Mario e la Recherche

E dunque l’ho finita.
Ora che ho letto per la seconda volta “Alla ricerca del tempo perduto” (con molto più dei 100 giorni sperati ma, ci sta) me ne resto sospeso. Rileggere un’opera così vuol dire anche fare proprio il cuore della domanda fondamentale che Proust pone alla vita. Da qui, vista la sua portata, la fine potrebbe essere il tramite di un proseguimento, di un’ “analisi interminabile” che diventa un’interrogazione a sé stessi.
Il che vuol dire che ora, leggerò saggi “Su Proust” (qui alcuni) la risfoglierò e poi, magari, prima di morire, la leggerò la terza volta. Collocandomi sul medesimo punto esistenziale di Marcel, inteso come persona-proust e anche come personaggio-marcel, il Narratore. Forse, come tutte le cose della mia vita sono un forse.

Alla fine, il romanzo di 3000 pagine si riassume in una frase illuminante di un critico, letta chissà dove: la trama della Recherche riassumibile in “Marcel diventa scrittore”. Il protagonista, via via che si legge, diventa sotto gli occhi del lettore il suo autore, ovvero colui che alla fine racconterà in sette volumi, semplicemente un gesto di fiducia massima nella parola, ovvero racconterà la decisione di scrivere (e scriverà tutto quello che abbiamo letto in sette volumi, un libro-mondo capace di raccontare un mondo che non c’è più).
Già solo questo dice tutto di un testo che è una sfida tutt’oggi. (non a caso l’abbiamo iniziata come “challenge” di facebook — e sono davvero grato a Marco Giacosa di averla lanciata, senza quella sfida non lo avrei fatto. Ora posso dire: Ecco una cosa che si è conclusa, non è rimasta nella zona grigia del “forse”).

Tutto “Il tempo ritrovato” ovvero la parte finale della Recherche, è un ripensamento della vita vissuta, in funzione della sua scrittura, data come imminente — che è già in atto e che non ci sarebbe senza quel ripensamento. Come se una forza dell’immemore lo trascinasse a vivere e ricordare. E scrivere. Un battito pulsante. Del resto per migliaia di anni gli uomini sapiens hanno sentito il “battito del cuore” senza sapere bene cosa fosse, ci arriveranno quando sfideranno la morte e sezioneranno cadaveri.
Alla fine non ci sarebbe neppure la vita stessa, senza questo battito nel ritmo della frase, che si alterna tra immobilità dell’accaduto e la mobile, instabile possibilità di riviverlo e insieme ridare significati nella nostra memoria, a ciò che abbiamo vissuto, in cui la maturazione di un’età più adulta (che è quella dentro cui Proust scrive, tra il 1908 e il 1922 dai 37 ai 52 anni ) è simile alla mia nel tempo delle due letture.

Per Proust la decisione di scrivere è sia la conseguenza che la causa di questo nuovo vivere la vita, fatto di racconto. Ma pure la consapevolezza che tutto questo è un teatro, che dietro il presente nasconda una “facies” di nulla. È una sensazione sottile, ma non a caso questo libro è un libro chiave per un autore così apparentemente differente, Samuel Beckett che dedicò la tesi di dottorato a Proust.
Nella Recherche in ogni caso, in questo suo essere punto di memoria e vita, si può trovare l’incastro tra delle due spinte opposte: vivere per raccontare o raccontare per vivere? Entrambe le cose, la scrittura è un dispositivo esistenziale per proseguire nella vita, perché il racconto mette in scena un mondo passato, che non si ripresenta identico, ma che appare per come oggi il Narratore sa leggere quelle azioni, le interpreta e soprattutto anche lui le re-interpreta, a distanza di anni. Le ultime due o trecento pagine sono piene di auto-citazioni, revisioni di episodi che abbiamo già letto nelle parti precedenti. Ripensamenti. È il ritrovare il tempo vissuto, ma solo quello è “tempo”.

Farne due letture, come ho fatto io a distanza di ventiquattro anni, mette lo stesso testo in una dilatazione di memoria, personale e letteraria — come ricordo quel tempo della prima lettura? Che ricordo della Recherche letta allora? Alcuni sanno già, l’ho scritto più volte: letta per la prima volta nell’età in cui Proust iniziava a progettare di scrivere, ovvero 33 anni (ma non lo aveva ancora fatto, avrebbe iniziato all’incirca a 37 anni e in quegli anni era soprattutto un mondano che scriveva di mondanità, il massimo dell’impermanente). La rileggo ora che io di anni ne ho 57, età che Proust non ha mai vissuto (per sua fortuna) dato che è morto a 52 anni, mentre cercava di ultimare la Recherche, opera infatti non del tutto terminata, anzi: su molte parti c’è tutt’ora una controversia filologica. Se a 33 anni avevo apprezzato il nucleo originario dell’opera, la sua superficie di bellezza sensibile e meraviglia della finezza psico-realista (Proust che voleva scrivere, scriveva nelle lettere, una costellazione di “momenti poetici”, una sorta di libro-puntillista), a 57 ora vedo la tramatura sotterranea del tremendo, vedo il tempo e la morte come vero cardine della spola del racconto.

Man mano che scriveva e rifletteva, Proust — che era lettore onnivoro e soprattutto del sapere più aggiornato (lesse di scienza, di filosofia, soprattutto Bergson e articoli scientifici sulla nuova scienza psicologica proposta dal contemporaneo Freud, che inizia a pubblicare nel 1899) — trasforma quel progetto in qualcosa che sarà molto più di un romanzo. Così, i “momenti” cominciano a dilatarsi, a non essere più così “puntuali” cioè a espandersi, a connettersi per metonimia, fino a che “Marcel” costruisce questo “grande edificio della memoria”. Proprio lo “slittamento metonimico”, elemento essenziale in psicoanalisi, almeno nelle sue origini Freudiane che si rifacevano a Saussure, per leggere sogni, pensieri, parole, è l’elemento centrale nel procedimento stilistico di Proust, che davvero sembra approntare un romanzo-saggio fatto arrivando alle medesime conclusioni, il che ne fa il genio che è.

Proust costruisce sì metafore, o meglio, comparazioni analogiche che non si accontentano della parola secca (X era [come] Y, la metafora base), ma le distende in periodi lunghissimi, articolati in proposizioni principali, poi incidentali, e varie subordinate, ablativi assoluti, elencazioni, a costruire la famosa e gassosa “frase” proustiana, così simile nel suo intento, alla ricorrente “frase di Vinteuil”, nel settimino di quel musicista inventato che ha fatto dannare i critici per capire a chi si fosse ispirato. (come si vede mi resta attaccato il periodare lungo).
Tutto è dato da questo ritornello di agganci continui, di combinazioni di legami, con gli elementi circostanti che cercano di definire quella che è la dimensione fondamentale della nostra vita: la sensazione, ad essa ci ancoriamo per cercare quel che con temine omologo, non a caso, definiamo “il senso” della vita. Il senso dell’essere vivi, che sta in quello spazio di distanza che chiamiamo tempo e che non essite, non scorre ma — come iniziavano a intuire i fisici contemporanei di Proust e come si è meglio definito oggi con la fisica quantistica — non esiste in linearità di successione di momenti, ma è sempre e solo uno spazio di trasformazione. E relazione.

Scrivere la Recherche, per Proust, fu battere la morte, perché creò questo continuo campo di metamorfosi attraverso le parole di un testo, ne sperimentò le possibilità estreme (il senso appare sempre dalla forma, nell’arte vera, tutto il resto è intrattenimento), accordandosi a un rammentare e portare con noi l’essenziale della vita, ovvero le sensazioni vissute, poi ripensate e che hanno preparato di nuovo la vita ad essere tale — e che continuano con il suo autore a vivere a ogni nostra lettura e rilettura.

Mario De Santis

Cronisti

Edgar Degas, Musicisti d’orchestra, 1872-76

Negli echi di cronaca, bisogna che ognuno trovi ogni giorno almeno una riga che lo interessi, affinché tutti li leggano. Bisogna pensare a tutto e a tutti, e a tutte le classi, a tutte le professioni, a Parigi, alla Provincia, all’Esercito, ai Pittori, al Clero e all’Università, ai Magistrati e alle Cortigiane.
L’uomo che li dirige, e comanda al battaglione dei cronisti, deve essere sempre all’erta, sempre in guardia, diffidente, previdente, astuto, vigile e pieghevole, armato di tutte le furberie e dotato di un fiuto infallibile per scoprire a colpo d’occhio la notizia falsa, giudicare quello che è bene dire e quello che è meglio tacere, quello che farà effetto al pubblico; e saperlo presentare in modo che l’impressione sia moltiplicata.
(…)
Gli ispiratori e i veri redattori della Vie Française erano una mezza dozzina di deputati interessati a tutte le speculazioni lanciate e sostenute dal direttore. Alla Camera, erano chiamati la “Banda Walter”, ed erano invidiati perché si pensava che guadagnassero denaro con lui, e per mezzo di lui.
Forestier, redattore politico, era soltanto l’uomo di paglia di quegli affaristi, esecutore delle loro intenzioni. Essi gli suggerivano gli articoli di fondo, che egli andava sempre a scrivere a casa, per essere più tranquillo, diceva.
Per dare poi al giornale una parvenza letteraria e parigina, vi avevano aggregato due scrittori celebri in due generi diversi. Jacques Rival, cronista di attualità, e Norbert de Varenne, poeta e collaboratore letterario, o piuttosto narratore, secondo la nuova scuola.
Si erano poi procurati, a basso prezzo, critici d’arte, di pittura, di musica, un critico teatrale, un redattore criminalista, e un redattore ippico, fra la grande tribù degli scrittori adatti a tutto. Due donne della buona società, “Domino rosa” e “Zampetta bianca”, mandavano scritti di varietà mondane, trattavano le questioni di moda, di vita elegante, di galateo, di etichetta, e confidavano qualche indiscrezione sulle signore dell’aristocrazia.

Guy de Maupassant, Bel-Ami, 1885

Materiali 24

Rifarsi alla realtà come contesto:
– intorno alla comunità
– con episodi di fuga
– violenza incontrollata
– morti sospette
– eliminazione di testimoni
– vendette personali.
L’oggetto misterioso:
– reperto proveniente dall’antichità, strumento di divinazione, utilizzato dall’alchimista settecentesco nelle sue attività esoteriche
– giunto a noi, nelle mani del guru-padrone della comunità, che cerca di ripetere gli esperimenti incompiuti illustrati nel manoscritto.

Il luogo s’ingrandisce, accoglie gente, diventa una specie di città; nel corso di certi scavi vengono scoperti oggetti e documenti, sepolture rituali risalenti a secoli prima, materiali di pratiche esoteriche. Il carisma del guru ha del soprannaturale, lo sguardo magnetico alla Rasputin e la sfrontatezza del disonesto rendono il suo cammino inarrestabile. Si parte dalla prima sparizione, in cui viene coinvolto il protagonista, per seguire una catena di delitti che sembrano collegati alla scomparsa degli oggetti misteriosi che, giunti nelle mani del guru, gli vengono sottratti. Emissari della comunità fanno visita al protagonista, lo sospettano, lo sorvegliano, frugano in sua assenza. Il fuggiasco che non ritorna: catturato in una piazzola dell’autostrada, viene interrogato e ucciso; le tappe della sua fuga vengono ricostruite, si passa dalle persone che gli hanno dato rifugio, interrogate e picchiate perché rivelino che fine hanno fatto gli oggetti trafugati.

I manoscritti finiscono in mano al protagonista, che deve nascondersi perché gli hanno messo a soqquadro la casa; s’impegna nella decifrazione degli esperimenti descritti, nelle ricerche delle formule, delle illustrazioni, che fanno riferimento alla costruzione di uno strumento generatore di onde e catalizzatore di energia vitale … . . . . . .

Lungo l’intestino di corridoi

Lungo l’intestino di corridoi che si snodava nel museo archeologico, le scaffalature incupite dalla polvere s’arrampicavano fino al soffitto. Agli ultimi ripiani ci si arrivava con una vecchia scala d’alluminio agganciata a un corrimano fissato a due metri e mezzo d’altezza. John Tevis l’assestò sulle mattonelle del pavimento, un po’ instabili, e salì per estrarre un repertorio bibliografico legato in mezza pelle. Lo compulsò appollaiato sul predellino, impaziente di esplorarne le pagine. La solita smania di vedere le cose subito, che lo accompagnava da quand’era studente. Scese con cautela e rifece il percorso fino alla stanza che gli avevano assegnata, un lungo ambiente con le pareti coperte da librerie a vetrina zeppe di volumi. Tre grossi tavoli scuri campeggiavano al centro, con un fotocopiatore accanto alla porta d’ingresso.
Tevis poggiò il repertorio sul tavolo di lavoro e si lasciò cadere sulla sedia. La trasferta alla biblioteca del museo archeologico l’aveva colto alla sprovvista, obbligandolo a lasciare la casa di Penarth. E ora avvertiva strane, sgradevoli avvisaglie. Forse erano gli strascichi della sindrome ansioso-depressiva che l’aveva spinto a offrirsi per incarichi di ricerca all’estero. Quando il professor Crowley dell’università di Cardiff gli aveva detto di prepararsi alla partenza era stato sul punto di rinunciare: non immaginava che sarebbe finito di nuovo in Italia. E dopo i primi mesi s’era ormai abituato alla stabile, media infelicità che lo proteggeva dal vuoto lasciatogli da Laura. Lei, dalla casa dei genitori, non s’era fatta viva, nemmeno per salutarlo.
I tomi che ingombravano i piani di lavoro servivano alla ricerca sul fondo Antinori, una raccolta di manoscritti la cui mole si rivelava sempre più cospicua. Un lavoro che minacciava d’impegnarlo per molto, se non fosse riuscito a concentrarsi. Ma le distrazioni, nel suo stato, erano inevitabili. Tornò a guardare la porta a doppio battente incorniciata fra le librerie, sempre socchiusa, che lasciava trapelare un frusciare di carte. La dottoressa Lazzeri, direttrice del museo, non sembrava condizionata dalla presenza di Tevis, mentre a lui era accaduto il contrario: i postumi della crisi l’avevano lasciato vulnerabile, e ogni volta che la Lazzeri passava nei vestiti attillati il suo sguardo s’alzava a cercarle gli occhi. Lei lo ricambiava con una sbirciata sorridente, sempre troppo fugace, con le fossette a incorniciarle la bocca. Formosa, giovanile, i fianchi larghi, la pelle chiara, il viso tondo illuminato da occhi grandi e da un sorriso apparentemente disarmato. Le labbra carnose potevano avere un velo di rossetto, ma non ci avrebbe giurato, quel carminio poteva essere naturale.
Nelle ultime settimane la Lazzeri s’era vista poco in ufficio. Molto tempo lo passava nelle sale, ad allestire la mostra degli ultimi reperti trovati intorno alla città. E Tevis s’era trovato a trascorrere le giornate in modo disordinato e capriccioso, scartabellando vecchi libri e frugando tra scaffali impolverati, distraendosi a ogni suono di passi lungo il corridoio. Aveva addirittura preso l’abitudine di andare a far fotocopie dall’altra parte, con la scusa che quelle della sua macchina erano orribili, o a chiedere informazioni pretestuose al dottor Bellini, uno dei curatori della mostra, solo per poterla vedere.
Tevis diede una scorsa al repertorio che aveva davanti e lo richiuse con cura. Gettò lo sguardo fuori della finestra, nella fetta di cielo tagliata dai muri gialli del palazzo, e decise di andarsene in anticipo. Ripose gli appunti nel cassetto, lo chiuse a chiave e percorse il corridoio silenzioso. Uscì dal cancelletto che delimitava l’ala della biblioteca e raggiunse lo scalone del palazzo. Indugiò di fronte alle sale al primo piano, appena rimodernate, scrutando attraverso le porte di vetro, poi scese.
Il sole scaldava ancora il fermento della città. Si tolse la giacca leggera con gli spacchetti, imboccò via Stucchi e s’incamminò tra la gente. Costeggiò i muri della Santissima Annunziata, lungo la strada che portava all’appartamento dov’era alloggiato, una settantina di metri quadri bene arredati, concessi da una squisita signora della vecchia borghesia, al secondo piano del suo stabile dalla facciata scurita. Quando fu davanti al portone frugò nelle tasche in cerca delle chiavi. «Damn…» bofonchiò. Le aveva scordate di nuovo. Si vide costretto a suonare dalla padrona di casa. Premette il pulsante d’ottone con la scritta Gabriella Benedetti e attese.
«Sono Tevis, signora. Ho dimenticato le chiavi» si giustificò al citofono.
Come fu nell’atrio l’avvolse dalla frescura odorosa delle case antiche. La penombra s’allungava fino a una porta a vetri che dava nella corte popolata di piante. Fece per avviarsi verso le scale, quando uno scalpiccio proveniente dallo scantinato lo distrasse. La porta s’aprì con un cigolio e dalla stretta gradinata emerse Sergio Fanelli, il suo vicino di pianerottolo.
«Buona sera, Fanelli» lo salutò Tevis, cordiale.
Il vicino trasalì. «Ah… buonasera, non l’avevo vista.» Lo guardò attraverso le lenti spesse, imbarazzato. «Come va?»
«Direi bene, grazie.»
Alle spalle di Fanelli spuntò un uomo grassoccio dall’aria trasandata, che si grattava la zazzera di capelli grigi.
«Be’, ci si vede, allora». Tevis decise di sciogliere il vicino dall’impasse, mentre l’uomo grassoccio indugiava in fondo all’atrio.
«Ci vediamo» si sforzò di sorridere Fanelli, e s’affrettò verso il cortile.
Dall’alto giungevano delle voci, Tevis salì e trovò la signora Gabriella sulla soglia di casa.
«Mi scusi, so di essere imperdonabile…»
«Non cominci, John» l’interruppe lei, affettuosa. «Stavo dicendo alle amiche quanto lei sia gentleman…» Affacciate al portone, una mora col viso grinzoso e un’altra signora dalla criniera leonina lo guardavano amabilmente. «Sa che è giunto a fagiolo? Volevamo fare una partita di mah-jong e ci mancava il quarto.»
«Oh… Sorry. Temo che…»
«Su, su, non faccia il difficile» si fece avanti la mora, mettendo in evidenza le curve. Lo prese per un braccio e lo tirò dentro, scortata dai sorrisi complici delle altre.

Quando mise mano all’inginocchiatoio

Renato Guttuso, Natura morta con lampada, 1940

Quando mise mano all’inginocchiatoio scorticato dal tempo, Carletto Massi capì che sarebbe stato difficile farlo passare per un tardo Cinquecento. L’usura delle superfici era buona, ma la fibra del noce troppo grigiastra e il telaio dell’antina era assemblato con incastri a dentello, invece che a mezzo e mezzo come nell’ebanisteria rinascimentale. S’allontanò di un passo, per inquadrare meglio l’insieme di listelli disseccati. Sollevò il coperchio del basamento e ne scrutò il rovescio, corrugando la faccia carnosa.
Stavolta il vecchio Milesi non ci sarebbe cascato. Il vegliardo era già imbufalito per l’interruzione delle boiserie nel suo palazzotto di Pontassieve, e ora avrebbe aguzzato la vista e cercato il cavillo. Eppure lo spessore dei fianchi era grosso, benché l’inginocchiatoio non avesse più di centocinquant’anni. La ferramenta era giusta, le assi dello schienale fissate orizzontalmente con bei chiodi fatti a mano. Un lavoro sopraffino per un falsario dell’Ottocento, a parte quella maledetta antina. Fece scorrere le mani tozze lungo i profili, senza trovare scassi sospetti, e quando estrasse il cassetto s’irrigidì sdegnato. Le infami code di rondine che ne incastravano i pezzi quasi gli rivoltarono lo stomaco.
Sedette su uno sgabello e si mise a ragionare, puntando nel vuoto gli occhi grigi e ravvicinati. I raggi di pulviscolo piovevano dalle finestrelle sui cumuli di masserizie che invadevano lo spazio. Il vecchio Milesi avrebbe sbavato per un inginocchiatoio del Cinquecento. Gli avrebbe perdonato non solo i ritardi nei lavori di restauro, ma anche il pezzo di soffitto a cassettoni che era andato a fracassarsi sul pavimento. Colpa di quella mummia isterica, naturalmente, con la fretta che metteva sempre.
Attraversò la rimessa, grattandosi la testa ingrigita. Spostò un gruppo di poltroncine Luigi Sedici e un canapè senza le molle. Cassettiere vecchie e antiche, cassoni semisfasciati, tavoli accatastati lo costrinsero a un percorso labirintico fra legni secchi e polverosi. Raggiunse un cassone pieno di assicelle e vi frugò senza fretta, con attenzione, sollevando nuvolette che rotearono nell’aria. Dopo aver estratto alcuni listelli di legno intagliato, li studiò valutandone la compatibilità con la venatura del mobile. Un’aria soddisfatta gli distese il volto: il materiale, tarlato e annerito dai secoli, c’era.
«Eccoti servito, bischero» borbottò beffardo. L’avrebbe fatto vedere, al vecchio ramarro, di cos’era capace. Innanzitutto una bella patina calda, poi un cassetto ricostruito a regola d’arte, col frontalino d’epoca da inchiodare nello spessore dei fianchi. E infine, l’antina: anche quella da rifare. Prese i legni, li portò sul mobile e ve li dispose sopra. Montati, rifiniti e scuriti, quei pezzi d’alta epoca avrebbero dato autenticità. Per il vecchio sarebbe stato un affare comunque, considerato il livello dei restauri a prova d’esperto che gli aveva fatto finora.
Era l’altro affare, invece, che gli dava da pensare. Un affare delicato, da prendere con le molle. Si grattò le parti basse, lo sguardo preoccupato, pizzicando i calzoni pieni di macchie. Lì bisognava studiarlo bene, il modo di muoversi.

Mistero etrusco, I-4

Dalle finestre che s’affacciavano sul corso, la signora Benedetti guardò nella redazione della Gazzetta di Firenze, dall’altra parte della strada.
«Che fanno, passano il tempo a guardare la televisione?» commentò, scrutando i giornalisti assiepati davanti a uno schermo.
«Forse non gli è rimasto che ascoltare i notiziari» sospirò Tevis, finendo di sistemare le pedine.
«Notiziari a quest’ora?» commentò la signora Mafalda, che stava per gettare i dadi.
«Dovranno tenersi informati, no?» intervenne Isotta, il quarto elemento. Le unghie laccate tamburellarono sulla stecca di legno: sempre la più logora le rifilavano. «Vogliamo andare?» propose impaziente, affilando lo sguardo tra le ciglia rimmellate.
«Eccomi» disse Mafalda tirando i dadi. «Cinque e tre otto». La mano inanellata li raccolse dal panno verde e li gettò di nuovo, totalizzando un altro otto, e il lancio singolo diede uno. «Sedici» decretò compassata, «a partire da me».
Con le pedine sulle stecche e Mafalda a fungere da Est, il mah-jong iniziò. La signora Benedetti prese la consueta strategia aggressiva, scartando subito i vènti che non le corrispondevano e non formavano coppie: prima l’Est, poi l’Ovest.
«Figuriamoci se non calavi l’Ovest» protestò Isotta. «Quando hai il mio vento lo butti via sempre, quasi ti faccia schifo».
Tevis lanciò un’occhiata alla padrona di casa, che non faceva una grinza. La litania dell’amica era partita subito e non prometteva bene, darle corda era un rischio. Le prime mani furono fruttuose per Mafalda, che tradì il compiacimento mettendosi a giocherellare con la catena d’oro.
Isotta la guardò inespressiva, presagendo la piega della partita. Pescò la sua pedina, la guardò disgustata e la gettò sul tavolo. «Tre bambù. È il terzo giro di bambù che faccio.»
«A me» esclamò Mafalda, appropriandosene e unendola al tris che aveva sulla stecca. Rovesciò il poker e guardò l’amica con aria appagata. «Ti lamenti di continuo, Isotta. E noi che dovremmo dire? Si era pronte alle tre, e tu invece…»
«Ancora? Ragazze, il vostro perbenismo è esasperante. Oltre al culo, s’intende: hai già fatto un poker e il tuo fiore l’hai già in stecca…»
«Perché parli al plurale?» intervenne la signora Gabriella con un brivido, dopo aver pescato un drago rosso che andò a far coppia con quello che aveva. Tenere i draghi era sempre la scelta migliore, anche se a Isotta non entrava in testa: ne aveva appena scartato uno verde. «Non capisco perché devi sempre mettermi in mezzo» aggiunse, gettando una pedina con sette bambù.
«Grazie, ancora bambù naturalmente…» Isotta pescò una pedina che non le serviva e la buttò in mezzo. «In realtà, mi sto convincendo d’essere in anticipo sui tempi…»
«Mio» trillò Mafalda raccogliendo il suo scarto: un sette cerchi con cui fece un tris che rovesciò sulla stecca.
«Ma che significa in anticipo sui tempi?» fece la signora Benedetti pescando a sua volta. La presa di Mafalda aveva fatto saltare il giro al gallese.
«Qui il gioco lo fate voi, come sempre» s’inacidì Isotta. «È solo una questione di modernità, Gabriella, lo sai».
«Cosa?»
«Il perbenismo, l’educazione cattolica… quello che vi hanno inculcato, insomma».
«Che ci hanno inculcato?» s’intromise Mafalda, facendo tintinnare i bracciali. «Perché, tu dove sei cresciuta, nell’islam?»
«Vorresti dire che io ho avuto un’educazione cattolica?»
«Che c’entra l’educazione cattolica, adesso?» La signora Gabriella tentò di recuperare i fili del ragionamento, mentre studiava la mossa da fare.
«Ragazze, siete voi ad aver avviato il discorso» insisté Isotta sbuffando. Quelle due andavano peggiorando, mai che capissero senza dover spiegare le cose dall’inizio. «E comunque, se avete avuto un’educazione borghese non è certo colpa vostra».
«Credo che la signora Isotta si riferisse al suo ritardo» intervenne Tevis, bonario. Di colpo si rese conto che continuava a tenere in stecca un esemplare del suo vento quando altri due erano già sul tappeto.
«Eh…» approvò Isotta. Per fortuna qualcuno ragionava, non per nulla era un ricercatore inglese con tanto di cattedra. «In pieno ventunesimo secolo, col mondo che va come va, state ancora a farmi notare un ritardo di mezz’ora?»
«Quaranta minuti» precisò Mafalda.
«Embe’? Non ho mica un figlio da andare a prendere, io. E nemmeno sto ad arrostirmi il culo alle Maldive, mi pare. Visto che devo stare in città, dovermi torturare anche con la questione degli orari… Alt, questo è mio». Fulminea, s’impossessò del drago bianco che Gabriella s’era decisa a scartare.
«Gabri, quello non dovevi metterlo giù, accidenti…» sbottò Mafalda. Oltre a vaneggiare, Isotta aveva appena fatto un poker di draghi bianchi, che insieme al raddoppio significava una valanga di punti. Doveva sbrigarsi a chiudere, se non voleva rischiare una cifra, mancava una pedina. «Comunque, non capisco che c’entrano i figli e le Maldive…»
«John, glielo spieghi lei, per favore» sospirò Isotta.
Tevis le guardò con preoccupazione il petto esuberante e il poker di draghi che aveva appena calato, poi conteggiò i propri punti: una miseria. Due scale da nulla e tre coppie che non riuscivano a farsi punteggio. «Mi sembra abbastanza chiaro» disse guardingo, aspettando di vedere la sua scartata. «Intendeva dire che è stressata perché non è ancora in vacanza, che non ha vincoli familiari che le impongono orari, e che quindi…»
«Ecco, ci voleva un inglese per tradurre il mio pensiero. Le sembra?»
«Veramente sono gallese» precisò Tevis, simulando cordialità. Quella petulante cominciava a dargli sui nervi, a parte le confusioni etniche.
«Certo, mi scusi. Anche se penso siate tutti una famiglia… o no?»
Tevis la squadrò alzando le sopracciglia, senza fiatare. Gli occhi gli si fermarono, le mani sulla stecca.
«Isotta, non dire bestialità!» la riprese Gabriella con un’occhiataccia. «Inglesi e gallesi son diversi come il giorno e la notte, come fai a non saperlo? Il dottor Tevis discende dai nativi britannici, mentre gli inglesi vengono da bande armate arrivate dalla Sassonia.»
«Caspita… tedeschi?» Isotta lo guardò stupita. «E vi hanno colonizzati?»
«Well…» articolò Tevis, indeciso, mentre l’altra tagliava corto:
«Comunque, da buon gallese, mi dica lei: le pare sensato doversi stressare anche per essere puntuali al mah-jong? Non le sembra una sciocchezza?» E senza attendere replica si concentrò per decidere cosa scartare. Aveva un drago rosso che non serviva a niente, ma metterlo giù era un rischio: sul tavolo non ce n’erano, ed era da illusi pensare che nessuno ne avesse pescati. Esitò, giocherellando con la pedina, finché decise eroicamente di gettarla nel mezzo. «Rosso» disse noncurante.
«Mio!» strillarono all’unisono le due amiche, causando a Tevis una scarica d’adrenalina.
«Io faccio un tris» disse la signora Gabriella, costernata. Aspettava quel pezzo dall’inizio, le avrebbe fruttato un raddoppio che, sommato a quelli del suo fiore e della possibile chiusura con tutti tris, avrebbe dato il punteggio massimo.
«A me invece serve per chiudere, quindi è mio» sentenziò radiosa Mafalda. «Mah-jong» aggiunse pacata, appropriandosi del drago e incrociando lo sguardo impietrito dell’amica che l’aveva scartato. «Dio mio, Isotta, calare un rosso a questo punto della partita… Ma quando imparerai?»

Garboli, Morselli

— Ha in mente un dattiloscritto che fu particolarmente discusso?

«Questa domanda viene a proposito dei rimuginii di Sereni. Il dattiloscritto che seminò l’angoscia fu Il comunista di Morselli. Ricordo che alla Mondadori c’era una lettrice di straordinaria intelligenza che godeva dell’ammirazione di Giacomo Debenedetti. Lavorava in una piccola stanzetta, in un cunicolo della sede milanese della casa editrice, in via Bianca di Savoia. Stava in una sorta di abitacolo, con una piccola finestrella da dove non veniva luce, con un golfetto grigio, una macchina da scrivere. Il suo rapporto con Sereni era impraticabile. Credo fosse stato inizialmente di grande simpatia, ma si era tramutato in una relazione di puro sadomasochismo! Questa consulente lesse Il comunista di Morselli e ne diede un giudizio assolutamente negativo, molto intelligente, condotto con un nerbo argomentativo di primissimo ordine. Poi il romanzo arrivò anche a me, io lo lessi e ne scrissi un giudizio in cui dichiaravo che capivo benissimo le ragioni addotte dalla prima lettrice, ma che non potevo condividerle. Secondo me bisognava dare del credito, anche se era un romanzo lungo, grigio, piuttosto plumbeo, uniforme, senza nessuna macchina narrativa, attraversato da una tristezza quasi siloniana. Nonostante questo, il romanzo aveva diritto ad apparire. Questa era la mia conclusione. Però dichiaravo anche: “È molto difficile superare il no di questa lettrice, non tanto per la sua drasticità, quanto per l’intelligenza con la quale articola il rifiuto”. Vi fu l’intervento di un terzo lettore, Niccolò Gallo. Cominciò un rosario inesauribile di telefonate e di riflessioni fino alla decisione, travagliatissima, di Sereni. Per il no. Da lì il dibattito continuò, perché la collaboratrice di Sereni esigeva maggiore intransigenza, compromessi minori, rimproverando di fare degli editing che portavano alla pubblicazione scrittori che non erano tali. Il talento o c’era o non c’era. Io cercai di mediare tra questa posizione un po’ troppo drastica e quella più compromissoria. Passammo l’estate del ’66 a discutere di queste cose, mentre io feci l’editing di un romanzo interminabile di Beniamino Ioppolo. S’intitolava La doppia storia, ed era di una lunghezza impressionante. L’enorme marchingegno della casa editrice aveva delle esigenze che purtroppo non erano solo letterarie, ma anche sociali, di mercato… Il ricordo più bello che ho di quella stagione mondadoriana è la mia lunga collaborazione con Eduardo De Filippo per il suo epistolario, che però non vide mai la luce».

da un’intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

Garboli, Sereni

— Vigeva ancora il modello dei “Gettoni” di Vittorini?

«No, perché i “Gettoni” di Vittorini trescavano con il neorealismo, e quella storia ormai era passata. Anzi, era una prospettiva letteraria da rigettare. Alberto Mondadori e Sereni avevano il problema di costruire una collana di narratori giovani che tenesse conto delle esigenze che si erano manifestate nei primi anni Sessanta: la necessità di rompere con la tradizione del tipico narratore mondadoriano, come Piovene, Buzzati, Alba De Cespedes, scrittori collaudati i cui romanzi, tuttavia, ormai erano vecchiotti e loro mostravano la corda. Si rivolsero in un primo tempo a Gallo e poi a me. Gallo portò scrittori come Silvio D’Arzo, Anna Banti, Mario Soldati. Ma non bastava. In realtà molti nuovi narratori erano attirati dalle sirene Einaudi e Garzanti. Come Cassola, Bassani, Fenoglio, Pasolini, Parise. Allora pensarono a una collana dirompente che desse spazio a quei quarantenni che non ne potevano più, e sentivano il bisogno di infrangere lo statuto pesante, l’autorità di quei narratori che chiudevano tutti i varchi. Per questo mi chiamarono. Ma, intendiamoci, alla Mondadori regnava l’ambiguità e un certo compromesso».

— È comprensibile, anche perché le ragioni di una certa letteratura sperimentale non si sposavano esattamente con le ragioni del mercato…

«C’era ancora Arnoldo che della “Nuova collezione di letteratura” se ne fregava. In quel caso, invece, si ritrovavano d’accordo Sereni e Alberto. Ma ricomparivano gli scrupoli di Sereni che si aggiungevano ai tormenti per le scelte dei poeti. Lo era lui stesso. Era una persona molto fragile, era sospettoso, impaurito, timoroso. Ricordo che parlava sempre per perifrasi: “Perché sai, la nota faccenda…”, “Ma quale nota faccenda?”, oppure: “Il Tale, che tu hai ben capito…”, e io: “Ma di chi stai parlando?”».

da un’intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

Adelphi II

Milano. Via Brentano, la via delle edizioni Adelphi, molti tassisti non sanno dov’è. Meglio dirgli «una traversa di una traversa di corso Magenta», e farsi lasciare all’angolo. Poi la via fa un gomito, poi si gira ancora, con un movimento a chiocciola. Ci si sente isolati, protetti. «Non c’è protezione contro le chiacchiere» dice Luciano Foà, fondatore e presidente dell’Adelphi. «Ancora stamattina» fa il nome di un grande quotidiano, «parlano di crisi del libro, e sembra che le vendite si sian ridotte al venti percento. Si son ridotte del venti percento». Di crisi del libro si è parlato troppo? «A parlar tanto di certe cose non le si aggiusta, e può essere pericoloso. Già la gente ha meno soldi e compra meno libri. Poi senton dire tutti i momenti che nessuno va più in libreria: allora una frangia di pubblico si sente giustificata, quasi incoraggiata a non andarci proprio più del tutto». Un suo collega ha detto che dopo il ’68 i giovani leggevano molto; adesso han ricominciato a studiare e quindi leggono meno. «I giovani compravano molti libri di un certo tipo: politica, sociologia, marxismo. Avevano soldi da spendere. Adesso a queste cose non credono più e cercano altri libri. Riscoprono la letteratura, la religione, altre filosofie. Questo non riguarda solo l’Italia: in gran parte dell’Occidente i giovani si trovano di fronte un mondo al quale non credono più, hanno sempre meno fiducia nella civiltà tecnologica, e cercano libri che parlino di altri tipi di civiltà, di altri modelli. L’Oriente, l’India, Alce Nero…». Sono proprio i giovani che comprano questi vostri libri? «Risulta dalle librerie che fanno le maggiori vendite: per esempio le librerie Feltrinelli, in tutte le città tranne Milano. Sono librerie con un pubblico molto giovane». I prezzi di copertina, perché sono cresciuti? «Per due ragioni. Primo, per l’inflazione. Secondo, perché certi editori, dovendo mettersi a fare i conti con uno scrupolo che prima non avevano, si sono accorti che già prima i prezzi erano inadeguati, non coprivano il costo del denaro. L’editoria italiana è mediamente sottocapitalizzata, vive di prestiti bancari». E il costo del lavoro? «Si parla di una certa casa editrice che è in crisi. Si viene a sapere che aveva un fatturato doppio del nostro. Ma noi siamo tredici persone, e loro non erano ventisei, erano settantacinque». Certi giornali han dato la colpa della crisi editoriale a un demone meschino chiamato riflusso: Lei invece è d’accordo con chi ha tracciato diagnosi prevalentemente economiche. «In un paese che non va bene non si vede perché dovrebbero andar bene proprio i libri. Ma quando molte cose vanno storte si genera anche uno stato di incertezza, nel paese: quanta gente prende la macchina e va a fare un giro perché è l’ultima cosa che gli resta». Questo stato di incertezza, nel mercato librario, dove si vede? «Si vede in quel tipo di editoria che fa libri fungibili, dove un libro può sostituire l’altro per un pubblico indifferenziato, senza faccia, che vien fuori dalle indagini di mercato. L’editoria “in grande” pubblica certi libri non perché piacciono a chi li sceglie, ma perché si crede che piaceranno al pubblico senza faccia». Allora per l’Adelphi le cose vanno bene? «Bene no. Anche noi risentiamo della crisi. Ma non vogliamo unirci al coro dei piagnistei».

Giampaolo Dossena, Tuttolibri della Stampa, 18 luglio 1981

Adelphi

 

Caro direttore, sono lieto dell’occasione che mi offre l’amico Pampaloni, con la sua lettera pubblicata nel numero del 14 giugno di Tuttolibri, di rendere noti ai lettorI del Suo giornale alcuni fatti riguardanti l’editoria che, forse, potranno interessarli. Preferisco rispondere in questo modo anche all’amico Pampaloni che, pur ammettendo per sua esperienza di «sapere bene come certe cose possono andare» e pur «apprezzando moltissimo» il nostro lavoro, ci rimprovera pubblicamente di aver «umiliato» uno scrittore che stima molto, Angelo Fiore, perché dopo cinque mesi dal ricevimento del manoscritto di un suo nuovo romanzo noi non abbiamo ancora risposto se intendiamo pubblicarlo oppure no. Occorre dunque sapere che un editore di modeste dimensioni come l’Adelphi che, nel campo della narrativa italiana non pubblica più di due o tre novità all’anno, ha ricevuto dal primo gennaio 1980 ben ottantotto manoscritti da esaminare, cioè un po’ più di uno ogni due giorni. Quanti ne abbiano ricevuti nello stesso periodo Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Einaudi e altri editori ben più grossi di noi, non è difficile immaginare. Un popolo come il nostro, che notoriamente legge poco, scrive dunque moltissimo, e non è improbabile, almeno a giudicare dal modesto livello della grande maggioranza dei manoscritti ricevuti che i due fatti siano strettamente collegati.
Comunque sia, per quel che ci riguarda, tutti questi manoscritti vengono esaminati da tre di noi, e ciò in virtù d’un principio a cui una casa editrice come la nostra non può né deve rinunciare: noi non facciamo ricorso a lettori esterni e occasionali come avviene invece, direi per necessità, nelle case editrici più grandi. Ciò significa che queste tre persone dovrebbero esaminare, e discutere, più di diciassette manoscritti al mese e, oltre a ciò, condurre un lavoro di ricerca e di lettura che, svolgendosi nell’ambito di diverse letterature straniere, dei nostri e di altri tempi, è comprensibilmente di maggiore mole. Ciò è praticamente irrealizzabile. È chiaro che la maggior parte dei manoscritti italiani che riceviamo cadono a una prima lettura, senza possibilità di appello, e vengono restituiti agli autori nel giro di due o tre mesi. Ma per gli altri, che giudichiamo più interessanti, si passa a una seconda e, talora, a una terza lettura, con la conseguenza che i tempi si allungano. Questo è appunto il caso del libro di Fiore a cui si riferisce la lettera dell’amico Pampaloni. Che Fiore, e Pampaloni come proponente, meritassero una procedura speciale, più sollecita, sono io il primo ad ammettere, e qui voglio scusarmi con loro, ma anche spiegare, non soltanto a loro, la situazione non facile in cui un editore italiano si trova di fronte a un numero esorbitante di proposte, di cui molte con carattere d’urgenza. Potrei, a questo punto, consigliare gli autori desiderosi di una risposta sollecita di rivolgersi alle grandi case editrici e non a noi, se non sapessi per diretta esperienza che anche con loro magari per motivi diversi, i tempi d’attesa sono press’a poco gli stessi, se non maggiori. Francamente non credo che si tratti di un malcostume editoriale da denunciare pubblicamente, ma del risultato di una situazione obiettiva. L’amico Pampaloni vuole infine allontanare da noi il sospetto che la scoperta di Morselli sia stata soltanto «una benevolenza della sorte». Mi permetto di dissentire, su questo punto, da chi è stato, tra i critici, uno dei primissimi e più convinti «scopritori» di Morselli: la benevolenza della sorte ci è gradita, e noi vorremmo ogni anno averne prova concreta con la scoperta di altri autori come lui. Ricordo il piacere di chi, tra noi, lesse per primo un suo manoscritto, e come questo piacere, comunicandosi, rese gli altri due impazienti di leggerlo. Un’ultima cosa vorrei dire, visto che ne ho l’occasione, a coloro che volessero, anche dopo questa mia lettera, inviarci i loro manoscritti in lettura: di esaminare prima il nostro catalogo per rendersi ben conto dei limiti della nostra attività e dei criteri che ispirano le nostre scelte. Ciò avrebbe, per noi e per gli autori, il vantaggio di accelerare la procedura che ho cercato sopra di descrivere.

Luciano Foà, Tuttolibri della Stampa, 28 giugno 1980