Dio lo vuole

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«Signori, non è molto tempo che ci siamo ritrovati qui, in un’occasione che mi ha dato più conforto e soddisfazione di quelli che me ne dia l’odierna. Ciò che io vi debbo dire non richiede preamboli, perché il motivo di questa riunione è chiarissimo. Avrei desiderato di tutto cuore che questo motivo non sorgesse.
Nella vostra precedente riunione io vi ho fatto conoscere quale sia stata l’origine prima di questo governo che vi ha chiamato e per l’autorità del quale voi siete venuti. Vi ho detto poi fra l’altro che eravate un parlamento libero, e voi lo siete fino a quando riconoscerete l’autorità del governo che vi ha convocati. Ma questa parola di “parlamento libero”, implica una reciprocità o non significa nulla. Invero questa reciprocità era implicita ed esplicita e credo che i vostri atti e la vostra condotta dovevano conformarvisi.
Ma credo ora che sia necessario di fare l’apologia delle mie funzioni, ciò che non avevo l’idea di dover fare. Io penso e ho sempre pensato, da che ho assunto la mia carica, che se Dio non volesse sostenermi mi avrebbe fatto cadere. Ma se il dovere mi incombe di rimanere io non posso sottrarmi a questo dovere dinanzi a Dio. E questo sarà il preambolo del mio discorso.
Io non mi sono designato da me a questo posto. Lo ripeto: non mi sono designato io a questo posto. Di ciò Dio mi è testimonio e vi sono altri che darebbero la loro vita per testimoniare questa verità, e che ripeto vi direbbero che io non mi sono designato a questo posto».

«Solo Dio e  il popolo mi toglieranno dal mio posto, altrimenti io non lo lascerò; tradirei la missione affidatami da Dio, l’interesse del popolo, se lo lasciassi.
Ero un gentiluomo di nascita, non vivevo in altissimo ambiente, ma neppure nell’oscurità. E fui chiamato a parecchie cariche nella vita pubblica, ed ho servito in parlamento e fuori il mio paese e senza entrare in noiosi dettagli mi sono sforzato di compiere il mio dovere di galantuomo verso Dio, verso l’interesse del suo popolo e verso la cosa pubblica ed ho riscosso allora il consenso di tutti e ne ho le prove».

― Estratti del discorso di Oliver Cromwell al parlamento, 13 settembre 1654 (Calendar of State papers)

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Il destino

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Si direbbe che qualche volta il destino si diverte a spingere due persone l’una verso l’altra. Ci incontrammo ancora con Alexander in casa di comuni amici: poi cominciammo a cercarci, senza aspettare più il caso, e finimmo per diventare molto amici, quasi inseparabili. Una di quelle strane amicizie come si possono avere solo con gli inglesi: si parla di tutto e di tutti, meno che di sé stessi e dei propri affari personali; qualche volta si riesce perfino a stare benissimo insieme, senza dire una parola. Si continua a rispettare certe forme, ma si sa, si sente che avete accanto una persona si cui, se ce ne fosse veramente bisogno, si può realmente contare.
Non so esattamente: doveva avere sui ventinove anni, ma qualche volta appariva anche più giovane di quanto fosse. C’erano solo quelle rughe profonde che gli solcavano la fronte alta a dargli un aspetto inatteso di maturità, di anzianità quasi e forse qualche volta una strana espressione degli occhi chiari; era come se si perdessero lontano, lontano. Curioso il contrasto con quei baffetti biondi che portava pettinati con le punte all’insù, con un’aria insolente, un po’ sbarazzina. Uno charme indefinibile, quasi animale, a cui era difficile resistere: forse nella voce leggera, chiara, un po’ insinuante, dolce.
[…]
Alexander mi invitò ad andare a vederlo al fronte. Il fronte erano poi le vecchie trincee turche, ancora all’epoca delle guerre balcaniche, che squadre di lavoratori civili, a un ritmo molto tranquillo e molto pigro, stavano liberando dalle erbacce e dalle tante altre cose che ci si erano accumulate durante tutti quegli anni.
Teoricamente, questo povero battaglione della guardia irlandese avrebbe dovuto tenere un fronte lungo una diecina di chilometri. Una landa arida, rocciosa, bruciata; qua e là qualche magro cespuglio. Il sole batteva forte, ma l’aria era leggera e si camminava volentieri, Alexander con il suo passo elastico e il suo berretto un po’ piegato da un lato. Era la prima volta che lo vedevo in servizio: era come se vedendolo tutti i giorni mi fossi dimenticato che era un militare. Con che occhi lo guardavano tutti i suoi soldati! C’era come dell’ammirazione: o forse ancora il suo charme che funzionava anche su di loro.
La spiaggia era deserta, l’aria era come immobile e anche il mare si sentiva pigro: che piacere farsi arrostire lentamente. Gli stavo raccontando degli ultimi passi ad Atene.
«Se attaccano, non ci resta che farci ammazzare», disse Alexander.
«È un massacro inutile», osservai.
«Chiunque è capace di farsi ammazzare per una causa che si capisce: bisogna imparare a farsi uccidere anche per una causa inutile, per una causa perduta», mi rispose. Feci uno sforzo per guardare un momento di sbieco dalla parte sua: non aveva nemmeno aperto gli occhi.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 17-19</spa

La Costantinopoli del ’20

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Nella Costantinopoli del ’20, di ristoranti russi ce n’era uno ad ogni angolo di strada: si sarebbe detto che era quella la formula taumaturgica che permetteva a tanta gente, di tante categorie diverse, di sbarcare il lunario. In questa orgia di russificazione alimentare, una simpatica coppia di giovani francesi aveva avuto l’idea stravagante di lanciare un restaurant francese: ed avevano avuto fortuna. Era da loro che ogni tanto si rifugiavano le colonie straniere di Costantinopoli quando erano un po’ stanche di cotolette alla Kiev o alla Pojarski, o anche semplicemente se ne avevano abbastanza della compagnia delle eterne dames serveuses. E fu proprio alla Régence, una sera, che si avvicinò al nostro tavolo un ufficiale inglese: aveva bevuto parecchio indiscutibilmente, ma non era certo la prima volta che ci accadeva di incontrare un ufficiale inglese che avesse bevuto un po’; ci aveva raccontato che aveva appuntamento con qualcuna che non era venuta, non sapeva ch cosa fare: se aspettare ancora o andarsene. Un po’ noioso, un po’ appiccicoso, ma veramente niente di eccezionale.
Per cui fummo un po’ sorpresi quando, un paio di settimane dopo, ci fu chiesto se acconsentivamo ad apparire, come testimoni, davanti alla Corte Marziale che doveva giudicare l’ufficiale in questione.
Il nostro amico di una sera era là, in grande uniforme. L’interrogatorio fu lungo e circostanziato: dopo qualche tempo riuscii a capire che si trattava di stabilire se il suo stato di ubriachezza fosse tale da rendergli impossibile l’obbedienza agli ordini di Sua Maestà. L’affare sembrava grave: non mi ricordo bene per quale ragione precisa, teoricamente, la guarnigione era in stato di allarme. Con tutto ciò non riuscivo a capire la ragione di prendere tutto questo tanto al tragico: se fosse stato necessario mettere sotto processo tutti i soldati e gli ufficiali di S.M. che la sera si trovavano, più o meno, nella vigna del Signore, non so quanti ne sarebbero rimasti in servizio.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 16-17

Ogni Paese

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Ogni Paese ha il suo genio proprio, e le cose sue deve farle nella maniera che corrisponde a questo suo genio e non in un altro. Il genio italiano è un insieme di elementi contraddittori che coesistono senza fondersi: molto idealismo, molto realismo, molte illusioni, molta confusione; molta tolleranza, forse, figlia di un grande scetticismo, ma comunque profondamente umana e un curioso senso di continuità giuridica. L’unità d’Italia è stata fatta secondo questo genio della nostra gente: è stata fatta per storto, se si vuole, ma è stata fatta. Questa è la grandezza vera del nostro Risorgimento: forse è solo ora che cominciamo realmente a rendercene conto.
[…]
Noi abbiamo la fama di essere gli eredi di Machiavelli: qualche volta ci crediamo anche noi stessi, e c’è, effettivamente, nella nostra psicologia interna qualche cosa che d’istinto ci porta verso la sottigliezza, diciamo così, diplomatica. Ma non sono ancora riuscito a capire come è che con tutto questo, pochi come noi italiani restano, come d’istinto, sorpresi e quasi offesi, quando si deve rilevare che la politica degli altri segue interessi e calcolo e non sentimento.
Noi crediamo ancora di essere amati, crediamo che l’essere amati faccia parte della politica: dividiamo ancora popoli e uomini fra quelli che amano l’Italia e quelli che non l’amano, e reagiamo, sinceramente, quando ci accorgiamo che in politica estera non c’è amore, né simpatia, ma solo coincidenze di interessi. Quando la coincidenza cessa, cessano anche le espressioni di amicizia.
Siamo forse l’ultimo popolo al mondo che, ritenendosi furbo, cinico, calcolatore ed essendolo anche, in parte, crede, in politica estera, al sentimento e all’ideale, e ne risente, dolorosamente, quando i fatti portano a renderci conto che gli altri ci credono un po’ meno di noi.
È bello certo, ma ha anche i suoi inconvenienti: chissà, forse, anche questo è un’eredità dei bei sogni del nostro Risorgimento.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 11-13

Il favore popolare

Chi pertanto diventa principe con l’aiuto del popolo, deve conservarselo amico; il che gli riesce facile, dato che il popolo non chiede altro che di non essere oppresso. Ma chi, contro il popolo, diventi principe con l’aiuto dei nobili, deve innanzitutto cercare di conquistarsi il popolo, il che gli riuscirà facile se lo prenderà sotto la sua protezione. Gli uomini, infatti, sono più grati quando ricevono il bene da chi credevano dovesse dar loro il male, e il popolo diventa subito amico del principe, più che se il principe stesso fosse stato condotto al principato dal favore popolare. Il principe può conquistare il popolo in molti modi, che variano secondo le circostanze, ma di essi, non potendosi dar qui una norma sicura e costante, non tratterò affatto.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), IX-5, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Al servizio del successore

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Viceversa colui che arriva al principato col favore popolare, vi si trova solo, e tutti o quasi tutti quelli che lo circondano sono pronti a obbedirgli. Per di più non si può onorevolmente e senza far torto ad altri accontentare i nobili, mentre si può accontentare il popolo poiché esso ha il ben più onorevole scopo di non farsi opprimere, anziché quello di opprimere. Inoltre un principe non riesce mai a proteggersi completamente dall’ostilità dei popolani, che sono troppi, mentre può proteggersi dall’ostilità dei nobili, che sono pochi. Da un popolo che gli sia ostile, un principe può alla peggio aspettarsi di essere abbandonato. Da nobili che gli siano ostili egli può aspettarsi di essere non soltanto abbandonato, ma anche attaccato perché, avendo essi maggior chiaroveggenza e astuzia, fanno sempre in tempo a salvarsi e a cercar meriti presso chi è ritenuto il futuro vincitore. Il principe, d’altra parte, mentre è costretto a vivere sempre con uno stesso popolo, non deve sempre vivere con gli stessi nobili, dato ch’egli può farli e disfarli ogni giorno, facendo loro acquistare o perdere prestigio a suo piacimento.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), IX-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Stultorum infinitus est numerus…


Oggi il popolo, privo di buon senso, si fa difensore del suo stesso male.
Così càpita come nei comizi, quando a meravigliarsi che certuni siano stati eletti pretori sono gli stessi che li hanno votati, una volta che il favore popolare (che è mutevole) è cambiato.
Approviamo una cosa e la disapproviamo subito dopo: ecco il risultato di un parere espresso in base all’opinione della maggioranza.

De vita beata, I, 5

(da: http://akatalepsia.blogspot.com/2011/04/1514-stultorum-infinitus-est-numerus.html )

Cromwell


«Signori, non è molto tempo che ci siamo ritrovati qui, in un’occasione che mi ha dato più conforto e soddisfazione di quelli che me ne dia l’odierna. Ciò che io vi debbo dire non richiede preamboli, perché il motivo di questa riunione è chiarissimo. Avrei desiderato di tutto cuore che questo motivo non sorgesse.
Nella vostra precedente riunione io vi ho fatto conoscere quale sia stata l’origine prima di questo governo che vi ha chiamato e per l’autorità del quale voi siete venuti. Vi ho detto poi fra l’altro che eravate un parlamento libero, e voi lo siete fino a quando riconoscerete l’autorità del governo che vi ha convocati. Ma questa parola di “parlamento libero”, implica una reciprocità o non significa nulla. Invero questa reciprocità era implicita ed esplicita e credo che i vostri atti e la vostra condotta dovevano conformarvisi. Continua a leggere “Cromwell”

Il libero consenso

Secondo la filosofa Simone Weil, la legittimità deve basarsi sulla giustizia, la quale esige in primo luogo “un equilibrio fra il potere e la responsabilità”.
Studiando il progetto per una nuova costituzione emanato dal governo di Londra, la Weil propone questo concetto:

La legittimità è costituita dal libero consenso del popolo all’insieme delle autorità alle quali è sottomesso.

La nuova costituzione doveva riferirsi a un popolo di individui, non da ingannarsi e manovrare, ma da guidare attraverso leggi a cui il popolo possa dare il suo “libero consenso” perché, in primo luogo, sono rispettate dalle autorità.
Questo è uno dei punti cruciali che possono far funzionare una democrazia. Non solo: le sue idee essenziali sono due.

1. – Più del modo in cui il capo del governo viene nominato, conta il modo in cui il suo potere è limitato e controllato nel suo esercizio, ed eventualmente egli stesso sia perseguito dalla legge.

2. – L’attività legislativa consiste nell’ideare i concetti essenziali alla vita di un paese. Il popolo, che ha delle aspirazioni, ma non la possibilità di trasformarle in idee chiare e realizzabili, deve nominare persone che pensino per lui, non che lo “rappresentino (cosa che non significa nulla)”. Occorrono uomini, non partiti (che pensano meno del  popolo).