Edgar Degas, La famiglia Bellelli, olio su tela, 1860

Il nostro spirito, spiega Proust, è assai incline ad arrendersi ai comfort offerti dall’abitudine, poiché senza di essa non riusciremmo a trovare abitabile neppure la nostra casa. Le esperienze più dolorose del Narratore scaturiscono sempre dal venir meno di un’abitudine. Piange finalmente la morte della nonna solo quando, chinandosi sui lacci delle scarpe, ricorda che di solito era lei a legarglieli amorevolmente. Scopre di amare Albertine nel momento in cui riceve la notizia della sua morte. «Il mondo non è creato una volta per tutte per ciascuno di noi» è il terribile commento che scappa a Marcel. Niente di ciò che ami è destinato a durare.

Alessandro Piperno in La Lettura #212, pag. 5

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Un ricordo impresso della casa in cui nacque è quando la madre si lanciò su per le scale fino all’ultimo piano, inseguita dal padre e dai fratelli, e lui – avrà avuto quattro anni – correva dietro di loro, e quando furono al salone erano tutti a urlare e a tenerla perché non si gettasse dal terrazzo, e lui s’infilava nella selva di gambe per difenderla, e mollava qualche calcio a qualcuno, e in seguito chiese scusa, ma forse non se n’erano neanche accorti, in una bagarre del genere con un bambino che nemmeno capiva.

# 5

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C’è un’idea del passato che cresce come una pianta, alimentandosi con nuovi spunti e ramificazioni, su cui s’appendono nuovi bagagli acquisiti, masserizie mentali che occupano lo spazio cerebrale e i moti cognitivi. Così, l’insieme va via via modificandosi e ingrandendosi, dando forma a un’idea del passato che spesso non combacia con quello che è stato, con la storia che ci ha formati: un’aberrazione ottica che va a interferire in modo importante con l’idea del futuro che, volenti o nolenti, dobbiamo maneggiare.

prender posizione

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Stamattina sono rimasto colpito dalla ridda di pensieri che mi passano per la mente quando mi sveglio e resto nel letto pensando a cosa fare: alzarsi o no? è un giorno feriale o è festa? ci sono pericoli là fuori?, queste le prime preoccupazioni che s’affacciano. Ma dicevo dei pensieri: stamane, ad esempio, ricordo bene di aver inanellato una fila di ragionamenti che mi hanno addirittura stupito per la loro sagacia e pertinenza, al punto che m’immaginavo di avere un interlocutore, o addirittura un uditorio, col quale condividere le mie “rivelazioni”. Ora, però, non ricordo più nulla di questa avventura intellettuale, non so dire di cosa si ragionasse, quali gli argomenti e il tenore delle osservazioni. Di tenere un taccuino accanto al letto me l’hanno suggerito in molti, ma quando ci si trova nel dilemma di uscire dalle coperte o di restare a catturare qualche altro frammento di sonno, non è facile prender posizione.

 

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E io mi sono dimenticata di dirti che appena entrata in casa, dopo averti salutato, passando davanti allo specchio mi sono un attimo voltata e… che sorpresa! Mi son vista bellissima. Ero, non so come dire… LUMINOSA! E sorridente! Mentre nei giorni precedenti, incrociandomi allo specchio, mi ero vista così scialba e insignificante, brutta e “grigia”. Capisci che potere hai? Basta un tuo sguardo, un tuo abbraccio, per farmi rifiorire! Anch’io penso sempre a quante cose potremmo fare/dire insieme. Per le mie potenziali qualità di attrice… grazie: in effetti, penso che starei bene in quei filmini di famiglia che piacerebbero anche a te, in bianco e nero, ambientati nel passato. Di filmini un giorno potremo anche vederne un po’ (non tanto da annoiarti): ci sono mia mamma e i miei zii da bambini, c’è tutto il contorno familiare, con le loro arie da alta borghesia, c’è lo zio scapestrato che fa il buffone per sedurre certe signorine in visita; le atmosfere, i vestiti, le automobili ecc. sono quelle degli anni ’50 e’60, bellissime!

 

· 93

abbraccio


La nostra vita è ora: ti sto vedendo, chiara di pelle e sorridente, con la borsina a tracolla, che mi corri incontro con un vestitino adeguato (domani farà caldo, dicono) per farmi festa, abbracciarmi, accarezzarmi e farti accarezzare con tutta la passione che proviamo. Le tue guance saranno fresche, e così la tua bocca, che bacerò dapprima dolcemente, assaporandoti, per poi baciarti il collo e le spalle, e dietro l’orecchio, e sulla fronte e sulle palpebre socchiuse, e sul tuo bellissimo nasino, godendo del tuo sorriso felice: perché una delle cose che veramente mi piacciono e mi fanno impazzire, che potenziano la mia beatitudine quando sto con te, è il sorriso di contentezza che hai sempre, mentre ti bacio ti coccolo ti accarezzo e ti stringo a me. Quel sorriso dice tutto: è aperto, felice, entusiasta e sereno, è l’espressione perfetta della tua felicità quando sei con me. Quel sorriso non lo perdo mai: l’ho sempre in mente, mi accompagna giorno e notte e mi aiuterà nelle difficoltà e pericoli e infelicità che dovessero aggredirmi. Unirmi a tutte queste cose, assaporarle, sentirle vivere e palpitare in me è un’esperienza che non potrò dimenticare, mi resterà sempre, a ricordarmi che la felicità esiste e l’ho provata, che la bellezza mi ha fatto suo con grande generosità. Il tuo sorriso, la tua voce, il tuo corpo, i tuoi pensieri sono ciò che mi salverà. Io non ho più paura di nulla.

 

· 85

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Ormai misuro i giorni su di te, sulla tua esistenza, sui tuoi orari e i tuoi riti quotidiani. Il risveglio, la colazione, la merenda, lo studio, il lavoro; e poi i messaggi, le lettere, le immagini di noi che rievochiamo e riviviamo nella mente. Osservare i tuoi ritmi mi aiuta a ricreare i miei, che erano praticamente svaniti. E tutto il resto che ci scalda e ci anima, che ci rende tenaci e fiduciosi e forti, colora le nostre giornate di tinte stupende. Anche in quegli attimi in cui ci si trova smarriti per qualche pensiero.

 

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In realtà ho sempre il dubbio di sbagliare, perché troppe volte m’hanno fatto sentire inadeguato. Avere te ora, che invece m’incoraggi incondizionatamente, è una specie di miracolo. Mi sembra d’esser stato baciato dalla Fortuna, o dalla Provvidenza: sapere di essere considerato, con tanta passione e tanta stima, mi fa sentire che il mio posto nel mondo non è immeritato. Allora posso starci senza vergognarmi, e questo è fondamentale! Allora posso ricominciare a costruire. Così continuerò a scriverti, manderò pezzetti di me che resteranno nei ricordi per sempre. Sono preziose queste testimonianze: e quanto preziosi i tuoi consigli, così equilibrati e rispettosi! Ora che ci penso, oltre a tutto il resto, una cosa molto importante che mi dai è il rispetto (come tu l’hai sentito nei tuoi confronti). Tu mi rispetti davvero, in tutti i sensi, con convinzione e trasparenza, come nessuno — da anni, ormai.
A questo punto, ho bisogno di ricuperare l’entusiasmo che ho perso. Ma devo applicarmi di più, senza dispersioni, e devo azzeccare la formula giusta, il passo giusto. Devo trovare in me, finalmente, la cifra che sto ancora cercando. In questo sono incoraggiato dal fatto che sei completa, lo sei irriducibilmente, con il tuo candore e la tua coerenza che mi commuovono sempre. Oggi anche tu ti sei commossa mentre ti parlavo, ma non ricordo più cosa ti stavo dicendo…

 

Cara Amica

Mia cara amica,

ho dibattuto a lungo tutti i punti della nostra conversazione, che mi ha colmato di ricordi e di idee. Le sono grato di avermi fornito lumi per riandare al mio passato di soldato, dove tanti eventi sono rimasti in sospeso, carichi di un’esperienza che aspettava tutto dalla vita. Le citerò soltanto un esempio:
Prima dell’attacco del 16 aprile 1917 a cui mi apprestavo a prender parte in qualità di aspirante ufficiale di fanteria, fui lungamente istruito dal mio comandante di compagnia. Mi ero reso conto che quel gesuita tenente (Louis Houdard) era l’ufficiale più valoroso e più santo della divisione di attacco di cui facevo parte (39a D.I., 196° reggimento di fanteria, 20° corpo). Mi aveva appena dato ordini minuziosi per l’esecuzione di un colpo di mano che dovevo tentare a fine attacco. Ordini duri, saggi, dove tutto doveva essere previsto. Gli uomini che dovevano prendervi parte con me non erano esonerati per nulla dall’attacco e dovevano esser scelti dalla  loro stessa sorte, poiché erano preventivamente elencati come i superstiti del plotone che avrebbe saltato il parapetto con me. Houdard si rende improvvisamente conto che sono al mio primo attacco; e, con molto ardore: «Una raccomandazione! Divieto categorico ai combattenti di fermarsi presso i feriti. Nulla autorizza un soldato che si batte a raccogliere i lamenti o le raccomandazioni di un soldato che muore». Continua a leggere “Cara Amica”

LA PRATICA

lettere

Coltivavo la pratica di scrivere lettere fin da ragazzino: mi piacevano da matti le carte, magari colorate, le buste, l’attesa del postino. Ebbi molti “amici di penna” (soprattutto amiche), pen-friends con cui si corrispondeva in inglese. Indirizzi complicati, da scrivere sulle buste: i codici di avviamento collocati diversamente rispetto alla località, e poi i francobolli alieni che suggerivano la diversa cultura, e poi i ritratti in foto che talvolta si allegavano alla lettera. Le calligrafie disegnate diversamente, i corsivi esotici. Spesso erano bionde, le mie pen-friends o pen-pals, nordiche o d’impronta irrimediabilmente anglosassone o germanica o finnica.
Tutte cose perdute che ancora rimpiango. So che può suonare sdolcinato, ma la mancanza la sento davvero. Credo che mi manchi l’oggetto-lettera, da custodire in senso fisico, “che ci porta le impronte autentiche, le vere connotazioni dell’amico assente”, per citare una vecchia compagna di blog. Mi manca la “traccia della sua mano impressa nella scrittura”, un connotato che continuo a sentire quasi come “sacro”. E chissà se sarà mai recuperabile.