· 98

Antonio Donghi


Hai colto nel segno, sai? Tu cogli spesso nel segno, perché hai saggezza e sensibilità; ma a volte sembri anche ingenua come una ragazzina: quindi anche in te convivono le due nature. È anche per questo che mi piaci immensamente. Io da ragazzo ero fragile, incline a soffrire terribilmente, a ingigantire ogni cosa. Ero sempre proteso verso gli altri, come fai tu; in definitiva, i miei bisogni somigliavano – e somigliano – molto ai tuoi. È stata una benedizione averti incontrata e riconosciuta subito. E ora ho bisogno di starti al fianco, di pensarti, desiderarti e sorridere ogni volta che vedo comparire i tuoi scritti e le tue attenzioni per me. Quando poi ti vedo comparire di persona, mi sembra di aver finalmente colto il significato della vita. È vero, continuo ad avere dubbi, a interrogarmi, a cercare, e sento il bisogno di commuovermi. Io con te riesco a “essere come sono” proprio perché sei così stupenda, ma ho sempre avuto la tendenza ad aprirmi e a mostrarmi con le mie debolezze, e questo mi creava difficoltà, come puoi immaginare, perché in genere venivo sopraffatto da chi era più furbo o più insensibile o più canaglia. Ora, solo pronunciare il tuo nome mi evoca tutto ciò che di bello e di buono può esserci. Hai qualcosa dentro, una specie di “luccicanza”, che ti rende quella che sei: una creatura che sembra inimitabile, ricca di cose belle oltre ogni immaginazione. Quando ci scrivemmo le prime volte mi dicesti che non avevi voluto perdere la tua innocenza, se non in minima parte. E ci sei riuscita: sei una creatura innocente, dunque irresistibile. Spesso hai avuto il coraggio di espormi le tue debolezze denudandoti completamente, e quindi, forse, sentendoti in una condizione ancor più indifesa. Ma forse sapevi che anche disarmandoti così di fronte a me, non rischiavi quello che avresti rischiato con un’altra persona, perché con me ti senti protetta sempre. E sapere questo, che con me ti senti protetta sempre, mi fa stare benissimo, mi fa capire che la mia vita non è da buttare, ma potrebbe essere qualcosa di molto importante.

 

· 96

Vittorio Corcos


Una cosa che m’ero dimenticato di dirti: oggi, mentre facevamo quei discorsi seri, eri senza occhiali e per tutto il tempo mi sono perso nel tuo sguardo profondo e bellissimo. Ti ho guardata da molto vicino, quei tuoi occhi color del mare erano attenti e riflessivi, e quello sguardo mi è rimasto dentro,
lo vedo ancora molto nitido e ne sento la profondità. Anche questa è stata un’esperienza importante, qualcosa che non si cancella. Ed è importante che amiamo dirci tutto, perché ci fa star bene e ci arricchisce e ci rende più consapevoli e forti. La simpatia, poi, la trovo anche in te, fortissima: anzi, credo che la tua simpatia alimenti la mia, com’è successo fin dai primi giorni. Ci piace ridere insieme delle cose della vita, siamo due buontemponi! Invece, quando sono in giro e non sono con te mi annoio, e mi dico quante belle cose potremmo fare, di quanti argomenti interessanti potremmo parlare. Poi hai una voce che suona come una melodia leggera, hai una dizione impeccabile, quasi ricercata, da attrice.

 

Ritornare a casa 2

Pascal ha scritto che «se non si ama la verità non si può conoscerla». Occorre amare la verità prima ancora di conoscerla, come condizione per conoscerla. Ma perché si deve amare la verità così disinteressatamente? La risposta è semplice: perché c’è un appello radicale, perché veniamo da lì, perché il termine verità non fa altro che esprimere il lavoro oggettivo dell’essere che ci ha prodotto, la sua simmetria come insieme di relazioni ordinate che è la nostra patria e dove ognuno aspira a tornare, perché ogni cosa tende alla sua origine, a ritornare a casa. Amare la verità significa amare l’idea oggettiva che ci ha generato e nella quale sussistiamo.
Il primato, quindi, spetta a quella dimensione profonda dentro di noi dove pensare ed essere sono la medesima cosa, quella profondità che coincide con il nostro Io ma che insieme è più grande del nostro Io, perché, quando l’attingiamo consapevolmente, il nostro piccolo Io viene come trasportato al di là di se stesso, nella dimensione della verità oggettiva e permanente, in quel punto appoggiandosi al quale si attinge l’eterno, anzi si diviene come l’eterno, in quanto si comprende di esserne parte: si comprende che Io e Dio partecipano della medesima dimensione dell’essere. L’unica possibilità data all’uomo di uscire dallo spazio e dal tempo è di scendere nella profondità di se stesso, attingendovi l’autentica dimensione spirituale. Questa è la sede della vita felice o, per usare la classica terminologia teologica, della vita beata.

Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 202-203.

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Leggendoti, ho avuto diverse impressioni di te. Sei giovanissima e ami la cultura e la letteratura in un modo viscerale, che pochissimi giovani conoscono. Hai la fortuna di aver avuto tanti parenti amati — mentre io, ad esempio, non ho mai conosciuto i nonni — e d’avere un rapporto splendido con tuo padre, che con una figlia come te possiede una fortuna colossale. Poi, tendi alla riflessone e all’ascolto, e non prediligi il chiacchiericcio perché sei malata di profondità: in questo mi somigli senz’altro. Anch’io parlo poco e non mi apro mai quanto sto facendo ora. Non è sbagliato, sai? No, anzi, a me sta facendo rivivere. E un giorno vorrò vederti e toccarti le mani e le guance, per sentirne la consistenza, per sentire che sei vera. Mi piacerebbe conoscere il tuo lavoro, e sentire la tua voce.
Mi raccomando, leggimi sempre. Mi raccomando.