16. Un gesto semplice

Il generale in pensione Carlo D’Eril uscì dalla Centrale di Milano e, come gli accadeva di solito nella capitale lombarda, accelerò il passo. Poi si girò di scatto verso l’iscrizione sulla facciata, vide l’ombra delle parole cancellate e sospirò: — PD… Porca Democrazia!
Per un attimo, l’onda dei ricordi lottò con le necessità impellenti del generale. Era atteso.
Scrollando il capo, puntò il primo tassì sulla piazza come una facile preda dei suoi famosi safari giovanili.
— Mi porti all’Hotel Superior.
Erano anni che il generale non pronunciava quella meta, un tempo così usuale per lui. Non fosse stato per il rimbambimento che, da qualche tempo, aveva colpito i non più lucidissimi nervi militari, sarebbe riuscito a trattenere la lacrimuccia che adesso gli scorreva tra le rughe.
Il tassista era un cinese di mezza età; sullo specchietto retrovisore esibiva la capigliatura liscia spiovente sulla fronte. Per rompere il silenzio, cercò di aggiornare il cliente sui risultati calcistici del turno infrasettimanale; i nomi delle squadre scorrevano mangiucchiati in un italiano dalla forte cadenza milanese.
Senza ascoltare il tassista, il generale guardava il Pirellone dove anche era atteso, ma nel primo pomeriggio. Poi, distrattosi (era sempre stato un soldato ligio al dovere, ma senza quel sesto senso da agente del Servizio, il suo sogno proibito…), si accorse finalmente dell’origine del tassista: — Lei sa che Mao ha scritto un libro intitolato “La contraddizione”? Niente a che vedere con quelle stronzate del “Libro rosso”! Lì Hegel è riuscito a far capire persino a quel suo connazionale testardo che lo stato sociale era quello stabilito da noi italiani già negli anni Trenta. Mi intende?
Il cinese non capì; ma ricordò che un suo zio aveva chiamato con quel nome, Mao, un grosso gatto preso per stanare i topi del retrobottega di via Sarpi, bestia che lo zio prendeva spesso a calci perché non faceva il suo dovere di compagno lavoratore. Uso al mestiere, l’uomo fece allora un cenno come a dire “altroché se non lo sapeva” e guardò di sottecchi il tassametro, rallentando in vista della piazzola del Superior.
Il generale pagò soddisfatto e, con un abbrivio ancor più baldanzoso di quello preso alla Stazione, varcò la bussola del grosso hotel. Senza guardare la hall, e senza esserne guardato, svoltò a sinistra verso la batteria degli ascensori di quel grattacielo. Entrato nella scatola, pigiò il tasto 25 e, contemporaneamente, frugò nel taschino della giacca, dove teneva quella tentazione in blu alla quale, virilmente, decise per quella volta di resistere.
Il corridoio era vuoto. Come ai vecchi tempi, la porta della camera 250 era appena socchiusa. Entrato, il generale sentì l’odiata, democratica musica pop di sottofondo, che veniva dalla stanza dove si trovava l’amico dell’amica.
Trovò Irina seduta sul letto che messaggiava col telefonino. Il generale ripensò ai tempi in cui le popolane lo attendevano con lo smalto fresco ai piedi e i fotoromanzi in mano. — Altro che questa babele ultrademocratica! — borbottò tra sé, pensando che la civiltà italiana era scomparsa con i bordelli della sua adolescenza, prima di decadere. Si rinfrancò subito, pensando a quella stupenda ragazza, conterranea del camerata Putin.
L’ora trascorse, forse più rapida del tempo reale, per entrambi. Insieme ai soldi, il generale estrasse dal portadocumenti, col piglio di un mago dal cilindro, un libretto intitolato “La mia conversione” e lo porse alla ragazza.
— Chi è Mirabeù? — chiese Irina. Il generale le disse che era un maledetto francese, il cui unico merito stava tutto in quel gingillo. Aggiunse una piccola digressione di filosofia della storia sulla Rivoluzione dell’Ottantanove — il vaso di Pandora, l’origine di tutti mali! — che Irina non comprese. Con la suprema indifferenza di un felino della Kamchatka, la donna celiò: — Grazie dei regalini. Ciaù, ci vediamo presto.
L’ascensore partì, per subito fermarsi al piano sottostante. Entrò un uomo in blazer sulla cinquantina, che salutò il generale con un cenno d’intesa. Un’istintiva simpatia corse tra i due uomini. L’hotel era solito regalare ai suoi visitatori delle piacevoli discussioni di contorno al piatto forte. Felice di quelle rapide occasioni cameratesche, “madeleines” delle sue prime esperienze in caserma, il generale guardò con compiacimento l’uomo in blazer. Il quale, per un ironico gioco delle parti, intuì che quello con cui condivideva le debolezze era un militare, e anticipò il generale con un attacco erudito: — Lei ha letto “Le Soirées de Saint-Pétesbourg”?
Felice della domanda e dei suoi sottintesi il generale rispose lapidario: — Ma sa, durante una mia missione in Egitto un vecchio diplomatico algerino mi regalò la “princeps” dell’opera omnia del Comte de Maistre; la lessi tutta di un fiato all’ombra delle Piramidi.
— Ottimo! — esclamò l’uomo in blazer, presentandosi: — Permette, sono il professore Mattia De Meis.
— Piacere, Generale Carlo D’Eril. E cosa insegna Lei di bello?
— Vede, sono confinato in una cattedra di scienze della comunicazione. Ma non creda… Il mio ultimo saggio, una robetta eh, è dedicato a Corrado Gini. Conosce? Figura interessantissima della storia della statistica, quasi un precursore della nostra società mediatica.
— Gini Corrado? Ma certo! — il generale pensava intanto a come un professore milanese, e di scienze della comunicazione per giunta, conoscesse quel grande studioso, che lui reputava un genio del periodo migliore della storia patria.
I due uscirono dall’ascensore, varcarono la bussola, e di comune accordo si sedettero ai divanetti del bar di fronte all’hotel, ordinando senza perdere tempo due birre ghiacce.
Difficile richiamare il dialogo che i due uomini intrattennero per un paio d’ore. Di sicuro possiamo solo dire che per entrambi il tempo perse consistenza più di quanto fosse già accaduto nel ventre dell’hotel. Il succo della conversazione, proceduta a strappi e impennate come una corsa in acqua, era il seguente: per il generale il mondo attuale, in cui viveva come una statua, era dominato ora da sbarbatelli senza testicoli — peggio di Rosseau!, inveiva — che vivevano nelle “californiane selve” come bestioni vichiani, leggendo manuali di programmazione informatica dentro Playboy. Dall’altro lato, il professore cercava di istruire il generale sulle potenzialità dell’informatica ai fini del dominio delle masse. La scienza statistica, vera passione del De Meis, era per quello scienziato la chiave del passato recente e del futuro del globo. In qualche modo, a battute e allusioni, il professore era riuscito a impressionare il generale che, salutato il suo interlocutore, rigirò a lungo una boutade che lo aveva conquiso: — Il “like” è il nuovo me ne frego!
Con questo chiodo fisso, D’Eril non si accorse nemmeno che il tassì lo aveva lasciato all’ombra del Pirellone. Lì dentro incontrò, come da programma, l’assessore alla cultura del partito di maggioranza, il “Movimento delle vacche nostrane”. Motivo dell’incontro, la posa di una lapide commemorativa in piazzale Loreto, che mettesse definitivamente una pietra sopra la ben nota questione storiografica. Il generale, piena la testa dei suoi studi sapientemente revisionisti, cercava di convincere l’assessore dell’opportunità della lapide. Forse a causa del pensiero fisso alle rivelazioni del professor De Meis, o forse ancora per la poca sensibilità storica dell’assessore, il generale non riuscì persuasivo.
Nonostante avesse investito gli ultimi anni alla messa in piedi prima, e al necessario impacchettamento storiografico poi, di un comitato scientifico per la lapide storica, il generale non era uscito dall’incontro fallimentare del tutto insoddisfatto. — Maiora premunt! — si disse, e senza perdere tempo si fece accompagnare alla Biblioteca di via del Senato. Aveva forse in mente una pista da battere a caldo.
Non salutò quasi la gentile bibliotecaria alla quale, altre volte, aveva dedicato uno sguardo più che compiaciuto e, preso il faldone che lo aspettava sulla scrivania, si immerse nella lettura di quelle carte, in cui credeva di poter trovare la soluzione all’impasse politica italiana. Il libro che questa volta tirò fuori dal portadocumenti, per confrontare con lo scartafaccio, era Tecnica del colpo di stato del Malaparte. Ma per il dritto o per il rovescio, il generale non riusciva a togliersi quel “like” che lo torturava da un paio d’ore. Forse aveva sbagliato tutto. Forse stava solo perdendo tempo con quelle carte “vergate da uno scrittore dalla pettinatura equivoca”, come omofobicamente amava dire.
Alzò lo sguardo e vide una giovane ragazza, sicuramente tesista, che lavorava su degli inutili tomoni giuridici di un noto avvocato meridionale della Milano umbertina. Ancora più in là, un anziano con le dita incartapecorite, al ritmo di un valzer che sentiva solo lui, sfogliava una Bibbia del Diodati appartenuta a una congregazione spirituale, della quale si credeva reincarnazione e massimo esperto al contempo.
Il generale sospirò, poi bofonchiò, forse una bestemmia; infine, gettando uno sguardo in fondo al tavolo, lo vide. Lui. La soluzione: il me ne frego! Chiuse di scatto il faldone; si dimenticò del libro e con il dito sulla polvere scrisse, come un ragazzino ringalluzzito (o come un bibliotecario redivivo):
ALLA BIBLIOTECA
E AL GENIO ATTUALISTICO
DI CHI LA DOTÒ
DI UN CALCOLATORE ELETTRONICO.
Corse al macchinario che sembrava aspettarlo in fondo alla sala. Chiuse la pagina di quell’inutile catalogo librario online che quasi aveva scavato lo schermo, e aprì una pagina social. Il vecchio dito, che non aveva tremato al confezionare bombe negli anni della tensione e a falsificare documenti durante i passaggi più concitati del revisionismo, quel vecchio dito ebbene tremò all’inserire i dati anagrafici nella pagina di registrazione di Facebook.
“Alea iacta est”, sussurrò il generale.
Con un “like” per la rivoluzione, la dittatura era una favola che viaggiava sul web.

Milano, 12 aprile 2018

Andrea Bianchi

Materiali 23. Il labefactor solutilis

A quel punto, secondo quanto scriveva l’autore, sarebbe stato necessario l’intervento di un reagente particolare: il labefactor solutilis, il catalizzatore segreto nominato per la prima volta nell’Obscura mens, e sulla cui natura le opinioni degli studiosi divergevano. Quello era uno degli enigmi celati nel libro che l’alchimista non era riuscito a sciogliere, e il precedente fallimento delle operazioni alchemiche era dovuto soprattutto alla mancanza di quella sostanza misteriosa, senza la quale il principio attivo degli elementi di base non aveva potuto esplicarsi appieno. Ma ora, scriveva l’alchimista, dopo una serie di esperimenti e grazie alla rivelazione di quell’arcano, ne aveva scoperto l’identità e l’utilizzazione:

…giunse impreveduta la propizia esplicazione, grazia misericordiosamente largita dall’Altissimo…

…il Proteo, Panurgo, lo spirito di vita, alfine possa esercitarsi in esso labefactor solutilis, accrescente in celerità la liberazione del corpo celeste dagli elementi più grossi…

Mazza immaginò De Bellis nel suo scantinato, alle prese con il catalizzatore, gli alambicchi e le cucurbite, in un baluginare continuo di fornelli e caldaie, dove pentole gorgoglianti lanciavano sbuffi di vapore acre. Lo vide sistemare la pila di aludelli sopra il forno filosofico, al posto del terzo stadio a forma di cono, e procedere alle sette sublimazioni della materia prima segreta.
Quella sostanza misteriosa, di natura metallica secondo alcuni, di natura terrosa secondo altri, risultava essere quanto di più comune e disprezzato ci fosse nell’universo: il Crisaore la definiva materia prima metassidica, che voleva significare “tramutata dagli astri”, ed era

…reperibile VII strati sotto lo spessore di humus naturale dove le piante ricevono il nutrimento loro…

Sette strati… ma strati di che? E di quale spessore? In quel punto De Bellis aveva tracciato un piccolo schema, con riferimenti alfabetici e numerici, per identificare quella materia prima: egli, dunque, l’aveva localizzata e scavata nel terreno, chissà dove. La sua matrice, diceva il manoscritto, era la terra pingue, una sorta di terra vergine che conteneva in sé il seme metallico, anima invisibile e comune origine di tutti i metalli, che si trasformava in materia prima metassidica attraverso gli influssi stellari che penetravano nel sottosuolo, definiti fasci di fluido ondulatorio. Questi fasci portavano il massimo potere vivificatore nelle notti di primavera, e impiegavano sette anni a condurre a maturazione la materia, trasformandola in un corpo minerale di colore marrone venato di verde, o verde marcio. Là dove il manoscritto parlava dell’impiego del labefactor solutilis, De Bellis aveva riportato alcuni commenti sibillini, riferiti evidentemente alla sua preparazione e al suo dosaggio, ma non ne indicava la natura, né la lasciava minimamente intuire. Doveva trattarsi di una specie di reagente che metteva in moto le molecole delle sostanze, scatenando determinate reazioni chimiche.

 

Materiali 22. Obscura Mens

L’idea che i fascicoli scomparsi fossero all’origine di tutto gli lasciò la mente piena di interrogativi. Prima l’assassinio di De Bellis, poi un furto nel luogo del delitto… erano stati trafugati anche l’Obscura mens, il Saturnia regna, le carte stellari… e Hans era stato falciato da un pirata della strada. Come rientrò a casa, chiuse il cancello con la catena e sprangò le porte. Ora gli toccava mettersi sotto, non aveva scelta. Doveva trovare un qualche bandolo in quella strana matassa.
Salì nello studio, dove la visuale era più favorevole per scoprire eventuali intrusioni, e tornò a squadernare le carte ingiallite del manoscritto. Lesse con attenzione quella grafia aguzza e inclinata, densa di abbreviazioni, graffe e asterischi. Nelle pagine in cui si ipotizzavano le cause che avevano portato all’insuccesso degli esperimenti trovò una citazione inaspettata. L’autore indicava chiaramente la fonte dalla quale aveva tratto la pratica operativa: Obscura mens in naturalium rerum mutatione, di Elzevius Panthèus. Eccolo, il collegamento.
Dunque, l’oscurissimo Obscura mens era stato effettivamente utilizzato da come manuale per le sue operazioni alchemiche: tra le righe di quel compendio aveva trovato tutte le istruzioni per procedere nell’Opera, ma il fallimento degli esperimenti indicava che non era riuscito a interpretare correttamente tutte le informazioni che la chiave gli forniva. I riferimenti alle pagine di quel libro s’infittivano, le interpretazioni di certi termini si alternavano a disegni allegorici e a formule numeriche. Mazza si maledisse per non averlo preso subito con sé: avrebbe potuto fare dei confronti e, forse, capire meglio.
Esaminò quella parte del manoscritto parola per parola. La cosa più evidente era che le dodici operazioni del Liber Duodecim Portarum di George Ripley, riprese nell’Obscura mens e raffigurate nelle sue xilografie, non erano quelle seguite dal Crisaore. Lui le aveva ridotte a sette fasi, secondo le corrispondenze indicate in uno schema, e quelle sette fasi erano precedute dal lavoro preliminare con cui si ottenevano l’acqua delle sette quintessenze e l’olio filosofico.

 

Grinder

Michael Taylor, Grinder, oil on canvas, 2015

Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte.

Edgar Allan Poe, Eleonora

Herta Müller

All’epoca lavoravo in una fabbrica traducendo le istruzioni d’uso dei macchinari d’importazione tedesca. Da quel momento, ogni paio di giorni, un comandante della Securitate cominciò a venire anche in ufficio. Voleva reclutarmi come informatore. Dapprima con delle lusinghe ma, quando rifiutai, scagliò il vaso da fiori contro il muro, minacciandomi. Si congedò con la frase: finirai per pentirtene. Ti butteremo nell’acqua.
Iniziarono buttandomi fuori dalla fabbrica. Adesso ero un nemico dello Stato, oltre che disoccupata. Negli interrogatori che seguirono, il membro dei servizi segreti mi chiamò «elemento parassitario». Ti dava l’idea di insetto nocivo. Gli stessi servizi segreti, che avevano indotto  il mio licenziamento, mi accusavano ora proprio di quello e mi ricordavano che per quello sarei potuta finire in prigione. Funzionava così con i posti di lavoro. Era come essere nell’esercito. Ogni mattino ognuno di noi doveva presentarsi dinanzi allo Stato. Quando alle 7 e mezzo arrivavi al lavoro, la marcia risuonava per tutto il cortile della fabbrica fin su nel cielo. Andavamo a tempo, che lo volessimo o no. Raggiungevamo le nostre postazioni: gli operai le catene di montaggio e noi impiegati d’ufficio le scrivanie. Poi andavamo a farci la doccia e a lavarci i capelli. Passavamo così al caffè e lo smalto sulle unghie. Di tanto in tanto lavoricchiavamo e poi era già l’ora della pausa pranzo con la marcia che riecheggiava dagli altoparlanti. Molto più importante della nostra produttività era la nostra presenza. In cambio di quell’ubbidienza ti davano uno stipendio, dal primo giorno di lavoro fino alla pensione. Che producessimo qualcosa o meno, non aveva alcuna importanza. In fabbrica il nostro motto era: non fare oggi quello che hai mancato di fare ieri, perché forse domani non servirà più.

Herta Müller in la Lettura #265, pag. 46

Snap the shutter

There are so many pictures that when you snap the shutter, that’s the end of their existence. It’s done. It never comes to life. You see it on a contact sheet, and you don’t even look twice. The good pictures all have a certain power or electricity to them. For a picture to have a long life it has to speak to me, have some meaning for me. And then, of course, I hope it contains enough space to hold a range of meanings for others. You might have to take 10,000 frames to produce 500 really good pictures.

Todd Hido

To create a narrative

It really doesn’t take too many different components to create a narrative. There are three basic elements: person, place, emotion. Sometimes I’ll supply actions or the aftermath of actions in my work.
You can do almost anything with these few fundamental components. You can tell a really complicated story, and that’s what I’m after. I’ve loaded the deck for meaning to occur.

Todd Hido

Around the suburbs

When I’m driving around the suburbs, I see them as if they were a set where dramas are unfolding all the time. I’m setting the stage for an imagined story.

Todd Hido

Repetition

I keep this list of rules for art students in my office, the same list that John Cage kept in his studio. They’re by Sister Corita Kent, and the first rule is, ‘Find a place you trust and then try trusting it for a while.’ It’s okay to stay in the same place for a while and to trust the desire to do so. I’d go to the same suburbs and make pictures of houses at night with lights on. I’d see that a picture was really good and then make another one to see what happened. I’d go back again and again, making pictures in the same places. Slowly but surely the work evolved. I don’t think our human nature lets us truly repeat ourselves. Repetition is just part of the creative process.

Todd Hido

Making and analyzing

I don’t analyze my photographs like this while I’m shooting. Making and analyzing are completely different processes.

Todd Hido