Operazione massacro

Rodolfo Walsh ha trentadue anni quando scopre una cosa che ha dell’incredibile: alcuni mesi prima, in un quartiere residenziale di Buenos Aires, una dozzina di civili che si erano riuniti ad ascoltare alla radio un incontro di boxe sono stati arrestati e fucilati dall’esercito senza apparenti motivi; alcuni sono miracolosamente sopravvissuti e hanno una storia da raccontare. È il 1956 e l’Argentina è ostaggio della giunta militare che ha rovesciato il governo di Juan Domingo Perón. Walsh non è un giornalista d’inchiesta – fino ad allora aveva scritto racconti polizieschi e articoli a sfondo culturale – ma inizia lo stesso a indagare: contatta i superstiti, verifica le fonti e i dati, dissotterra particolari ignoti a tutti. In poco tempo raccoglie materiale a sufficienza per un’inchiesta in piena regola, ma appena inizia a scrivere capisce che lo stile giornalistico non è sufficiente. Per restituire in modo efficace la storia dei fucilati di Buenos Aires servono gli strumenti del romanziere: l’organizzazione in scene, la tensione costruita attraverso il montaggio, il background dei personaggi. Il risultato è un romanzo fattuale che irretisce il lettore senza concedere un centimetro di spazio alla finzione. Operazione massacro uscirà nel 1957 (in Italia è stato ripubblicato nel 2011 da La Nuova Frontiera). Gabriel García Márquez lo definirà un «capolavoro del giornalismo universale», ma quello di Walsh non è più soltanto giornalismo, è «giornalismo narrativo».

Otto anni dopo, pubblicando A sangue freddo, Truman Capote dichiarerà di aver inventato una nuova forma d’arte che battezzerà creative non-fiction. Solo che non è vero, per almeno due ragioni: la prima è che il primato appartiene a Walsh; la seconda è che A sangue freddo emerge dallo stesso fenomeno culturale che ha già accolto i primi esperimenti di autori come Gay Talese e Norman Mailer e che di lì a poco sfocierà nel New Journalism.

Fabio Deotto, la Lettura #289, pag. 16

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Post-verità

illustrazione di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte

Ad Atene si conservava memoria di quella volta in cui Pericle e Protagora avevano perso un’intera giornata in una discussione senza senso. Durante una gara un tizio aveva colpito un’altra  persona, uccidendola. Cosa c’era da discutere? Tutti avevano visto, il fatto era certo. E invece loro erano stati lì, cercando di distinguere tra causa e responsabilità, valutando quello che era successo: era stata colpa di chi aveva lanciato il giavellotto o degli arbitri? O forse anche della persona che era morta? Avevano parlato persino del giavellotto. Chiacchiere inutili, pensavano gli ateniesi sorridendo. Quando si trattava di affrontare Pericle, però, non ridevano più. «Ogni volta che riesco a buttarlo in terra lottando – aveva osservato uno dei suoi più accaniti avversari, Tucidide figlio di Melesia – lui contesta di essere caduto, si fa aggiudicare la vittoria e convince persino coloro che lo hanno visto cadere». Ci sono i fatti, ovviamente. Ma – come nei tribunali così in politica – i fatti da soli non dicono niente: devono essere spiegati e valutati. Ci sono i fatti e le interpretazioni, insomma. Di questo parlavano Protagora e Pericle. Protagora l’aveva anche scritto, in un discorso dal titolo altisonante, Verità (in greco Aletheia). Affermava che la Verità al singolare non esiste: per ogni fatto, diceva, ci sono sempre due discorsi contrapposti. Lo avesse scritto oggi, lo avrebbe intitolato Post-verità.
Non sono tesi piacevoli da ascoltare, e ad Atene erano in molti a condividere le accuse di Aristofane, quando lamentava che la diffusione di queste idee avrebbe portato la città alla rovina. Ma Protagora non aveva tutti i torti. Accertare la verità di un fatto, vale sempre la pena di ripeterlo, è importantissimo. Ma non è sufficiente, perché nel mondo degli uomini i fatti non sono mai isolati. Tutto è in relazione con tutto, e il problema è appunto quello di dover gestire questa miriade di fatti, una rete di eventi e azioni che s’intrecciano e confondono, rendendo tutto ambiguo e complicato.

Mauro Bonazzi in la Lettura #273, pag. 8

L’immagine e la scintilla

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Nonostante l’abilità del fotografo, nonostante il calcolo nell’atteggiamento del suo modello, l’osservatore sente il bisogno irresistibile di cercare nell’immagine quella scintilla magari minima di caso, di hic et nunc, con cui la realtà ha folgorato il carattere dell’immagine, il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui, nell’essere in un certo modo di quell’attimo lontano si annida ancora oggi il futuro, e con tanta eloquenza che noi, guardandoci indietro, siamo ancora in grado di scoprirlo. La natura che parla alla macchina fotografica è, infatti, una natura diversa da quella che parla all’occhio; diversa specialmente per questo, che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente.

Walter Benjamin, Piccola Storia della Fotografia, in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di Massa, Einaudi, Torino, 2009, p. 62.

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Innanzitutto voglio rassicurarti: quella lettera non è affatto una punzecchiatura, non lo è per niente, anzi. Forse (a ben riflettere) è una “celebrazione”: ho voluto portare in chiaro un frammento che ci eravamo scritti in privato, nel nostro atelier.
Quella lettera vorrebbe essere la prima di una serie di frammenti di lavoro sul mio scrivere: sui miei progetti, sugli appunti preparatori delle scene, sugli “studi” di raffigurazione narrativa (analoghi a quelli che fanno i pittori) di cui ho riempito intere agende quando lavoravo ai romanzi che ho scritto. Mi piace l’idea di mostrare i materiali della mia “officina”. Non ti sembra una bella idea? Tutto qui, come vedi: è un progetto che ha un senso, e vuol anche servire come cura ricostituente per rimettermi a lavorare.
E magari parliamo della tua situazione, mi piacerebbe molto. Mi sembra d’intuire il pozzo di senso d’inadeguatezza in cui ti senti: sembra simile al mio, dal quale peraltro non sono ancora uscito. Quindi riesco a comprenderti molto bene, e sono solidale proprio perché i nostri stati si somigliano. Non essere in preda al panico, sono sicuro che da questa situazione usciremo: ne usciremo certissimamente!

 

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Sai, quando
leggo le tue lettere mi rassereno, riprendo fiducia e ottimismo. Perché standoti lontano e non riuscendo a leggerti in maniera estesa, a volte emerge un pensiero strisciante, che mi prende e mi lascia, e poi ritorna, subdolo: il timore di essere destinato a perderti, prima o poi. E questo pensiero subdolo e strisciante, sempre in agguato, mi mette di malumore e mi fa soffrire, mi fa pensare che, alla fine, non avrò scampo da quella sorda infelicità che tornerà a strangolarmi. Invece, leggendo le tue lettere così entusiaste e piene d’amore, tutto questo si dissolve e torna lo splendore che sei capace di donare: perché il tuo sentimento è autentico e forte. Non solo ti sto facendo del bene, ma anche tu me ne stai facendo moltissimo. Vorrei poterti abbracciare e accarezzare tutti i giorni, anche solo per il tempo necessario a donarmi quella fiducia e quella vitalità che rendono bella la vita e degna d’esser vissuta. Sei con me sempre, da quando riemergo dal sonno e per tutto il tempo in cui mantengo una coscienza. Sei una presenza imprescindibile, ormai, senza te non riesco a immaginare il procedere della vita.

 

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Per me
è difficile insegnarti a essere ligia, perché sono appunto un “maestro nel perdere tempo”. Ma la vita è fatta soprattuto di “cose pratiche”, che spesso sopravanzano e rendono obsolete tutte quelle speculazioni che ci hanno impegnati e preoccupati in precedenza. Pensare di fallire un obiettivo agognato ci dà l’immagine di un castello di carte che crolla: ma è un’immagine del tutto fuorviante, perché si concentra sul concetto in sé e non tiene minimamente conto del fattore “realtà del mondo esterno”: un fattore che invece è molto più importante e decisivo, perché è con quel fattore che ci si dovrà confrontare, e non con altri, è sul quel campo che ci si dovrà esprimere, e non altrove. Alla fine dei conti, potrebbe anche aprirsi una porta che dà molte opportunità e soddisfazioni, che spiana il terreno a un ulteriore maturare e a traguardi molto gratificanti, mentre il corso delle cose proseguirebbe comunque, per portarci al suo compimento. La vera forza sta nel far progetti e guardare avanti, nel darsi da fare, a prescindere dalle proprie performances del momento. Anch’io tendo a rammaricarmi per il tempo perso, eppure l’esperienza mi ha insegnato che c’è un tempo per ogni cosa: se una cosa, pur anelata, non riesce in un certo periodo, significa che non era il suo momento. Per noi il momento è arrivato ora, e sta facendo emergere e coagulare molti, moltissimi nostri bisogni, e dà voce e sfogo a tutto ciò che ci è maturato dentro negli ultimi anni.

 

Realtà distorta


Pur così semplice ed evidente, pare che il concetto — di cui si discute da diciassette anni — qui in Italia sia di difficilissima assimilazione. Eppure non è necessario rompercisi la testa: basta essere pragmatici e smettere di negare l’evidenza. Detenere il potere dell’informazione e degradare culturalmente e moralmente un Paese, alla lunga, dà i suoi frutti. E lo vedono tutti.
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A Distorted Reality

January 26, 2011

Eloisa Morra is a contributing writer for the Women’s International Perspective.

Silvio Berlusconi’s continuing popularity can be attributed to the powerful media apparatus in his hands and the polarized attitudes of Italians — especially women — towards him.

Television is the basic medium of news for most Italians. Berlusconi owns three private television channels and indirectly controls the state channels. Many important newspapers, publishing houses and magazines are in his hands.

Women who defend him want to maintain their political relevance and economic advantage.

Through domination of the media, he can cause Italians to absorb his vision of the world day by day. The younger generation is especially influenced by a vision of life based more on showing off rather than on moral values. For these people, a major event is going on a game show. Meanwhile, Italian intellectuals and politicians have overlooked — intentionally or not — the danger of Berlusconi’s power.

He is a great communicator and is able to utilize many politicians, lawyers, journalists and pollsters in Italian broadcasting to defend him and modify the facts of reality, as is now happening with the latest scandal.

Women’s responses to Berlusconi are poles apart. The women of his political party defend him vociferously in order to maintain their political relevance and economic position. At the same time, many women react against his vile and coarse behavior with books, documentaries, blogs and petitions.

DISCORSI CRITICI

— La questione è semplice: bisogna costruire un punto d’osservazione che permetta di cogliere le modalità con cui il significato dei fatti è stato amputato, veicolato e infine promosso a strumento del consenso attraverso cui rendere accettabile uno stato di cose di per sé inaccettabile. Vogliamo che realtà e memoria s’incontrino, per poi fondersi nelle forme di un discorso letterario che assurge a un valore testimoniale esplicitando nel presente ciò che il passato contiene per aprirlo al futuro. Giusto?

— Giusto.

— Un’apertura al futuro che scalza e dimette le strategie retoriche impiegate dagli apparati preposti a stabilire oggettivamente ciò che è vero e ciò che è falso. È qui che la storia ritorna all’elemento da cui proviene, al linguaggio. E sappiamo che anche l’anti-rappresentazione è una forma di rappresentazione: è la pratica teorica di sfidare le leggi della rappresentazione, proponendosi di rappresentare l’irrappresentabile e dire l’indicibile. Continua a leggere “DISCORSI CRITICI”