corpi romani. Le lance, tirate con forza dalle baliste, squarciavano file di uomini e armature senza arrestare la corsa, mentre i massi lanciati dalle catapulte sfondavano e uccidevano, spargendo le membra dei soldati in brani sanguinolenti. Giunti sotto le mura protetti dalla testuggine e da un fittume d’armi intrecciate, gli assedianti tentarono di scalzare le fondamenta e abbattere le mura aiutandosi con un ariete, ma i loro schermi protettivi vennero annientati dalle fiamme, dai massi fatti rotolare con le braccia, dai pali e dalle travi infuocate. Di notte, furono i greci a prendere l’iniziativa, appiccando il fuoco all’accampamento romano e riducendo in polvere il terrapieno.

Non meno cruento fu lo scontro sul mare, a cui partecipò la flotta di Bruto. Quando gli schieramenti furono a portata di remo, i rostri si urtarono violenti, le navi rincularono e le frecce oscurarono l’aria ricadendo nel mare vuoto. Mentre le ali si allargavano, i vascelli s’infiltrarono nello schieramento smagliato e le navi che cozzavano contro le chiglie vi rimasero incastrate, mentre le altre venivano bloccate con arpioni e solide catene, in un furioso intrico di remi.
Howe lesse con un velo d’emozione.

Ognuno lotta dalla fiancata della propria nave, teso a colpire gli avversari, e nessuno degli uccisi cade sulla sua imbarcazione. Il sangue schiuma alto sui flutti e l’acqua si copre di grumi sanguinolenti. Le navi, immobilizzate dal lancio di catene, non riescono a unirsi per l’ingorgo dei cadaveri che vi s’interpongono. Alcuni vanno a picco moribondi, e bevono l’acqua del mare mescolata al proprio sangue; altri, rantolando in lotta con la morte che tarda a venire, periscono per l’improvviso crollo delle navi che si schiantano. Frecce vaganti fanno strage nell’acqua, e dovunque cada il ferro per forza d’inerzia trova dove ferire in mezzo ai flutti.

Quel giorno offrì al mare strabilianti casi di morti diverse. Un soldato romano che combatteva dall’alto della poppa venne trafitto al petto e alla schiena da due frecce che si urtarono dentro il corpo e gli bloccarono il sangue, finché un fiotto violento le rigettò entrambe. Un marinaio greco che s’era visto troncare la mano destra, rimasta aggrappata alla carena nemica, riprese a combattere con la sinistra, che gli venne troncata insieme al braccio. Senza più protezione, continuò a esporsi ai colpi e a far scudo col petto alle armi del fratello gemello, venendo trafitto da una miriade di punte, finché si lanciò moribondo sulla nave nemica per arrecarle danno con la sola massa del corpo. Un altro, trascinato in acqua da un arpione, venne trattenuto per le gambe dai compagni e finì spezzato in due, versando il sangue nell’acqua e agonizzando lentamente. Né fu da meno un altro spettacolo di morte spaventosa:

quando due opposte carene trafissero coi rostri un giovane che nuotava: il petto si aprì a metà per quei colpi così brutali e, frantumatesi le ossa, le membra non poterono impedire che i bronzi risuonassero all’urto; schiacciato il ventre, dalla bocca fuoriuscirono le viscere miste a bava e sangue. Quando le navi s’arrestarono con la forza dei remi e riuscirono ad allontanare i rostri, il corpo, precipitato tra le onde col petto squarciato, lasciò passare l’acqua attraverso le ferite.

Esaurite le armi, i soldati usarono ciò che avevano a tiro: i remi, gli aplustri, i banchi dei rematori e altri pezzi di nave. Molti strapparono i dardi dai cadaveri che colavano a picco, altri li svelsero dalle proprie ferite e li lanciarono contro il nemico, premendosi le viscere con l’altra mano. Il fromboliere Lìgdamo scagliò una palla contro le tempie di Tirreno, che stava ritto sulla sommità della prua, e gli fece schizzare via entrambi gli occhi. Quello rimase in piedi sbigottito, ma incitò i compagni a utilizzarlo come macchina da guerra e si mise a lanciare alla cieca dardi che andarono a segno. Gran parte della flotta greca fu affondata, e Bruto aggiunse alle armi di Cesare la prima vittoria navale.
Howe s’asciugò il sudore dalla fronte. Quelle descrizioni avevano ancora il potere d’impressionarlo. Spesso, quando si trovava a esplorare un testo, la sua curiosità si lasciava sedurre dall’incalzare del racconto e lui ci si perdeva. Si sforzò di concentrarsi, pensando che se c’erano altre parole da trovare andassero cercate dove si narravano scene di divinazione o eventi soprannaturali.
Girò le pagine e scandagliò ancora. Era come se l’indolenzimento al torace lo stringesse in una morsa. L’aria della sera gli accarezzava il collo attraverso le finestre aperte, carica del frinire dei grilli e di un gracidare lontano di rane. I versi in latino gli scorrevano sotto gli occhi, aspri e magniloquenti, con la traduzione a fronte.
Giunse al libro sesto, dopo il combattimento intorno a Durazzo, con la sete, la fame e la pestilenza che infierivano sulle truppe degli opposti schieramenti. Cesare si ritirava in Tessaglia, terra maledetta dal destino, dove entrambi i condottieri ebbero il presentimento che il fato si stesse compiendo.
La pusillanimità aveva spinto Sesto, figlio degenere del grande Pompeo [uno degli avversari di Cesare, N.d.R.], a tentare di conoscere in anticipo il corso del destino. Senza consultare oracoli o aruspici, o àuguri che sapessero interpretare il volo degli uccelli o indovini che leggessero le stelle, egli si rivolse agli orrendi rituali della ferocissima strega Eritto, convinto che gli dèi sapessero ben poco. La strega tessala, che abitava le tombe abbandonate e si cibava di cadaveri, sapeva far vaticinare i morti:

Ma quando i corpi sono sepolti nelle tombe e perdono gli umori interni, e consunte le parti corruttibili s’induriscono, allora Eritto infuria avida su tutte le membra, affonda le mani nelle orbite e s’inebria a cavarne i globi gelidi, e rosicchia le pallide escrescenze delle mani essiccate. Spezza coi denti le corde e i nodi degli impiccati, fa scempio dei corpi penzolanti, strappa i cadaveri inchiodati alle croci, afferra le viscere percosse dai nembi e le midolla cotte dal sole che vi penetra. Divelle i chiodi conficcati nelle mani, togliendo la nera putredine che cola per le membra stillanti e l’umore rappreso, e addenta i nervi rimanendovi appesa, se resistono. Siede accanto ai cadaveri insepolti, prima delle fiere e dei rapaci, e non ama dilaniare le membra con il ferro o con le mani, ma aspetta che le mordano i lupi per strappare gli arti dalle loro gole fameliche. Le sue mani non rifuggono dall’assassinio, se ha bisogno di sangue vivo che erompa nei primi fiotti da una gola squarciata, e se le funebri mense richiedono viscere palpitanti; così pone sugli altari ardenti i feti strappati da uno squarcio nel ventre e non attraverso la via naturale, e ogni volta che le servono anime forti e impetuose, si procura da sé le vittime.

Nel cuore della notte, Sesto Pompeo scorse Eritto da lontano, seduta su una roccia scoscesa fra le montagne intorno a Farsàlo. Quando la raggiunse insieme ai suoi accompagnatori e le chiese di conoscere cosa preparava la sorte della guerra, la Tessala si mise in cerca di un cadavere ancora tiepido in cui resuscitare la voce profetica, e la trovò nelle fibre d’un polmone ancora gonfio e intatto. Artigliata la gola del corpo prescelto, lo trascinò fin sotto la rupe d’una montagna incavata. Gli accompagnatori di Sesto erano impietriti e lui stesso tremava, bianco di paura.

Allora Eritto, per prima cosa, apre nuove ferite nel petto del morto e le riempie con sangue caldo, pulisce le viscere dalla putredine e vi aggiunge spuma lunare in abbondanza. Qui vi mescola quanto di sinistro produce la natura: non mancano bava di cani idrofobi, viscere di lince, vertebre di iena feroce, midolla di cervo che si sia nutrito di serpenti, la remora capace di trattenere una nave in alto mare, anche quando l’Euro tende le gomene, occhi di drago, le pietre che crepitano riscaldate dalla cova di un’aquila, il serpente volante degli Arabi, la vipera nata sulle acque del Mar Rosso a custodia delle conchiglie preziose, la pelle d’un rettile libico ancora vivo, le ceneri della fenice deposta sull’altare d’Oriente. Dopo che vi ebbe mescolato sporcizie comuni ed altre famose, aggiunse fronde impregnate da un empio incantesimo ed erbe intrise sul nascere dagli sputi della sua orrida bocca, e tutti i veleni che lei preparò per il mondo. Allora la sua voce, più potente di ogni filtro a evocare gli dèi infernali, emise prima mormorii confusi e molto diversi dalla lingua degli uomini. Vi erano i latrati di cani, gli urli dei lupi, il lamento del trepido gufo e del vampiro notturno, le strida e gli ululati delle belve, il sibilo dei serpenti, perfino il frastuono dell’onda che si frange sugli scogli, il mormorio dei boschi e il tuono delle nubi squarciate. Un’unica voce, composta di tante.
Infuriata nel vedere l’anima del morto riluttante a rientrare nel corpo squarciato, la strega si mise a frustare il cadavere con un serpente vivo, abbaiando minacce attraverso le spaccature che aveva prodotto nella terra.
Subito il sangue rappreso si scalda, ravviva le nere ferite e scorre nelle vene fino all’estremità delle membra. Palpitano le fibre percosse nel petto gelido, e la nuova vita insinuandosi nelle midolla disavvezze si mescola alla morte. Tutti gli arti trepidano, i nervi si tendono: il cadavere non si solleva dalla terra lentamente, membro per membro, ma ne viene respinto tutto in una volta. Allentatesi le palpebre, gli occhi si spalancano. L’aspetto non è ancora quello di un vivo, bensì d’un morente, permangono la rigidezza e il pallore, ed egli è attonito al ritorno nel mondo. La bocca, ancora irrigidita, non emette alcun mormorio; ha riavuto la voce e la lingua solo per rispondere. «Dimmi quel che ti ordino», lo apostrofa la Tessala…

La luce si spense con uno schiocco. Howe rialzò la testa di scatto, senza capire. Restò al buio un paio di minuti, il tempo di abituare gli occhi all’oscurità e di scorgere fuori della finestra le forme della notte, lumeggiate dalla luna crescente. Qualcosa era scattato, forse un quadro elettrico. Avrebbe dovuto alzarsi e andare a vedere, e chiamare il custode…
Un lungo fruscio sotto la finestra spalancata gli sospese il respiro. Howe si alzò cautamente, stendendo le ginocchia un po’ alla volta, le orecchie tese. La finestra era senza inferriata, e uno strano odore di stantio parve diffondersi nella stanza. Un puzzo di sporcizia, di erba marcia. Indietreggiò verso la porta col cuore che gli martellava in gola, respirando pianissimo, gli occhi conficcati nel buio a cercare l’origine di quei movimenti attutiti e furtivi. S’afferrò alla schiena di una sedia, sicuro che da un momento all’altro una figura curva e scheletrica gli sarebbe piombata addosso oscurando il chiarore lunare. Quasi gli parve di sentire un ringhio sordo a pochi metri, anzi a pochi centimetri…
La sagoma d’un rapace gli attraversò il campo visivo in un lampo, seguita dalla figura mostruosa che aveva immaginato. Howe tentò di sollevare la sedia, mentre una voce orrenda simile a un rigurgito lacerava l’aria.
«Copriti i geroglifici, maledetto!»
«Chi è?» gridò Howe stravolto.
«Chi c’è là?» disse un’altra voce dalla casa del custode.
Di colpo lo specchio della finestra fu oscurato da una massiccia sagoma nera. Howe afferrò una bottiglia e gliela scagliò contro debolmente, mandandola a rotolare sul pavimento.
«La penna, la penna!» gracidò la figura nera, affannandosi sul davanzale.
«Howe, tutto bene?» La voce del custode lo chiamava da fuori.
Howe si accorse d’essere bagnato di sudore. Guardò l’uomo sul davanzale, che brandiva un oggetto lungo e appuntito e si voltava verso il giardino.
«Dev’essere scattato il contatore,» disse Terzo. Howe lo sentì armeggiare sulla superficie esterna del muro, e con un altro scatto la lampadina si riaccese e il frigorifero della cucina ripartì.
A cavalcioni sulla finestra, Fazzini mostrò a Howe la lunga penna che stringeva in mano. «Sono riuscito a prendergliela!» gridò, gli occhi strabuzzati per la gioia.
Howe si accasciò sulla sedia, la schiena improvvisamente indolenzita come non gli era mai accaduto. Mise le mani sul tavolo e vi poggiò la testa, respirando a pieni polmoni.
«Ma che diavolo stai facendo qui? Perché non sei ancora andato a casa?» disse Terzo.
«Il barbagianni… prima ha girato la testa mettendo l’asse degli occhi in verticale, e poi…»
«L’hai disturbato mentre stava cacciando una preda…»
«Sembrava un topo, era grosso.»
«E tu gli impedisci di andare a caccia per prendergli la penna?»
«Era silenziosissimo, capisci?» s’accalorò Fazzini «Ha volato fino a terra senza farsi sentire. Ma l’ho beccato, ah, ah! Guarda» disse avvicinando la penna agli occhi e sfiorandola con un dito, «ha proprio una striscia di velluto, come un pettine, così ha l’assorbimento acustico e manda le comunicazioni in silenzio senza manipolare il suo intervento. Chissà se emana anche ultrasuoni…»
«Basta, Aristide.» Terzo lo prese per un braccio e lo fece scendere dal davanzale. S’affacciò all’interno: «Come va, Howe?»
«Bene, bene…» mormorò lui, frastornato.
«Già che ci sono potrei spalmarti un altro po’ di pomata. Vuoi andare a letto?»
Howe lo contemplò, ancora abbagliato dalla lampada a sospensione. Si rese conto d’essere in condizioni pietose, un rottame con tutte le terminazioni nervose in attività.
«Sì,» sospirò.

© 2007 Paolo Ferrucci

Postille a Mistero etrusco. La Farsaglia (I)

La Farsaglia, o Bellum Civile, è il più grande poema epico latino dopo l’Eneide.
L’autore, Marco Anneo Lucano (39-65 d.C.), era un poeta e scrittore fecondo e precocissimo, che dapprima venne favorito dall’imperatore Nerone, ma in seguito, caduto in disgrazia perché s’era unito alla fallimentare congiura di Pisone, fu costretto dallo stesso Nerone a suicidarsi. È impressionante pensare che aveva solo 26 anni.

Il poema, che prende il nome dalla pianura della città greca di Farsalo e racconta la sanguinosa guerra civile fra Pompeo e Giulio Cesare, consiste in dieci libri di esametri che si interrompono bruscamente, con Cesare che sta portando avanti la guerra in Egitto. È un’opera ricca di digressioni, molto improntata alla retorica, ma soprattutto al grottesco e al paradossale: il racconto si svolge con grande vigore ed è costellato da innumerevoli scene drammatiche, truculente e orrifiche, con personaggi pieni di pathos. In certi punti mi ha fatto pensare a un genere horror ante litteram: Lucano quasi come precursore di Stephen King.

Mi aveva tanto appassionato questo poema, che lo inserii nel romanzo Mistero etrusco dandogli un posto di preminenza: non solo per le citazioni che il protagonista Lester Howe trovava affini a certe misteriose iscrizioni in greco, ma soprattutto perché ne avevo inseriti diversi estratti – intervenendo personalmente nelle traduzioni di cui mi avvalevo – per fare omaggio a questo autore giovanissimo e straordinario.

Ma, si sa: le piccole passioni dell’autore, soprattutto se antiquate, difficilmente piacciono ai lettori, e l’editore che sa fare il suo mestiere non può non tenerne conto. Quindi, gli estratti che avevo amorevolmente inseriti nel romanzo sono stati, molto semplicemente, eliminati.
Così ora li pubblico qui, per fare il mio omaggio a Marco Anneo Lucano, come avrei voluto.


*     *     *

[In questa prima parte c’è il brano che figura ufficialmente in Mistero etrusco: vi si introduce il poema spiegando perché Howe lo recupera e lo esamina.]


Howe andò a cercare il volume negli scaffali del corridoio che raccoglievano i classici greci e latini. La Farsaglia, o Bellum Civile, il racconto della guerra fra Cesare e Pompeo del 49 avanti Cristo, era una delle letture macabre che avevano movimentato la sua adolescenza di studente curioso e impressionabile. Lucano, il grande poeta epico romano del primo secolo, era formidabile nel costellare la narrazione con spettacoli di morte, di orrore e di tenebra. I suoi versi avevano una potenza espressiva che dava i brividi: i fenomeni soprannaturali erano violenti e irreversibili, i personaggi demoniaci spaventosi e crudeli, e le battaglie erano descritte come omicidi di massa, con le morti cruente raccontate in modo variegato e paradossale.
Howe rintracciò il volume nella terza sezione, rilegato in similpelle verde, con impressioni un po’ sghimbesce sul dorso. Le pagine erano state sottolineate a matita da una mano poco rispettosa, che non aveva risparmiato i margini con annotazioni e parafrasi. Gli fu sufficiente scorrere il sommario per trovare, verso la fine del primo libro, l’episodio del sacrificio propiziatorio in cui gli dèi si mostrano ostili.
Quando stava per scoppiare la guerra civile tra Cesare e Pompeo, destinata a inondare di sangue il mondo romano, i presagi più funesti si moltiplicavano. Il cielo veniva tagliato da meteore fiammeggianti e da una cometa foriera di sconvolgimenti politici, fulmini e fuochi divampavano nell’aria, l’Etna esplodeva e la terra abbassava il suo asse, scrollando le nevi dai picchi alpini. A Roma le donne partorivano mostri, gli animali si mettevano a parlare e le offerte cadevano dai templi.
Per leggere il significato di quei segni e tentare di scongiurarli, il senato aveva deciso di convocare gli aruspici etruschi. Il più anziano e il più saggio, Arunte, ordinò una serie di riti e sacrifici e iniziò a interrogare gli dèi facendo sventrare una vittima sacrificale.
Così recitava il testo:

Arunte raccoglie i fuochi dispersi dal fulmine e li sotterra con lugubri mormorii, evocando sui luoghi la protezione del dio, poi conduce ai sacri altari la nuca superba d’un maschio. Aveva già cominciato a versare il vino e a spargere le farine con la lama del coltello; e la vittima, a lungo recalcitrante al temuto sacrificio, mentre i ministri dalle corte vesti le abbassavano le corna ribelli, piegate le ginocchia, offriva il collo vinto.

Eccole, le parole. Iam fundere Bacchum coeperat: cominciò a versare il vino; obliquoque molas inducere cultro: e a spargere la farina col coltello. E infine, deposito victum praebebat poplite collum: poggiate le ginocchia, porgeva il collo vinto.

[…]

Dalla vittima sventrata, invece del rosso del sangue era sprizzato un liquido insano e funesto. Arunte, pallido di spavento di fronte a presagi tanto foschi, afferrò le viscere per leggervi altri segni della collera degli dèi:

Già il loro colore atterrì l’aruspice: le pallide interiora erano chiazzate di macchie tetre, un sangue gelido le impregnava e placche sanguinolente ne screziavano il livore. Scrutò il fegato stillante marciume e scorse le venature minacciose dalla parte ostile. La fibra del polmone ansimante era invisibile, e un piccolo solco attraversa le parti vitali. Il cuore è inerte, le viscere lasciano trasudare umore infetto dagli squarci aperti, gli intestini mostrano le pieghe nascoste.

A un tratto, l’aruspice vide crescere sulla testa del fegato la massa di un’altra testa, chiara prefigurazione dell’imminente guerra civile: Ecce videt capiti fibrarum increscere molem alterius capitis
Cercando nelle iscrizioni greche, Howe trovò un’altra corrispondenza: epi tas to epatos koryphas meion korypha epaeiretai, cioè “sulla testa del fegato cresce altra testa più piccola”. Sorprendente davvero. I caratteri etruschi allineati in alto recitavano: maznei peqarni tercne nac alpqai mazna
Nel racconto di Lucano, mentre una parte del fegato pendeva marcia e avvizzita, l’altra pulsava con guizzi violenti. L’aruspice, riconosciuti i presagi del conflitto civile, gridò la portata dei mali che si preannunciavano:

O dèi del cielo, a stento posso svelare agli uomini quel che muovete; non a te infatti, o grande Giove, ho sacrificato; furono gli dèi infernali a penetrare nelle viscere del toro sgozzato. Ciò che temiamo è indicibile, ma gli eventi saranno più orrendi di ogni timore.

Gli dèi infernali… Howe era sicuro d’aver visto anche queste parole. Non tardò a ritrovarle, in una pagina contrassegnata da due cerchietti concentrici: ton kato daimonon hekati, cioè “per volere degli dèi infernali”.
(continua)

© 2007 Paolo Ferrucci