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Da tempo penso che la trasmissione Fahrenheit, su Radio3, sia la più antiquata e superata forma di programma radiofonico che abbiamo, al pari di certe trasmissioni musicali – sempre su Radio3 – in cui si propone materiale contemporaneo spinto, referenziale all’Avanguardia, che per essere compreso ha bisogno di chili di retroterra culturale specialistico. Però, quando capita d’ascoltarlo, Fahrenheit, specie negli ultimi tempi, si ha la sensazione che debba rimanere, che non possa essere liquidato come cosa vecchia, insieme alle vecchie espressioni superate e inadatte ai tempi. Deve restare, perché forse continua a offrire riparo a chi è stanco, stanco anche della vita, diciamo, in quanto trova tutto faticoso, dallo svegliarsi all’affrontare il mondo dentro e fuori casa. Perché è difficile mettere mano al macigno che è la giornata: una fatica di cui ancora non si decifra il significato.

Fahrenheit

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Da tempo penso che la trasmissione Fahrenheit, su Radio3 sia la più antiquata e superata forma di programma radiofonico che abbiamo, al pari di certe trasmissioni musicali – sempre su Radio3 – in cui si propone materiale contemporaneo spinto, referenziale all’Avanguardia, che per essere compreso ha bisogno di chili di retroterra culturale specialistico. Però, quando capita d’ascoltarlo, Fahrenheit, specie negli ultimi tempi, si ha la sensazione che debba rimanere, che non possa essere liquidato come cosa vecchia, insieme alle molte espressioni ormai superate e inadatte ai tempi. Deve restare, perché forse continua a offrire riparo a chi è stanco, stanco anche della vita, diciamo, in quanto stenta a comprenderla e trova tutto faticoso, dall’alzarsi all’affrontare il mondo dentro e fuori casa. Perché per chi si trova in queste condizioni è difficile mettere mano al macigno che è la giornata: una fatica di cui, in effetti, ancora non si decifra il significato.