TEVIS & PARTNERS: rating e outlook di Luciano Ligabue (2)

Il Rumore dei Baci a Vuoto_copertina_m

Ma ciò che rileva è l’ultima pubblicazione di Luciano Ligabue, la raccolta di racconti Il rumore dei baci a vuoto (Einaudi 2012). Qui, ogni racconto è caratterizzato da un “finale aperto”, che – dopo una perdita, una scelta incomprensibile, un errore, un segreto svelato, una lettera da aprire, il passato che ferisce – lascia comunque intravedere la speranza dell’assestamento, del riscatto, della redenzione.

Sfortunatamente, queste concessioni al “buon esito” del mondo – anche se lasciato solo intuire, per le esigenze di “letterarietà” delle intenzioni – non sono sufficienti per reggere la scarsa consistenza del testo. Le storie faticano a trovare un senso, a volte una giustificazione, mentre i personaggi raccontati non riescono mai ad acquisire uno spessore.

Tutto ciò a dispetto dell’incomprensibile affermazione del noto recensore Antonio D’Orrico apparsa nell’inserto domenicale del Corriere della Sera: «Non abbiamo un Raymond Carver italiano. Mi correggo, non avevamo un Raymond Carver italiano. Ora c’è e si chiama Luciano Ligabue».

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Ora, poiché è chiaro – a chiunque abbia letto i racconti di Raymond Carver – che tale parificazione è assolutamente infondata, ci si interroga sul senso e sull’utilità di queste affermazioni. Finora, l’unica cosa evidente è che le pratiche incensatorie di questo recensore, spesso lanciate a casaccio, non fanno che alimentare la confusione di ruoli che da tempo contamina anche la produzione editoriale italiana. Continue reading

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Sedicenti scrittori e paranoici

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In questo tentativo di storicizzare e mappare lo spazio letterario del web dovremo necessariamente lasciare in ombra alcuni aspetti che, non solo in Italia, sono stati e sono tuttora oggetto di discussione: ad esempio l’enorme produzione letteraria (o, meglio, di scritture) in rete, l’uso di identità anonime o pseudonime, l’immenso sottobosco di sedicenti scrittori e autentici paranoici che infestano gli spazi dei commenti nei blog letterari (dove il fermento di ambizioni sbagliate e risentimenti personali trovano a volte un fin troppo agevole canale di espressione), o certi abbagli di chi vede nella rete, e in generale nell’innovazione tecnologica di per sé, un positivo superamento di ogni mediazione editoriale e critica. Ci siamo concentrati sulla militanza letteraria, più che sulla vera e propria critica, perché da quest’ultimo punto di vista la rete ha prodotto poco. Infine, pur trovando suggestiva l’ipotesi che Internet, allargando indiscriminatamente l’agorà critica, possa in prospettiva erodere il principio della consacrazione letteraria fino a scalzarlo, ci è parso più importante, oggi, tentare di mettere in luce le lotte, le prese di posizione e le nuove strutture attraverso cui i processi di accumulazione di capitale simbolico specifico ancora si riproducono, adesso allargati anche alla rete.

Francesco Guglieri – Michele Sisto, Verifica dei poteri 2.0. Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009), “Allegoria” n. 61

DISTRIBUZIONE LIBRARIA?

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Anni fa si parlava dell’esigenza indiscutibile di “provvedimenti legislativi” a sostegno di una distribuzione libraria che non penalizzi – inesorabilmente, com’è la realtà – i piccoli editori, in modo da consentire l’ingresso nei circuiti di mercato anche di prodotti a bassa tiratura e di confezione artigianale, che abbiano un valore oggettivo (e non siano spazzatura).

Il piccolo editore di qualità, insomma, non dove essere stritolato dall’apparato oligopolistico dei grandi gruppi, che decidono unilateralmente cosa deve leggere la gente e lo impongono con le note politiche coercitive di stampo capitalistico-degenerativo.
continua a leggere…

Concentrazioni editoriali e morte della critica (3)

 

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Quando scriveva queste parole, Bourdieu non poteva certo avere in mente Internet: eppure il web può a buon diritto essere annoverato tra i cambiamenti esterni che favoriscono una rinegoziazione dei rapporti di forza nel campo letterario. La rete fa esattamente questo: offre ai “nuovi entranti” dei tardi anni ’90 ciò di cui hanno maggiormente bisogno, un mezzo per scavalcare mediazioni che in quel momento sono in mano ad altri.
Il web ha poco da offrire agli scrittori già affermatisi negli anni ’90, come Tabucchi, Baricco o perfino Ammaniti (per non dire delle generazioni precedenti, gli Eco, Magris, Calasso…), ma diventa un catalizzatore di forze e figure “subalterne”, personaggi a vario titolo marginali (o che come tali si presentano) ai quali la rete appare per quello che allora era: una terra vergine in attesa di essere colonizzata. Basta passare in rassegna i nomi e le storie di coloro che, tra la fine del decennio e i primi anni del successivo, animano la discussione letteraria in rete (in fondo gli attori principali, i “nodi” attorno cui si raccolgono comunità, gruppi, esperienze, energie, non sono molti): il Luther Blissett Project (poi Wu Ming) emerge da contesti extraletterari legati ai centri sociali e ai movimenti; Valerio Evangelisti è un autore di genere (e che proprio in nome di una rivendicata minorità del genere muoverà le sue battaglie più spiccatamente letterarie); Giuseppe Genna, a sua volta scrittore di genere, sconta anche la sua vicinanza, reale o presunta, a posizioni politiche di destra; Scarpa, scrittore-critico avviatosi alla consacrazione con il gruppo dei Cannibali sotto le insegne del “pulp”, cerca un riconoscimento che lo liberi definitivamente da un’etichetta sentita ormai come limitante; sulle traiettorie eccentriche di una ricerca letteraria personale e molto caratterizzata si muovono Dario Voltolini, perseguendo una forma breve astraente e antinarrativa, e Giulio Mozzi, con i versi del Culto dei morti nell’Italia contemporanea; Antonio Moresco, l’autore delle Lettere a nessuno e del Paese della merda e del galateo, è forse quello che più di tutti ha insistito sulla propria figura di eterno outisder; Carla Benedetti, che pure è professore universitario, arriva dalla pressoché unanime stroncatura del suo Pasolini contro Calvino da parte dei colleghi. La scelta di farsi forti di questa vera o presunta marginalità è evidente fin dai nomi che scelgono per i loro siti, blog e rubriche: il fantomatico calciatore Luther Blissett, l’ambivalente locuzione cinese Wu Ming (che varrebbe tanto “cinque nomi” quanto “senza nome”), la donna-vampiro Carmilla, la batesoniana Società delle Menti, I Miserabili, la Nazione Indiana unita contro i visi pallidi…

Francesco Guglieri – Michele sisto, Verifica dei poteri 2.0. Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009), “Allegoria” n. 61

Concentrazioni editoriali e morte della critica (2)

 

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Sta di fatto che gli unici libri di critica ancora in grado di accendere un minimo di discussione pubblica, di smarcarsi dalla pubblicistica concorsuale e finire in mano a un lettore non specialista (o quantomeno ad arrivare alle pagine dei giornali e da lì a un più vasto “dibattito”), sono proprio quelli che hanno come oggetto la critica stessa: quasi che la critica possa darsi ormai solo in forma crepuscolare, nel suo venire meno.
Insomma, era questo clima che spingeva un giovane Emanuele Trevi
sull’orlo di una crisi di nervi a scrivere:

Avevamo di fronte un’“ufficialità” culturale, incarnata dall’Università e dal giornalismo di prestigio, dai salotti e dai premi letterari… In quella dimensione, la letteratura e l’esperienza estetica avevano (come continuano ad avere) la fissità marmorea e un po’ demente delle istituzioni. Macchine sociali produttrici di consenso, di prestigio, di modelli di affermazione esclusivamente individuali. Disperatamente, molti di noi cercavano altro.

Cercare altro, allora. E questo altro, per alcuni, è stato Internet.

Francesco Guglieri – Michele sisto, Verifica dei poteri 2.0. Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009), “Allegoria” n. 61

Concentrazioni editoriali e morte della critica (1)

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In altri termini ci si può chiedere, come faceva appunto Bourdieu all’inizio degli anni Novanta, «se la divisione in due mercati, che è caratteristica dei campi di produzione culturale dopo la metà del XIX secolo – con, da un lato, il campo ristretto dei produttori per i produttori, e, dall’altro, il campo della grande produzione e la “letteratura industriale” – non sia minacciata di scomparire, dal momento che la logica della produzione commerciale tende sempre più a imporsi sulla produzione d’avanguardia (nel caso della letteratura, per esempio, attraverso i vincoli che gravano sul mercato dei libri)». Le concentrazioni editoriali e le ristrutturazioni interne delle case editrici maggiori alleggeriscono il peso delle redazioni nelle scelte di indirizzo e ricerca. Le riviste letterarie (e cioè il veicolo principale del dibattito critico e militante del Novecento) scompaiono, e le poche superstiti sopravvivono a stento, scontando una marginalità a volte sofferta, a volte rivendicata. La critica militante, quella sui quotidiani e sui settimanali, è tollerata solo nella forma della recensione, o, peggio ancora, della ciclica polemica: ovvero come passaggio – e oltretutto sempre meno necessario – della vita commerciale del prodotto-libro. Una critica come guida all’acquisto, orientamento del gusto, che a volte fa assomigliare le terze pagine dei giornali a poco più che propaggini degli uffici stampa delle case editrici. Quando un giovane Tiziano Scarpa nel 1997 ironizzava sui recensori dei giornali (i vari D’Orrico, Pacchiano, ecc.) riproducendone i tic e i vezzi in un’irresistibile parodia, spernacchiava un giornalismo culturale con cui sentiva, come scrittore, di condividere poco o nulla.

Francesco Guglieri – Michele sisto, Verifica dei poteri 2.0. Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009), “Allegoria” n. 61

L'inizio della fine

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Questo fatto accadde nel 2010.
Dal risvolto di copertina:

Antonio D’Orrico (Cosenza, Firenze, Milano), cinquantasei anni, acquario, giornalista, dal 1994 tiene su «Sette» – il magazine del «Corriere della Sera» – la più discussa, discutibile, indiscussa e indiscutibile rubrica letteraria italiana, in cui cerca di instillare nei lettori il gusto di parlare di libri e scrittori con la stessa competenza e passione con le quali di solito si parla di partite e giocatori di calcio. Questo è il suo primo romanzo.

Poi non se ne seppe più nulla.
Ma da quel giorno funesto la più discussa, discutibile, indiscussa e indiscutibile rubrica letteraria italiana è andata in decadenza.

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Scambi e classifiche

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Per quanto mi riguarda, le classifiche di vendita e l’oroscopo del giorno sono degni della stessa attenzione. Voi leggete i libri in top ten? Io no, già a naso mi dico che a spingerli è l’editore col suo rodato carrozzone d’esperti di marketing e l’investimento – non solo di bottiglie e panettoni a Natale – rivolto a questo e a quello.
E mandalo in televisione, e fallo slinguazzare dal critico di turno, e metti le pilette accanto alla cassa, e compra le vetrine… Insomma, soldi e panettoni ben spesi. E mi saluti tanto la sua signora… a casa tutto bene?, conosce mica qualcuno tra i Lettori della Domenica?

http://gaialodovica.wordpress.com/2014/05/29/scambio-di-recensioni-e-recensioni-di-scambio-recensioni-richieste-e-richieste-strane-quando-a-fare-non-ci-prendi-mai-e-a-non-fare-uguale-uguale

 

Feedback

Michele Mari

 

Le questioni sono anzi due: se ci sia una specie di feedback sull’attività dell’autore, e se questo effetto sia da valutare positivamente o negativamente. Alla prima domanda rispondo senz’altro di si, perché consciamente o inconsciamente gli scrittori tendono ad andare verso quello che il pubblico si aspetta da loro. È un meccanismo fin troppo umano: quando ci si vede premiati, si tende ad investire di più in quella direzione per continuare a sentirsi riconosciuti. Quindi non è necessariamente una questione di calcolo o di interesse. Se a lezione mi accorgo che un certo tipo di battuta fa più ridere, che un tipo di metafora o di similitudine illumina gli studenti e un altro tipo no, in modo quasi pavloviano la volta dopo tornerò sulla battuta o sulla figura retorica che ho visto dare risultati migliori, secondo un meccanismo di selezione naturale interno all’identità del soggetto. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che esiste un aspetto completamente diverso: quello che riguarda un vero e proprio condizionamento dall’esterno. Se questo processo portasse a un’offerta molto variegata e diversificata, se cioè gli autori seguissero la loro vocazione e gli editori la sollecitassero, non ci sarebbe da allarmarsi. Purtroppo però molti autori, e pressoché tutti gli editors e tutti gli editori tendono a privilegiare il main stream. Oggi un editore, qualunque sia il tuo nome e il tuo prestigio, vuole da te un libro alla Ammanniti, anche se tu ti chiami Consolo o Pontiggia e si presupponga quindi che tu scriva in tutt’altro modo. Continua a leggere “Feedback”