Territorio

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Al tempo dell’Alberti «territorio» significava ancora, tra l’altro, spaventapasseri, come certificano i dizionari della bassa e infima latinità. In realtà sull’ambiguità del termine da quasi un migliaio d’anni si era già stati messi in guardia.
Nel Codice di Giustiniano si avvisa che esso deriva non da «terra», come si sarebbe portati a tutta prima a credere, ma dalla stessa base di un’altra parola, «terrore»: il territorio era (e resta ancora) l’estensione che ricade sotto l’atto di esercitare il potere, di produrre la paura, di imporre come fanno oggi i droni in Medio Oriente la morte. Ma con una grande differenza tra il Medioevo e i giorni nostri, che lo spaventapasseri aiuta a comprendere. Piantato in mezzo al campo esso ha il compito di rappresentare il diritto, la proprietà che su di esso vige, ma allo stesso tempo di tradurre tale diritto in termini naturali, quasi che quest’ultimo fosse un accessorio immediato e spontaneo del campo stesso. Come verso la metà del Trecento dirà Baldo degli Ubaldi: la giurisdizione insiste sul territorio come sopra la palude la nebbia, generata «dall’attiva potenza del suolo».
Per Baldo il territorio (l’ambito politicamente definito) era contenuto nel suolo (l’ambito naturalmente caratterizzato) come i fermenti vivi erano contenuti nel vino. E nel Medioevo l’autorità veniva compresa a sua volta come pertinenza naturale del territorio, nel senso che il diritto, per eccellenza consuetudinario, non era il prodotto di alcuna volontà soggettiva ma si configurava come riaffermazione e difesa di qualcosa di già dato e inscritto nella terra stessa, intesa come mediazione tra potere e comunità: giuris-dizione, appunto, l’esposizione di qualcosa che già c’è, e che proprio in quanto tale è specifico del contesto locale, è in grado di giustificare la politica pretesa d’obbedienza da parte del signore.

Franco Farinelli, in la Lettura #226, pag. 7

Uomini e bestie

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Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-2, con versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

L’illusione della forza.

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Non c’è niente da risvegliare, se non l’illusione di chi crede di saper controllare la forza e inevitabilmente ne viene travolto. Tutti, nel poema, presumono di essere dalla parte del giusto e si ritengono legittimati a imporre il proprio volere. Ma l’esito è sempre diverso dalle attese, le conseguenze dolorose. Agamennone che crede di poter piegare Achille e assiste alla rotta del suo esercito; Achille che, per umiliare Agamennone, causa la morte del suo più caro amico; Patroclo e Ettore che non si sanno fermare al momento giusto e pagano con la vita. La forza inebria chi crede di possederla, ma nessuno la possiede veramente. “Ares, la guerra, è imparziale, e uccide chi ha ucciso”. Vincitori e vinti si assomigliano. La forza è un’illusione.

È una vicenda nota, che si ripeterà continuamente nella storia umana. Omero la canta con infinita pietà e partecipazione. Fa bene, perché questi eroi sempre eccessivi – che mangiano come cinghiali, uccidono spietatamente, piangono come fontane, litigano come bambini, dominano su eserciti immensi – sono come noi: come noi affrontano situazioni difficili, si preoccupano per i propri cari, s’indignano per le ingiustizie. Greci o Troiani, sono uomini che combattono: a volte vincono e a volte perdono, inseguendo le loro passioni, esposti alle contraddizioni dell’esistenza. Sbagliano perché vivono.

Mauro Bonazzi, su la Lettura #215, pagg. 2-3

Stagioni

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Quando in una stagione della vita si è goduto di un primato, o di una visibilità privilegiata, o di uno status elitario, e poi questa stagione declina e finisce, accade spesso che si continui a pensare, a sentire, a giudicare con lo stesso metro e la stessa attitudine a cui si è abituati, e che ci si senta ingiustamente incompresi, se non defraudati di ciò che ci apparteneva – e che si pretende ci debba ancora appartenere. Qui il rischio di scivolare nell’insofferenza, nella contumelia, nell’amara rievocazione nostalgica, nella critica severa, o rivendicativa, se non sprezzante. E qui, nell’evitare questo rischio, si rivelano la qualità, la struttura, la forza, l’adeguatezza dell’essere umano non solo ai tempi, ma allo scorrere della propria umanità.

Cieca obbedienza

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Non c’è bisogno di scomodare “Il Discorso sulla servitù volontaria” di Étienne de La Boétie, l’amico di Montaigne, tantomeno il Grande Inquisitore di Dostoevskij, per sapere quanto l’uomo sia capace di cieca obbedienza in cambio a volte anche di semplici promesse di una vita sicura.

Massimo Cacciari su L’Espresso, 4 settembre 2016

Giornalisti

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Giornalisti.
Questa gente ha il nome del “giorno”. A me sembra che si potrebbero chiamare meglio della notte. Per questo propongo, dal momento che giornalista è anche una parola straniera, di chiamarli: “notturni”, “il sindacato dei notturni”. A me non sembra affatto che il termine di “notturni” convenga a quelli a cui ora è applicato, agli addetti alla pulizia dei pozzi neri. Son veramente i giornalisti i “notturni”; essi non portano via le immondezze di notte, ciò ch’è cosa onesta e buona azione; essi immettono le immondezze di giorno o, per essere ancora più precisi, riversano sugli uomini “la notte”, le tenebre, la confusione: in breve sono i “notturni”.

Søren Kierkegaard, Diario, 3001 (BUR, Ia ediz. 1975)

Uguaglianza e diversità

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Secondo Simone Weil, se è vero che “un uguale grado di attenzione è dovuto ai bisogni di tutti gli esseri umani”, si deve stabilire un equilibrio fra uguaglianza e diversità.
L’equilibrio può valersi di una proporzione fra potere e rischi, basata sulla responsabilità. Questo implica una data organizzazione dei rischi e, nel diritto penale, un concetto della punizione in cui il rango sociale abbia ruolo di circostanza aggravante nel determinare la pena; tutto ciò a maggior ragione quando si è sul piano delle alte cariche pubbliche.

Occorre che il crimine di disonestà degli uomini pubblici verso lo Stato sia davvero punito più severamente della rapina a mano armata.

Questo perché rifare un’anima al paese è problema urgente e pratico.

Bookblister: L'editoria è chi l'editoria fa

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Editori che chiudono strozzati dai debiti e lasciano dietro di sé una scia di fatture non pagate lunga quanto la Recherche (poi riaprono con un altro nome o, date le competenze, vanno a fare i consulenti). Autori che non trovano case editrici disposte a pubblicarli, a meno di non proporre progetti sicuri, magari sponsorizzati. Autori che credevano di aver trovato l’editore ma poi il libro non esce una, due, tre volte… si sa, il mercato editoriale è volubile. Agenti che non incassano le royalty e diventano agenzie di recupero crediti. Agenti che vedono contratti firmati “saltare” perché la parola non vale più e pure la firma ha i suoi problemi. Traduttori che se lavorano, non vengono pagati o non lavorano proprio, perché sostituiti da chi chiede meno (meglio se chiede nulla).

http://bookblister.com/2015/02/03/leditoria-e-chi-leditoria-la-fa

DISTRIBUZIONE LIBRARIA?

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Anni fa si parlava dell’esigenza indiscutibile di “provvedimenti legislativi” a sostegno di una distribuzione libraria che non penalizzi – inesorabilmente, com’è la realtà – i piccoli editori, in modo da consentire l’ingresso nei circuiti di mercato anche di prodotti a bassa tiratura e di confezione artigianale, che abbiano un valore oggettivo (e non siano spazzatura).

Il piccolo editore di qualità, insomma, non dove essere stritolato dall’apparato oligopolistico dei grandi gruppi, che decidono unilateralmente cosa deve leggere la gente e lo impongono con le note politiche coercitive di stampo capitalistico-degenerativo.
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Premio Strega 2014

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Tutte le coincidenze che portano il Premio Strega 2014 a essere un Premio Piccolo Piccolo. Dal ritiro di Michele Serra alla candidatura di Serra dal Premio Strega alle 2 interviste a “Che Tempo che fa” (di cui Piccolo è coautore con Michele Serra). “UN ROMANZO DI AUTOCOSCIENZA COLLETTIVA DELLA SINISTRA ITALIANA” che non impedisce a Piccolo di pubblicare per Einaudi (di proprietà Einaudi, gruppo Mondadori Berlusconi). Mondadori manda allo Strega Antonella Cilento allo Strega dopo 5 giorni 5 dall’uscita nelle librerie: una presa in giro per i lettori, no? Chi collabora alla Fondazione Bellonci Premio Strega? Ma certo: la moglie di Piccolo. Con chi pubblica ad Ottobre il direttore Stefano Petrocchi il suo romanzo d’esordio? Ma certo! Con Mondadori. E il conflitto d’interessi? Ah già, in Italia riguarda solo Berlusconi (che in effetti è proprietario di Einaudi Mondadori).

http://www.satisfiction.me/gian-paolo-serino-il-premio-strega-piccolo-piccolo-le-prove