Mentalità

018-donata-wenders-theredlist

Va da sé che le situazioni vanno affrontate con una mentalità positiva: sembra una cosa talmente ovvia da non aver bisogno d’esser rimarcata. Alcuni la chiamano mentalità vincente, che però non è per niente facile adottare, a dispetto della sua apparente ovvietà. Dicono che serva innanzitutto per preservare la salute, e poi per disporre di maggiori energie per raggiungere i nostri obiettivi. Di certo accade che, davanti al medesimo problema, ci sono persone che falliscono e altre che invece riescono: questo porta a pensare che il mondo e la vita siano in buona parte il prodotto della rappresentazione che ce ne siamo costruiti e che infine abbiamo fatto nostra. Ovvio, allora, pensare che la vita che ci siamo rappresentati ci influenza e continuerà a influenzarci; così, resta a noi stabilire se quanto ci rappresentiamo è in linea con ciò che vogliamo, oppure gli va contro. In quest’ultimo caso, bisognerebbe quanto meno cercare una convergenza.

# 22

url

Quando il flusso di scrittura fa “pulizia” nella mente, allora si ha il flusso di coscienza. Viene in mente il free writing, o scrittura libera: secondo la definizione di Wikipedia, il presupposto è che ognuno ha qualcosa da dire e la capacità di dirlo, ma spesso questa sorgente di significati ed espressività viene bloccata da fattori come l’apatia (frequente), l’autocritica (bloccante, se non castrante), il risentimento o il malessere, l’ansia che viene come se si avessero scadenze da rispettare, ovvero ansia di realizzazione, e il timore di non farcela o di essere giudicato, oppure qualsiasi altra forma di resistenza. La scrittura libera può essere assimilata a un rubinetto che lascia scorrere l’acqua, mentre altra cosa è la pratica di scrittura, teorizzata da Natalie Goldberg nei suoi libri, in cui si combina la scrittura libera con i principi della meditazione zen. La cosa importante è “muovere la mano”, tracciare i segni sul foglio senza fermarsi, lasciando che il flusso proveniente dalla mente non sia disturbato o condizionato dal ragionamento o dalla riflessione – che in un soggetto come me tendono a prendere il sopravvento. Quello che esce, esce così com’è, non alterato dalla mente razionale che tocca e lima, e rivede. L’occhiata rimane vergine, insomma, restituendo un flusso di pensiero libero.

La strategia delle emozioni

uomoallespecchio

Una nuova e implicita prescrizione morale scorre al fondo della nostra società: afferma il tuo carattere personale, non omologarti, cerca la diversità che ti consenta di non confonderti. Dal momento che non c’è peggior condanna che quella di non essere più riconosciuti, ci arrabattiamo per dare consistenza al nostro io, ma tutto questo diventa sempre più arduo, perché l’individuo è ora in balia di una società che mette a disposizione una libertà mai sperimentata prima, una libertà che deriva da un’offerta concorrenziale di modi di vita pronti per l’uso, capaci di garantire varianti sempre nuove, stimoli inesplorati, promesse di avventura. Ecco allora che l’identità diventa un vero e proprio lavoro, una forma di azione e non più una situazione; e se nel passato la rappresentazione del sé poteva essere considerata un dato culturale, un’eredità sociale o un elemento di riflessione, ora appare sempre più simile a una attività performativa. Molti studiosi sottolineano il fatto che la nostra società sembra aver accentuato i comportamenti di rappresentazione e presentazione riflessiva del sé: ci percepiamo come performer perennemente sottoposti al giudizio altrui, immaginiamo la presenza di altri che costituiscono il pubblico delle nostre esibizioni e con cui condividiamo pensieri, gusti, attitudini.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-strategia-delle-emozioni-lio-dal-reality-show-ai-social-network

Mentalità


Va da sé che le situazioni vanno affrontate con una mentalità positiva: sembra una cosa talmente ovvia da non aver bisogno d’esser rimarcata. Alcuni la chiamano mentalità vincente, che però non è per niente facile adottare, a dispetto della sua apparente ovvietà. Dicono che serva innanzitutto per preservare la salute, e poi per disporre di maggiori energie per raggiungere i nostri obiettivi. Di certo accade che, davanti al medesimo problema, ci sono persone che falliscono e altre che invece riescono: questo porta a pensare che il mondo e la vita siano in buona parte il prodotto della rappresentazione che ce ne siamo costruiti e che infine abbiamo fatto nostra. Ovvio, allora, pensare che la vita che ci siamo rappresentati ci influenza e continuerà a influenzarci; così, resta a noi stabilire se quanto ci rappresentiamo è in linea con ciò che vogliamo, oppure gli va contro. In quest’ultimo caso, bisognerebbe quanto meno cercare una convergenza.

Rappresentazioni mentali


Se uno vuole puntare verso mete significative, deve comunque conoscere se stesso, le proprie carenze, i punti deboli del proprio carattere. E le debolezze, quando si manifestano, non devono né stupire né spaventare: le si deve osservare per imparare a vincerle. La tendenza a rimuginare sui propri errori, poi, è comunissima, come quella ad autoprocessarsi e a condannarsi. Così ci sono persone talmente abituate a un regime autopunitivo che non riescono ad accettare una lode, anche se meritata, senza provare un senso d’ingiustizia o d’imbarazzo, se non di colpa. E questo è male, perché così respingono importanti gratificazioni che aiutano il benessere e la creatività.
I modelli comportamentali, dunque, possono essere o vincenti o perdenti (o anche neutri, dice qualcuno, ma l’immobilismo totale pare che non giovi comunque). E questi modelli sono determinati soprattutto dalle rappresentazioni mentali, che quando sono negative non permettono di dare risposte adeguate alle situazioni difficili. Se si aggiunge poi l’eccessiva insistenza sul passato, si va a impedire la disponibilità verso il nuovo e ci si chiude la strada per quegli atteggiamenti creativi necessari allo sviluppo di sé.

DISCORSI CRITICI

— La questione è semplice: bisogna costruire un punto d’osservazione che permetta di cogliere le modalità con cui il significato dei fatti è stato amputato, veicolato e infine promosso a strumento del consenso attraverso cui rendere accettabile uno stato di cose di per sé inaccettabile. Vogliamo che realtà e memoria s’incontrino, per poi fondersi nelle forme di un discorso letterario che assurge a un valore testimoniale esplicitando nel presente ciò che il passato contiene per aprirlo al futuro. Giusto?

— Giusto.

— Un’apertura al futuro che scalza e dimette le strategie retoriche impiegate dagli apparati preposti a stabilire oggettivamente ciò che è vero e ciò che è falso. È qui che la storia ritorna all’elemento da cui proviene, al linguaggio. E sappiamo che anche l’anti-rappresentazione è una forma di rappresentazione: è la pratica teorica di sfidare le leggi della rappresentazione, proponendosi di rappresentare l’irrappresentabile e dire l’indicibile. Continua a leggere “DISCORSI CRITICI”