Materiali 22. Obscura Mens

L’idea che i fascicoli scomparsi fossero all’origine di tutto gli lasciò la mente piena di interrogativi. Prima l’assassinio di De Bellis, poi un furto nel luogo del delitto… erano stati trafugati anche l’Obscura mens, il Saturnia regna, le carte stellari… e Hans era stato falciato da un pirata della strada. Come rientrò a casa, chiuse il cancello con la catena e sprangò le porte. Ora gli toccava mettersi sotto, non aveva scelta. Doveva trovare un qualche bandolo in quella strana matassa.
Salì nello studio, dove la visuale era più favorevole per scoprire eventuali intrusioni, e tornò a squadernare le carte ingiallite del manoscritto. Lesse con attenzione quella grafia aguzza e inclinata, densa di abbreviazioni, graffe e asterischi. Nelle pagine in cui si ipotizzavano le cause che avevano portato all’insuccesso degli esperimenti trovò una citazione inaspettata. L’autore indicava chiaramente la fonte dalla quale aveva tratto la pratica operativa: Obscura mens in naturalium rerum mutatione, di Elzevius Panthèus. Eccolo, il collegamento.
Dunque, l’oscurissimo Obscura mens era stato effettivamente utilizzato da come manuale per le sue operazioni alchemiche: tra le righe di quel compendio aveva trovato tutte le istruzioni per procedere nell’Opera, ma il fallimento degli esperimenti indicava che non era riuscito a interpretare correttamente tutte le informazioni che la chiave gli forniva. I riferimenti alle pagine di quel libro s’infittivano, le interpretazioni di certi termini si alternavano a disegni allegorici e a formule numeriche. Mazza si maledisse per non averlo preso subito con sé: avrebbe potuto fare dei confronti e, forse, capire meglio.
Esaminò quella parte del manoscritto parola per parola. La cosa più evidente era che le dodici operazioni del Liber Duodecim Portarum di George Ripley, riprese nell’Obscura mens e raffigurate nelle sue xilografie, non erano quelle seguite dal Crisaore. Lui le aveva ridotte a sette fasi, secondo le corrispondenze indicate in uno schema, e quelle sette fasi erano precedute dal lavoro preliminare con cui si ottenevano l’acqua delle sette quintessenze e l’olio filosofico.

 

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Grinder

Michael Taylor, Grinder, oil on canvas, 2015

Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte.

Edgar Allan Poe, Eleonora

Herta Müller

All’epoca lavoravo in una fabbrica traducendo le istruzioni d’uso dei macchinari d’importazione tedesca. Da quel momento, ogni paio di giorni, un comandante della Securitate cominciò a venire anche in ufficio. Voleva reclutarmi come informatore. Dapprima con delle lusinghe ma, quando rifiutai, scagliò il vaso da fiori contro il muro, minacciandomi. Si congedò con la frase: finirai per pentirtene. Ti butteremo nell’acqua.
Iniziarono buttandomi fuori dalla fabbrica. Adesso ero un nemico dello Stato, oltre che disoccupata. Negli interrogatori che seguirono, il membro dei servizi segreti mi chiamò «elemento parassitario». Ti dava l’idea di insetto nocivo. Gli stessi servizi segreti, che avevano indotto  il mio licenziamento, mi accusavano ora proprio di quello e mi ricordavano che per quello sarei potuta finire in prigione. Funzionava così con i posti di lavoro. Era come essere nell’esercito. Ogni mattino ognuno di noi doveva presentarsi dinanzi allo Stato. Quando alle 7 e mezzo arrivavi al lavoro, la marcia risuonava per tutto il cortile della fabbrica fin su nel cielo. Andavamo a tempo, che lo volessimo o no. Raggiungevamo le nostre postazioni: gli operai le catene di montaggio e noi impiegati d’ufficio le scrivanie. Poi andavamo a farci la doccia e a lavarci i capelli. Passavamo così al caffè e lo smalto sulle unghie. Di tanto in tanto lavoricchiavamo e poi era già l’ora della pausa pranzo con la marcia che riecheggiava dagli altoparlanti. Molto più importante della nostra produttività era la nostra presenza. In cambio di quell’ubbidienza ti davano uno stipendio, dal primo giorno di lavoro fino alla pensione. Che producessimo qualcosa o meno, non aveva alcuna importanza. In fabbrica il nostro motto era: non fare oggi quello che hai mancato di fare ieri, perché forse domani non servirà più.

Herta Müller in la Lettura #265, pag. 46

Snap the shutter

There are so many pictures that when you snap the shutter, that’s the end of their existence. It’s done. It never comes to life. You see it on a contact sheet, and you don’t even look twice. The good pictures all have a certain power or electricity to them. For a picture to have a long life it has to speak to me, have some meaning for me. And then, of course, I hope it contains enough space to hold a range of meanings for others. You might have to take 10,000 frames to produce 500 really good pictures.

Todd Hido

To create a narrative

It really doesn’t take too many different components to create a narrative. There are three basic elements: person, place, emotion. Sometimes I’ll supply actions or the aftermath of actions in my work.
You can do almost anything with these few fundamental components. You can tell a really complicated story, and that’s what I’m after. I’ve loaded the deck for meaning to occur.

Todd Hido

Repetition

I keep this list of rules for art students in my office, the same list that John Cage kept in his studio. They’re by Sister Corita Kent, and the first rule is, ‘Find a place you trust and then try trusting it for a while.’ It’s okay to stay in the same place for a while and to trust the desire to do so. I’d go to the same suburbs and make pictures of houses at night with lights on. I’d see that a picture was really good and then make another one to see what happened. I’d go back again and again, making pictures in the same places. Slowly but surely the work evolved. I don’t think our human nature lets us truly repeat ourselves. Repetition is just part of the creative process.

Todd Hido

Subconcious in picture

Much of what happens in a picture is subconscious at the time I make it. I’m really seeing what’s there later, when a picture is done. Joan Didion puts it this way, ‘I write entirely to find out what I’m thinking, what I see, and what it means. What I want and what I fear.’ I feel the same way about photography. I learn things from my work about what I’m thinking. My mind is way more sophisticated than I realize. Sometimes, I pull things out of my hat while I’m working and later I think, ‘Whoa, where did that come from?’

Todd Hido

Materiali 21. I matracci

 

Non aveva mai visto tanti vasi di vetro di dimensioni così diverse. Erano matracci di varie grandezze, vasi per alambicco, storte di foggia svariata. In basso erano allineati vasi di terracotta per lo più cilindrici, con i coperchi, altri aludelli e mortai in marmo e in pietra con i loro pestelli. Alcune larghe marmitte in alluminio, usate per mescolare composti, erano sul pavimento. I barattoli in vetro che aveva notato su uno scaffale contenevano polveri più o meno fini, di colore bruno, plumbeo, verdastro, argentato, nero. Polvere d’argento, calomelano, caput mortuum, nitrato di calcio, camaleonte verde, dicevano le etichette sui coperchi. Osservò il tritume grigiastro contenuto in uno dei vasi. Caput mortuum: evidentemente De Bellis conservava i residui solidi delle distillazioni, chiamati così per la forma di teschio che prendevano dal fondo arrotondato della storta.
Curiosando, trovò in alcuni scatoloni diversi elementi per comporre alambicchi: le cucurbite che andavano messe sul fuoco con la sostanza da distillare, i capitelli per la raccolta dei vapori e le serpentine con le loro camere di raffreddamento, di vari spessori e lunghezze. Vide alcuni fornelli a gas, con la base particolarmente larga; e poi allunghe, ramaioli, pipette, agitatori, tubi, spatole, sifoni, mantici. Individuò un colorimetro, un densimetro e un pirometro.