Il Monaco

Volevo dirti che non c’è modo peggiore di perdere il proprio tempo che il comporre versi. Un autore, buono o cattivo o mediocre che sia, è una bestia che chiunque ha il diritto di attaccare; perché, pur non essendo da tutti scrivere libri, tutti si considerano in grado di giudicarli. Un’opera malriuscita si porta dentro il proprio castigo: disprezzo e scherno. Una riuscita, suscita l’invidia e trascina in un’infinità di mortificazioni il proprio autore, che si trova assalito da critiche partigiane e stizzose: chi ha da ridire sulla struttura, chi sullo stile, chi sugli insegnamenti che cerca di inculcare. E quanti non riescono a trovare difetti nel libro, si studiano di denigrare l’autore. Con malizia, vanno a scovare ogni minimo dettaglio tale da coprirne di ridicolo il nome e la condotta e, non potendo nuocere allo scrittore, si volgono a ferire l’uomo.

Matthew Gregory Lewis, Il Monaco, 1796.

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Fëdor e Ivan

Siamo nel 1865 e per Fëdor Dostoevskij sono tempi cupissimi: ha già affrontato la chiusura d’autorità della sua rivista «Vremja» e ora è in bancarotta a causa della sua nuova impresa editoriale, «Epocha». Disperato, lo scrittore corre a Wiesbaden convinto di potersi rifare alla roulette: naturalmente perde il poco che gli era rimasto («anche l’orologio ― scrive Dostoevskij ―, persino l’albergo mi è creditore»). Il suo pensiero allora corre all’amico con cui ha condiviso la condizione di astro nascente della letteratura russa e con cui ha scambiato conversazioni fraterne, il ricco Ivan Turgenev, al quale chiede un prestito di 100 talleri. Forse il Turgenev di un tempo avrebbe risposto senza esitazione, ma il letterato di successo, che ormai si è allontanato anche ideologicamente dall’amico ― peraltro nel febbraio 1865 la rivista «Epocha» gli deve ancora 300 rubli per la sua collaborazione, e Turgenev ne è un po’ seccato ―, risponde inviando a Dostoevskij solo la metà esatta della cifra, 50 talleri, con vari buoni consigli perlomeno beffardi.
Fu il definitivo allontanamento fra i due. Ma di quel che attraversò la mente di Dostoevskij per la defezione dell’amico non avremmo testimonianza immediata, se non fosse per un disegno di pugno di Dostoevskij che risale proprio a quell’epoca (alla vigilia di Delitto e castigo, del 1866)
e che ritrae quattro volti di un uomo in altrettante età diverse: i disegni raffigurano Ivan Turgenev nella sua evoluzione da ragazzo angelico ad adulto nobile, e poi sornione, e infine in età matura, burbero. Talmente burbero da essere voltato dall’altra parte, di profilo, con gli occhi stretti in una smorfia di dolore o rifiuto.

Ida Bozzi in la Lettura #275, pag. 33

Fecondazione trasversale

Durante gli anni Venti ci fu in Russia un autentico rinascimento, qualcosa di diverso da cioò che accadeva sulla scena artistica di altri Paesi. Gli scambi fra romanzieri, poeti, artisti, critici, storici, scienziati diedero luogo a una sorta di fecondazione trasversale, e ne derivò una cultura di insolita vitalità e capacità, una straordinaria curva ascendente nella civiltà europea.

Isaiah Berlin, Impressioni personali, a cura di H. Hardy, Adelphi, Milano 1980, p. 174

Materiali 22. Obscura Mens

L’idea che i fascicoli scomparsi fossero all’origine di tutto gli lasciò la mente piena di interrogativi. Prima l’assassinio di De Bellis, poi un furto nel luogo del delitto… erano stati trafugati anche l’Obscura mens, il Saturnia regna, le carte stellari… e Hans era stato falciato da un pirata della strada. Come rientrò a casa, chiuse il cancello con la catena e sprangò le porte. Ora gli toccava mettersi sotto, non aveva scelta. Doveva trovare un qualche bandolo in quella strana matassa.
Salì nello studio, dove la visuale era più favorevole per scoprire eventuali intrusioni, e tornò a squadernare le carte ingiallite del manoscritto. Lesse con attenzione quella grafia aguzza e inclinata, densa di abbreviazioni, graffe e asterischi. Nelle pagine in cui si ipotizzavano le cause che avevano portato all’insuccesso degli esperimenti trovò una citazione inaspettata. L’autore indicava chiaramente la fonte dalla quale aveva tratto la pratica operativa: Obscura mens in naturalium rerum mutatione, di Elzevius Panthèus. Eccolo, il collegamento.
Dunque, l’oscurissimo Obscura mens era stato effettivamente utilizzato da come manuale per le sue operazioni alchemiche: tra le righe di quel compendio aveva trovato tutte le istruzioni per procedere nell’Opera, ma il fallimento degli esperimenti indicava che non era riuscito a interpretare correttamente tutte le informazioni che la chiave gli forniva. I riferimenti alle pagine di quel libro s’infittivano, le interpretazioni di certi termini si alternavano a disegni allegorici e a formule numeriche. Mazza si maledisse per non averlo preso subito con sé: avrebbe potuto fare dei confronti e, forse, capire meglio.
Esaminò quella parte del manoscritto parola per parola. La cosa più evidente era che le dodici operazioni del Liber Duodecim Portarum di George Ripley, riprese nell’Obscura mens e raffigurate nelle sue xilografie, non erano quelle seguite dal Crisaore. Lui le aveva ridotte a sette fasi, secondo le corrispondenze indicate in uno schema, e quelle sette fasi erano precedute dal lavoro preliminare con cui si ottenevano l’acqua delle sette quintessenze e l’olio filosofico.

 

4321

Come cambia la vita di Archie? In modo radicale, a volte, per le conseguenze di scelte minuscole: d’altronde Auster, da bambino, durante un temporale, vide morire a pochi centimetri da lui un amico colpito dal fulmine — una di quelle esperienze che non possono non farti pensare ogni giorno a quella che in un suo libro ha chiamato La musica del caso. Le radici della famiglia di Archie restano le stesse: il patriarca che sbarcò in America all’alba del Novecento, partito a piedi da Minsk con cento rubli cuciti nella fodera della giacca, passato da Varsavia a Berlino per prendere finalmente una nave verso l’America. Isaac Reznikoff che voleva una nuova vita in un nuovo continente e che, su consiglio di un compagno di viaggio, si liberò di quel nome ebraico che poteva creare solo guai con gli antisemiti. Gli era stato suggerito di dire alle guardie dell’immigrazione di chiamarsi Rockfeller «perché in America tutti amano i Rockfeller» e, chissà, qualcuno l’avrebbe scambiato per un lontano parente — con inspiegabile accento yiddish — di quella dinastia miliardaria.
Ma Isaac dimenticò quel cognome e, messo alle strette dall’immigrazione americana esclamò «Ikh hob fargessen», «ho dimenticato». E quello, fraintendendo, scrisse sul registro: «Ichabod Ferguson». Un nome melvilliano, da protestante scozzese, per un ebreo bielorusso destinato a una vita di lavoro e a una fine prematura nel Nuovo Mondo, Ichabod nonno di Archie la cui storia, raccontata a pagina 1, tornerà come in un gioco di prestigio nelle ultime pagine del romanzo quando Auster si diverte, finalmente, come un illusionista generoso che decide di raccontare al pubblico i suoi trucchi alla fine dello show.

Matteo Persivale in la Lettura #266, pag. 18-19

The 100 greatest novels. #13

Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano a capo di quella giovane armata che aveva varcato il ponte di Lodi e annunciato al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore. I prodigi d’ardimento e di genio cui l’Italia assistette nel giro di qualche mese, ridestarono un popolo addormentato; ancora otto giorni prima dell’arrivo dei francesi, i milanesi non vedevano in essi che un’accozzaglia di briganti avvezzi a fuggir sempre davanti alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale; questo almeno era quanto ripeteva loro tre volte alla settimana un giornaletto, grande come la mano, stampato su cattiva carta.

Stendhal, La Certosa di Parma, traduzione di Camillo Sbarbaro, Einaudi, Torino 1944

The 100 greatest novels. #7

 

Avrei desiderato che mio padre o mia madre, o meglio tutti e due, giacché entrambi vi erano egualmente tenuti, avessero badato a quello che facevano, quando mi generarono. Se avessero debitamente considerato tutto quanto dipendeva da ciò che stavano facendo in quel momento: — che non solo stavano per dar la vita ad un essere ragionevole, ma che per avventura la felice costituzione e temperie del suo corpo, forse il suo genio e la forma stessa del suo spirito, e, checché ne sapessero in contrario, fin le fortune di tutta la sua casa avrebbero potuto subir l’influsso degli umori e delle disposizioni prevalenti in quell’istante; — se essi avessero debitamente soppesato e valutato tutto ciò, ed agito in conseguenza, sono fermamente persuaso che io avrei fatto al mondo una ben diversa figura da quella in cui forse apparirò al lettore.
Credetemi, brava gente, non è cosa di sì poi poco conto, come molti di voi potrebbero essere indotti a credere.
Avete tutti, suppongo, sentito parlare degli spiriti animali, di come essi siano trasfusi di padre in figlio, e chissà quanto altro mai sull’argomento.
— Ebbene, potete fidarvi di quel che vi dico: nove parti su dieci dell’intelligenza o stupidità di un uomo, i suoi successi e insuccessi in questo mondo dipendono dai movimenti e dall’energia di codesti spiriti, dai tratti e congiunture in cui li ponete. Perché, una volta messi in moto, per il verso giusto o no — e non è affar da poco — via! essi partono in gran trambusto come pazzi sfrenati. E a furia di battere e ribattere lo stesso cammino, in poco tempo se ne fanno una strada piana e liscia come un viale di giardino, dalla quale, avvezzi che vi siano, nemmeno il diavolo in persona ce la farà più a staccarli. “Scusa, caro”, disse mia madre sul più bello, “non hai dimenticato di caricar l’orologio?” “Buon Dio!” esclamò mio padre, sbottando, ma sforzandosi nello stesso tempo di moderare il tono della voce: “Quando mai una donna, da Eva in poi, ha interrotto un uomo con una domanda così sciocca?”

Lawrence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, traduzione di Antonio Meo, Mondadori Editore.

The 100 greatest novels. #6

 

I am extremely concerned, my dearest friend, for the disturbances that have happened in your family. I know how it must hurt you to become the subject of the public talk: and yet, upon an occasion so generally known, it is impossible but that whatever relates to a young lady, whose distinguished merits have made her the public care, should engage every body’s attention. I long to have the particulars from yourself; and of the usage I am told you receive upon an accident you could not help; and in which, as far as I can learn, the sufferer was the aggressor.
Mr. Diggs, the surgeon, whom I sent for at the first hearing of the rencounter, to inquire, for your sake, how your brother was, told me, that there was no danger from the wound, if there were none from the fever; which it seems has been increased by the perturbation of his spirits.
Mr. Wyerley drank tea with us yesterday; and though he is far from being partial to Mr. Lovelace, as it may well be supposed, yet both he and Mr. Symmes blame your family for the treatment they gave him when he went in person to inquire after your brother’s health, and to express his concern for what had happened.
They say, that Mr. Lovelace could not avoid drawing his sword: and that either your brother’s unskilfulness or passion left him from the very first pass entirely in his power.

Samuel Richardson, Clarissa (1748). Project Gutenberg’s Clarissa, Volume 1 (of 9), August 1, 2009

The 100 greatest novels. #5

L’autore dovrebbe considerare se stesso non come un gentiluomo che offra un pranzo in forma privata o d’elemosina, bensì come il padrone d’una taverna aperta a chiunque paghi. Nel primo caso, colui che invita offre naturalmente il cibo che vuole, e quand’anche questo sia mediocre e magari sgradevole ai loro gusti, gli ospiti non debbono protestare; ché l’educazione impone loro d’approvare e lodare qualunque cosa venga loro posta dinanzi. Proprio il contrario accade al padrone d’una taverna. Quelli che pagano vogliono dar soddisfazione al proprio palato, anche quando questo sia raffinato e capriccioso, e se non è tutto di loro gusto, si sentono in diritto di criticare, di protestare, d’imprecar magari contro il pranzo, senz’alcun ritegno.

Henry Fielding, Tom Jones. Storia di un trovatello, traduzione di Ada Prospero, Garzanti, 1997

Mishima

Quella sera, arrivato a casa nei sobborghi, contemplai seriamente il suicidio per la prima volta nella mia vita. Mentre però vi riflettevo, la prospettiva divenne fastidiosa oltre ogni sopportazione, e finii col concludere che sarebbe stata una faccenda grottesca. Rifuggivo, per indole dall’ammettere una sconfitta. E poi, mi dissi, non c’è nessun bisogno ch’io prenda un’iniziativa così radicale per conto mio, no davvero, quando mi attornia un così largo stuolo dei più svariati tipi di morte: morte durante un’incursione aerea, morte nell’adempimento del proprio dovere, morte sotto le armi, morte sul campo di battaglia, morte per investimento di un veicolo, morte per malattia… Certo il mio nome è già stato segnato nell’elenco di uno di questi tipi […] No… per qualunque verso mettessi la questione, il momento non appariva propizio. Meglio semmai aspettare che qualcosa mi usasse il favore di uccidermi.

Yukio Mishima, Confessioni di una maschera, traduzione di Marcella Bonsanti, Feltrinelli, 1981