La filosofia è un lusso

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I non filosofi generalmente considerano la filosofia un linguaggio astruso, un discorso astratto, che un piccolo gruppo di specialisti, l’unico in grado di capirlo, sviluppa senza scopo intorno a questioni incomprensibili e prive di interesse, un’occupazione riservata ad alcuni privilegiati che, grazie al loro denaro o a un fortunato insieme di circostanze, hanno il tempo di dedicarvisi; dunque, un lusso. Bisogna riconoscere che, perché un solo allievo possa aspirare al baccalauréat, perché possa avere accesso al privilegio di redigere la sua dissertazione filosofica, notevoli oneri finanziari devono essere stati sostenuti dai suoi genitori e dai contribuenti. Per di più, a che cosa gli servirà realmente, «nella vita», il fatto di aver compiuto questo esercizio di stile? Nel mondo moderno, dominato dalla tecnica scientifica e industriale, in cui tutto è valutato in funzione della redditività e del valore commerciale, a che cosa può servire discutere dei rapporti tra verità e soggettività, mediato e immediato, contingente e necessario, o del dubbio metodologico di Cartesio? D’altro canto, non si può nemmeno dire che la filosofia sia completamente assente dal mondo moderno, cioè dagli schermi televisivi, dato che, in generale, l’uomo contemporaneo ha la sensazione di cogliere veramente il mondo esterno solo quando lo vede riflesso in questi piccoli quadrilateri. Di tanto in tanto alla televisione si vedono anche, su qualche canale, dei filosofi: di solito, essi seducono il pubblico grazie alla loro abilità espressiva; il giorno dopo la gente acquista i loro libri, ne sfoglia le prime pagine, prima di richiuderli definitivamente, respinta, perlopiù, dal loro gergo incomprensibile. Tutto ciò viene percepito come un lusso per privilegiati, qualcosa che interessa «una ristretta cerchia», ma non influenza le grandi scelte della vita.
Il vanto della filosofia, risponderanno alcuni filosofi, sta proprio nel fatto di essere un lusso e un discorso inutile. In primo luogo, se nel mondo ci fosse soltanto l’utile, il mondo sarebbe invivibile. La poesia, la musica, la pittura sono anch’esse inutili. Esse non incrementano la produttività. Tuttavia sono indispensabili alla vita. Ci liberano dalle pressioni dell’utile. E questo è vero anche per la filosofia. Socrate, nei dialoghi di Platone, fa osservare ai suoi interlocutori come essi abbiano tutto il tempo per discutere, come non ci sia motivo di avere fretta. Ed è vero che per discutere ci vuole tempo, come ci vuole tempo per dipingere, per comporre musica e poesia.
L’utilità della filosofia consiste proprio nel rivelare agli uomini l’utilità dell’inutile o, in altre parole, nell’insegnare loro a distinguere due diversi significati del termine utile. Esiste ciò che è utile in vista di un fine particolare: il riscaldamento, o l’illuminazione, o i trasporti, ed esiste ciò che è utile all’uomo in quanto uomo, in quanto essere pensante. Il discorso della filosofia è «utile» in questo secondo senso, ma diventa un lusso se si considera utile soltanto ciò che serve a fini particolari e materiali.
[…] Se gli uomini perlopiù considerano la filosofia un lusso, è soprattutto perché essa appare loro lontana da ciò che costituisce l’essenza della loro vita: dalle loro preoccupazioni, dalle loro sofferenze, dalle loro angosce, dalla prospettiva della morte che li aspetta e che aspetta coloro che essi amano. Di fronte a questa gravosa realtà della vita, i discorsi filosofici non possono apparire loro altro che una vana chiacchiera e un lusso ridicolo… «parole, parole, parole», diceva Amleto. In ultima analisi, qual è la cosa più utile all’uomo in quanto uomo? Discorrere sul linguaggio, o sull’essere e il non essere? Non è piuttosto imparare a vivere una vita umana?

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, pp. 193-195.

 

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Mentre facevo merenda mi è venuta in mente questa cosa. Io prima ti ho scritto che sei una persona meravigliosa, adesso. Ma ho sbagliato. Tu lo eri anche prima, solo che facevi di tutto per non esserlo; hai fatto degli errori, sì, ma come tu stesso sai e mi hai più volte detto, la tua natura era pura e tendeva alla purezza. Quindi quegli errori sono state come delle sovrastrutture che per un certo tempo hanno interferito con la tua vera essenza, che però alla fine è emersa nella sua purezza, pur con i segni fisici e psichici che anni di errori hanno lasciato. Cicatrici che come dici e come senti, possono guarire. Voglio dire che tu non sei negli errori che hai commesso, o almeno che sei lì solo in piccola parte. Se sei sopravvissuto a tutte quelle vicissitudini, non è stato affatto solo per fortuna o per un immeritato privilegio (come tendi a pensare quando ti arriva lo scoraggiamento che a volte ti prende), ma per ciò che sei e che hai dentro e che non si è spezzato e non è stato travolto da quelle cose terribili che hai passato. Io sono convinta di questo. Tu ti sei guadagnato ciò che sei e hai adesso e lo meriti. Bisogna anche credere a ciò che sentiamo nel profondo: se tu senti di avere un’anima pura, è così.

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A volte mi vengono dubbi strani, poco comprensibili: come delle sensazioni sgradevoli che mi lasciano smarrito e incerto sul senso del mio esistere. Ad esempio, ora non sono sicuro che io meriti d’essere amato. Può essere che tu non veda le cose giuste? Che tu sia condizionata da qualche fattore che t’impedisce di sentire la realtà per com’è e che ti stia ingannando a darmi tutto questo valore? Momenti come questi arrivano inaspettati, e non me li so spiegare. Ho fatto molti danni nella vita, e solo una fortuna sfacciata può avermi fatto superare situazioni che per altri sarebbero state insuperabili. La merito, tutta questa fortuna? Merito il privilegio d’essere amato? Ora non riesco a trovare cose buone che giustifichino i miei privilegi. Mi piacerebbe porti questi interrogativi guardandoti e ascoltando la tua voce, ma non è possibile, ora. Sono costretto a scriverteli, e a distrarti dai tuoi compiti, quindi farei meglio a tacere e a non turbarti, sarebbe più responsabile. Ma sento forte il bisogno di parlarti.

Sorgente di vita


In questa lettera (tratta da: Simone Weil – Joë Bousquet, Corrispondenza, SE, Milano 1994), della quale riporto un brano, ho trovato molte risposte a una condizione esistenziale che non comprendevo.
Il testo integrale è qui.


Sono giunta
al punto che non posso assolutamente concepire l’eventualità che un qualche essere umano provi amicizia per me. Se credo alla sua, è semplicemente per quel tanto che la ragione mi suggerisce di credervi poiché ho fiducia in lei e da lei ricevo l’assicurazione di questa amicizia. Ma per la mia immaginazione, essa rimane comunque impossibile.
Questa disposizione dell’immaginazione mi induce a una gratitudine tanto più tenera verso coloro che compiono questa cosa impossibile. Perché l’amicizia è per me un beneficio incomparabile, senza misura, una sorgente di vita, in senso non metaforico, ma letterale. Poiché non solo il mio corpo, ma la mia stessa anima, interamente avvelenata dalla sofferenza, sono inabitabili per il mio pensiero, è necessario che esso si trasferisca altrove. Non può abitare in Dio se non per brevi istanti. Spesso abita nelle cose. Ma sarebbe contro natura che un pensiero umano non abitasse mai in qualcosa di umano. Così, letteralmente, l’amicizia dona al mio pensiero tutta la parte della sua vita che non gli deriva da Dio o dalla bellezza del mondo.
Può dunque ben comprendere quale dono lei mi ha accordato offrendomi la sua amicizia.
Le dico queste cose perché so che può comprenderle; nel suo ultimo libro c’è una frase in cui mi sono riconosciuta, sull’errore in cui cadono i suoi amici quando credono che lei esista. È, questa, una disposizione della sensibilità comprensibile solamente a coloro per i quali l’esistenza è direttamente e continuamente sentita come un male. Per costoro è certamente facile fare quanto Cristo comanda: negare se stessi. Troppo facile forse. Forse senza merito. Tuttavia credo che tale facilità sia un privilegio incommensurabile.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 12 maggio 1942)