Dal potere delle idee a quello del passaparola (2)

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Da il manifesto, 21 agosto 2011

Dal potere delle idee a quello del passaparola (segue)

Stefano Magagnoli
responsabile della narrativa Rizzoli

Francamente non credo che tutto ciò interessi molto a chi sta leggendo piuttosto mi si vorrà chiedere appunto la solita domanda: «ma lei pubblica solo libri belli oppure è schiavo del mero utile, delle opportunità di mercato, ma lei in definitiva prende scorciatoie?» La risposta è una: non è il mercato che fa l’editoria ma sono le nostre idee (quelle degli autori principalmente) a farla – pensiero espresso con molta fermezza da Leonardo Mondadori in una riunione di quindici anni fa a Segrate a cui sempre ho tentato di attenermi. Perciò, se è passato il concetto, io sono della vecchia scuola. Non così radicale, intendiamoci, come quella di Nick Tosches che ha scritto nel suo romanzo La Mano di Dante la più formidabile invettiva contro l’incapacità tutta degli editori e della banda tutta di affiliati.

«Una troia culona quell’agente. Anche quell’editor aveva il culone. Perfino il mio agente si stava allargando là in basso. Andassero affanculo lui, lei e quell’altro. Andate affanculo tutti quanti.» In trent’anni ho visto il business dell’editoria ridursi ad un sistema aziendale di tecniche di vendita, incolore. Laddove un tempo ci erano state scintille di vita e perlomeno un duraturo rispetto oggi a New York bisognerebbe fare una gran bella fatica per trovare un senior editor che abbia mai sentito parlare del Bosco Sacro di T. S. Eliot.

I più grandi editor non fanno editing. Scoprono grandi scrittori e tramano insieme a loro per fargli guadagnare libertà e denaro. Come avrebbe potuto Saxe Commins, il senior editor di Random House, imporsi su William Faulkner o W. H. Auden? Come avrebbe potuto Barney Rosset interferire con William S. Burroughs o Hubert Selby Jr.? Come faceva un James Laughlin a rompere i coglioni a personaggi come Ezra Pound o Paul Bowles? Non avrebbero potuto semplicemente perché non l’avrebbero mai fatto. Perché questo è il vero editing. Ma il GOLEM (maiuscolo mio) che ha usurpato il potere degli editor ha reso praticamente impossibile quel senso di affinità, di devozione, un senso di respiro comune. L’infinito latino spire, respirare, da cui l’inglese conspire, respirare insieme, ma poi ci fu l’evento del golem, e il golem non respira con nessuno.» Una concezione, questa del grande scrittore americano, tagliata un po’ con l’accetta (scritta nel 2000) ma degna di una riflessione perché attualissima.

Più morbida ma in appoggio alla tesi di Tosches (la negazione del valore aggiunto che il lavoro editoriale dà a un libro) è lo spiritoso racconto che dà Matteo Codignola in Mordecai, (Adelphi) del successo editoriale della Versione di Barney, il celebre romanzo di Richler e che stigmatizza i mille perturbamenti che sfilano un romanzo a un mediocre destino per portarlo all’attenzione del grande pubblico e che spesso con la cura editoriale (qui ottima si intende) poco c’entrano. Un caso, appunto, esemplare di publishing o della sua negazione. Barney , infatti, era stato ritirato dai banchi perché non in testa alle classifiche, aveva perso lo stato di libro e acquisito quello meno lusinghiero di «pezzo». Ma di colpo il libro inizia a vendere e vendere. Nessuno si sa spiegare perché.

«Se il libro – scrive Codignola – non è stato il bestseller che la campagna di lancio aveva tentato di costruire, o se lo è stato a dispetto dell’assenza di una campagna propriamente intesa, il responsabile è sempre lo stesso: il passaparola.» Ma, da una telefonata ricevuta, Codignola (traduttore oltre che editore di Barney) capisce, crede di capire come mai il romanzo abbia iniziato a vendere: in campo era sceso il grande Giuliano Ferrara, con tutti i mezzi di cui disponeva. Perché? Per amore. E così si è realizzata la favola perfetta di uno scrittore in Canada venerato, «ma da quasi tutti ritenuto, in un certo senso, irrimediabilmente locale», che di colpo vende mezzo milione di copie in un paese non solo così lontano, ma anche così diverso come l’Italia. Per Barney non fu solo quello naturalmente, ma l’entrata in campo e la determinazione di una sola persona mise in moto la macchina del successo. E questo è auspicabile che venga studiato nelle scuole di editoria a fianco dei calcoli sulla redditività, sull’incidenza, le campagne di sconti, il pensiero deviato di cambiare titoli agli autori, a fianco del creative writing e del copywriting. Imparare a sparire ogni tanto, essere più umili e aspettare, come in un bosco sacro, che i libri si impossessino dei loro lettori.

(2 – fine)

Dal potere delle idee a quello del passaparola (1)

 

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Da il manifesto, 21 agosto 2011

Dal potere delle idee a quello del passaparola

Stefano Magagnoli
responsabile della narrativa Rizzoli

Lasciandomi suggestionare dalla visione funesta che Tom Engelhardt ha dell’editoria in The Last Days of Publishing dovrei immaginarmi seduto in un saloon (in un comitato editoriale) con le spalle all’entrata e in mano la Aces over Eights, la proverbiale mano del morto – Dead Man’s Hand: due assi (fiori e picche), due otto (fiori e picche) e una carta ancora da girare. La leggenda narra così la morte del pistolero Wild Bill Hickok, freddato alle spalle nel 1876 a Deadwood nel South Dakota. Dalle porte del saloon ad entrare e a scaricarmi un caricatore nella schiena dovrebbero essere l’e-book e i suoi compari (il temibile iPad a fianco del fratello Kindle). Bei tempi, direte voi, quando si riceveva un dattiloscritto in ufficio, e ci si abbandonava al viaggio – mai uguale due volte – della lettura.

L’editoria ha avuto il suo momento di smarrimento, c’è stato nell’aria un silenzio strano e noti editor americani forzavano lo scoop dicendo che Weimar già si scorgeva (Guccini), qualcuno ragliava piano dichiarando Everybody in the business talks the talk, but do any of us have the fainest idea how to walk the walk? sappiamo che il libro sta morendo ma che facciamo? poi in due maniere – prima poco a poco e poi di colpo – ci siamo accorti che non era successo niente, anzi. Il publishing ha iniziato una sua nuova stagione, che raccoglie in sé tutte le vecchie difficoltà e le nuove di un mestiere che non sempre gli scrittori e i critici conoscono. Continua a leggere “Dal potere delle idee a quello del passaparola (1)”

co-publishing?

youcrime

Insistiamo. Un editore storico come Rizzoli che premia l’aspirante autore più bravo non a livello letterario, ma nella comunicazione digitale. Non teme le critiche che arriveranno?
“La comunicazione vera parte dal contenuto, ossia dal testo. Il contest misura l’abilità relativa dei partecipanti, all’interno del gruppo di riferimento, a farsi leggere e a ottenere consenso. Tutti possono scrivere qualcosa. La vera sfida sta nel riuscire a farsi leggere: questo vale a tutti i livelli. In YOU CRIME, peraltro, le leve del marketing come il pricing e l’advertising sono escluse dalla competizione. Ovvero sono uguali per tutti. Stesso prezzo per tutti gli e-book e l’advertising generale dell’iniziativa è gestito da noi. Abbiamo anche fornito ai dodici partecipanti un ‘marketing kit digitale‘ contenente una creatività generale su YOU CRIME e un’altra personalizzata, dedicata al singolo autore, da usare sui vari social media. Anche su questo tutti gli autori in gara sono alla pari. Poi, ovviamente, a partire da questi strumenti di comunicazione di base che gli abbiamo fornito, tutti e dodici sono liberi di sbizzarrirsi come vogliono, anzi noi li incoraggiamo a farlo. Questa premessa per dire che bisogna parlare di comunicazione digitale a partire dal contenuto. Il contest misura questo. Per fare un paragone automobilistico, è come dire che la macchina, il circuito, lo staff tecnico, l’organizzazione e gli sponsor li mettiamo noi, mentre i piloti/partecipanti cercano di guidare al meglio e di superarsi a vicenda”.

Una sperimentazione rischiosa…
“Da leader italiani dell’innovazione digitale, continuiamo a solcare nuovi mari in cerca di nuove terre, per intuire in anticipo le opportunità del futuro e per capire meglio come noi possiamo contribuire alla creazione del futuro stesso. Se vale la pena di sperimentare un’idea, conviene farlo prima che lo faccia qualcun altro. L’esperienza che si acquista è, oggi, un asset competitivo importante in un’industria, in fase di evidente trasformazione, che è lungi dall’avere raggiunto il plateau digitale“.

E le critiche della rete?
“Ben vengano quelle costruttive, anche se siamo consci che, data l’assoluta novità del format YOU CRIME per i racconti, nessuno (noi stessi inclusi) può avere, al momento, alcuna evidenza e/o benchmark oggettivo per giudicare. Essere i primi a fare qualcosa comporta evidentemente alcuni rischi. La critica distruttiva di parte o quella semplicemente non qualificata, è il rumore di fondo dell’essere in rete. Non si può essere in rete senza il rumore di fondo”.

http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/oltre-il-self-publishing-rizzoli-punta-sul-co-publishing-e-lancia-il-contest-digitale

 

Rcs vende Flammarion


Lo scorso febbraio si era parlato del Gruppo Rcs alla resa dei conti.
Con un debito complessivo di quasi un miliardo di euro, si dovevano prendere dei provvedimenti: o i soci ricapitalizzavano il gruppo, mettendo mano al portafogli, oppure si sarebbero dovute vendere delle attività. Ma mettersi d’accordo non era facile, a causa delle divisioni all’interno dell’azionariato, soprattutto nel “patto di sindacato” che controlla il 64% del capitale.

«Certa è l’intenzione di Rcs di vendere la casa editrice francese Flammarion», segnalammo a suo  tempo, «alla quale sarebbero interessati Gallimard, Editis e La Martinière. Ma non si sa quanto ci vorrà, dato lo scarso accordo fra i soci sia sulle dismissioni, sia sulla Francia, e anche sul quartier generale nel centro di Milano – nella mitica via Solferino – con gli immobili adiacenti.»

Oggi, secondo il Sole 24Ore è pronto l’accordo per la cessione di Flammarion al gruppo Gallimard. Così, in Borsa il titolo RCS è stato a lungo sospeso per eccesso di rialzo, andando a chiudere con un salto del 23% a 0,617 euro.

Secondo il quotidiano, gli advisor Mediobanca e Bnp Paribas potrebbero chiudere la cessione entro la settimana. Il nodo rimane il prezzo: il Gruppo Rizzoli chiedeva una cifra tra i 250 e i 300 milioni di euro, mentre Gallimard è disposta a pagare 220 milioni di euro. Secondo le dichiarazioni del pomeriggio, “le trattative con Gallimard sono in fase avanzata”, ma è prematuro indicare un valore.

Nei giorni scorsi, il presidente del patto di sindacato aveva – appunto – spiegato che le strade per ridurre l’indebitamento del gruppo Rcs erano due: o un aumento di capitale o la cessione di Flammarion, e questa seconda via era preferita.
Della serie: «La seconda che hai detto!»


[p.s.: a Wall Street il titolo Facebook quota 26,31 dollari, con un crollo del 30,7% rispetto all’iniziale prezzo di collocamento.]

 

Rcs alla resa dei conti

Secondo gli analisti, il gruppo Rcs (Rizzoli-Corriere della Sera) si troverebbe alle strette.
Le prospettive per la raccolta pubblicitaria, in Italia e Spagna, sono negative, e il debito complessivo raggiunge quasi 1 miliardo di euro. Rcs, dunque, non avrebbe molte scelte: secondo molti ci vorrebbero “Un aumento di capitale o dismissioni significative. Altrimenti non ha più senso investire in questa società”.
Ma prendere decisioni radicali non è facile, a giudicare dalle spaccature all’interno dell’azionariato, soprattutto nel “patto di sindacato” che controlla il 64% del capitale.
Secondo le stime raccolte tra gli analisti (prima dell’imminente pubblicazione dei dati ufficiali), il 2011 dovrebbe chiudersi con i ricavi a circa 2,08 miliardi — in calo del 7% — e un Ebitda intorno ai 160-165 milioni, dai quasi 200 dell’anno precedente. E le prospettive non sono buone neanche per il 2012, perché il mercato pubblicitario resta “estremamente negativo sia in Italia che in Spagna”, come dice Mediobanca.
Il problema dell’enorme indebitamento netto, a quanto dicono, non può essere rinviato troppo. Sono principalmente linee di credito che godono di tassi molto più bassi della media di mercato: visto che scadono a fine 2013, sarà difficile poterle rifinanziare alle stesse condizioni vantaggiose (nonostante gli stretti legami tra Rcs e banche), quindi ci si dovrà porre il problema della sostenibilità del debito.

Dunque, l’ipotesi della ricapitalizzazione si sta facendo strada, anche per colpa della probabile svalutazione delle attività spagnole (leggi: Unidad Editorial), che potrebbe aggirarsi intorno ai 300 milioni di euro, e rischierebbe di intaccare la patrimonializzazione del gruppo. Queste svalutazioni non sarebbero tali da imporre per legge un aumento di capitale, e potrebbero anche esser compensate dalle riserve; ma  — secondo l’opinione corrente — la via migliore per ridurre il debito e ribilanciare una struttura finanziaria sotto pressione sarebbe l’aumento di capitale, tenuto conto che, coi tempi che corrono, potrebbe risultar difficile realizzare la vendita degli asset (proprietà varie) per fare cassa.
Una ricapitalizzazione, fra l’altro, permetterebbe di rafforzare quei soci che sono in grado di tirar fuori i soldi, a scapito di quelli che non se lo possono permettere, ridisegnando così — o consolidando — la struttura e i rapporti di forza dentro l’azionariato. Ma, secondo indiscrezioni, pochi sarebbero disposti ad aprire il portafoglio, coi tempi che corrono.

Certa è l’intenzione di Rcs di vendere la casa editrice francese Flammarion, alla quale sarebbero interessati Gallimard, Editis e La Martinière. Ma non si sa quanto ci vorrà, dato lo scarso accordo fra i soci sia sulle dismissioni, sia sulla Francia, e anche sul quartier generale nel centro di Milano — nella mitica via Solferino — con gli immobili adiacenti.
I tempi cambiano, i miti e i colossi pure: nulla sfugge.

 

Rcs kaputt


Secondo la stampa, la partecipazione azionaria del gruppo Rcs nella controllata spagnola Unitad Editorial andrebbe svalutata in bilancio, al punto che potrebbe comportare la necessità di ricapitalizzare la Rcs stessa. Il valore di questa partecipazione attualmente iscritto nel bilancio è di 1 miliardo e 190 milioni di euro, ma secondo gli esperti della casa d’investimenti Kepler essa varrebbe in realtà un quarto: “circa 300 milioni, volendo essere generosi”.

Per gli analisti, “la situazione di Rcs è ben nota. Ha un business deteriorato, con un debito insostenibile anche agli attuali tassi favorevoli. Il management non è di qualità top. Se Rcs dovesse svalutare la quota in Unitad Editorial e dovesse pagare i tassi di mercato sul suo debito, il gruppo varrebbe ben poco dopo un aumento di capitale. Crediamo che Rcs sia in una situazione persino peggiore di Seat Pagine Gialle, che è stata bistrattata dal mercato negli ultimi due anni per via del suo debito e del business in calo e che ora vale ben poco. Ma crediamo che Seat P.G. sia una star in confronto a Rcs. Almeno Seat sta portando a termine un business model, mentre Rcs non ne ha uno”. Inoltre, prosegue Kepler, “i margini operativi di Seat sono solidi. Riteniamo che questo confronto sia utile per differenziale nel junk nello scenario media domestico. Al momento valutiamo l’azione Seat P.G. zero e non escludiamo una valutazione simile anche per Rcs nel prossimo futuro”.

(Fonte: MF Dow Jones)

Feedback

Michele Mari

 

Le questioni sono anzi due: se ci sia una specie di feedback sull’attività dell’autore, e se questo effetto sia da valutare positivamente o negativamente. Alla prima domanda rispondo senz’altro di si, perché consciamente o inconsciamente gli scrittori tendono ad andare verso quello che il pubblico si aspetta da loro. È un meccanismo fin troppo umano: quando ci si vede premiati, si tende ad investire di più in quella direzione per continuare a sentirsi riconosciuti. Quindi non è necessariamente una questione di calcolo o di interesse. Se a lezione mi accorgo che un certo tipo di battuta fa più ridere, che un tipo di metafora o di similitudine illumina gli studenti e un altro tipo no, in modo quasi pavloviano la volta dopo tornerò sulla battuta o sulla figura retorica che ho visto dare risultati migliori, secondo un meccanismo di selezione naturale interno all’identità del soggetto. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che esiste un aspetto completamente diverso: quello che riguarda un vero e proprio condizionamento dall’esterno. Se questo processo portasse a un’offerta molto variegata e diversificata, se cioè gli autori seguissero la loro vocazione e gli editori la sollecitassero, non ci sarebbe da allarmarsi. Purtroppo però molti autori, e pressoché tutti gli editors e tutti gli editori tendono a privilegiare il main stream. Oggi un editore, qualunque sia il tuo nome e il tuo prestigio, vuole da te un libro alla Ammanniti, anche se tu ti chiami Consolo o Pontiggia e si presupponga quindi che tu scriva in tutt’altro modo. Continua a leggere “Feedback”