Etruscan Mystery – I.4

Dalle finestre che s’affacciavano sul corso, la signora Benedetti guardò nella sala centrale della redazione della Gazzetta di Firenze, dall’altra parte della strada.
«Ma che fanno, passano il tempo a guardare la televisione?» commentò, scrutando i giornalisti assiepati davanti a uno schermo.
Tevis, piazzato sulla sedia di fronte, si girò a guardare oltre la finestra. «Forse non gli è rimasto che ascoltare i notiziari » sospirò, finendo di sistemare la sua fila di pedine color avorio.
«Notiziari a quest’ora?» disse la signora Mafalda, fermando la mano che stava per gettare i dadi.
«Dovranno tenersi informati, no?» intervenne Isotta, il quarto elemento. Le unghie laccate tamburellarono sulla stecca di legno destinata alle pedine. Sempre quella più logora le rifilavano, a ogni partita. «Vogliamo andare?» propose con una punta d’impazienza, affilando lo sguardo tra le ciglia di rimmel.
«Eccomi» disse Mafalda tirando i dadi, che ruzzolarono sul panno verde. «Cinque e tre otto.» La mano inanellata li raccolse e li gettò nuovamente, totalizzando un altro otto, poi il lancio del dado singolo diede uno. «Sedici» decretò compassata, «a partire da me.»
Con le pedine allineate sulle stecche e Mafalda a fungere da Est, la partita di mah-jong iniziò. La signora Benedetti prese la consueta strategia aggressiva, scartando subito i vènti che non le corrispondevano e non formavano coppie: prima l’Est, poi l’Ovest.
«Figuriamoci se non calavi l’Ovest» protestò Isotta. «Quando hai il mio vento lo butti via sempre, quasi ti faccia schifo.»
Tevis lanciò un’occhiata alla padrona di casa, che non fece una grinza. La litania dell’amica era cominciata subito, e non prometteva bene: darle corda era un rischio, soprattutto per la concentrazione.
Le prime mani furono fruttuose per Mafalda, che tradì il compiacimento mettendosi a giocherellare con la catena d’oro. Isotta la guardò inespressiva, presagendo la piega che avrebbe preso la partita. Pescò la sua pedina, la guardò disgustata e la gettò sul tavolo. «Tre bambù. È il terzo giro di bambù che faccio.»
«A me» esclamò Mafalda, appropriandosene e unendola al tris che aveva sulla stecca. Rovesciò il poker e guardò l’amica con aria appagata. «Ti lamenti di continuo, Isotta. E noi che dovremmo dire? Si era pronte alle tre, e tu invece…»
«Ancora? Ragazze, il vostro perbenismo è esasperante. Oltre al culo, s’intende: hai già fatto un poker, e il tuo fiore l’hai già in stecca…»
«Si può sapere perché parli al plurale?» intervenne la signora Gabriella con un brivido, dopo aver pescato un drago rosso che andò a far coppia con quello che aveva. Tenere i draghi era sempre la scelta migliore, anche se a Isotta non entrava in testa: ne aveva appena scartato uno verde. «Non capisco perché devi sempre mettermi in mezzo» aggiunse, gettando una pedina con sette bambù.
«Grazie, ancora bambù naturalmente…» Isotta pescò una pedina che non le serviva e la depose in mezzo al tavolo. «In realtà, mi sto convincendo d’essere in anticipo sui tempi…»
«Mio» trillò Mafalda raccogliendo il suo scarto: un sette cerchi con cui fece un tris che rovesciò sulla stecca.
«Che significa in anticipo sui tempi? Parla chiaro» fece la signora Benedetti pescando a sua volta. La presa di Mafalda aveva fatto saltare il giro al gallese.
«Qui il gioco lo fate voi, come sempre» s’inacidì Isotta. «È solo una questione di modernità, Gabriella, lo sai.»
«Cosa?»
«Il perbenismo, l’educazione cattolica… quello che vi hanno inculcato, insomma.»
«Che ci hanno inculcato?» s’intromise Mafalda, facendo tintinnare i bracciali. «Perché, tu dove sei cresciuta, nell’islam?»
«Vorresti dire che io ho avuto un’educazione cattolica?»
«Che c’entra l’educazione cattolica, adesso?» La signora Gabriella tentò di recuperare i fili del ragionamento, mentre studiava la mossa da fare.
«Ragazze, siete voi ad aver avviato il discorso» insisté Isotta sbuffando. Quelle due andavano sempre peggiorando, mai che capissero senza dover spiegare le cose dall’inizio. «E comunque, se avete avuto un’educazione borghese non è certo colpa vostra.»
«Credo che la signora Isotta si riferisse al suo ritardo» intervenne Tevis, bonario. Di colpo si rese conto che continuava a tenere in stecca un esemplare del suo vento quando altri due erano già sul tappeto.
«Eh…» approvò Isotta. Per fortuna uno ragionava, non per nulla era un ricercatore inglese con tanto di cattedra. «In pieno ventunesimo secolo, col mondo che va come va, state ancora a farmi notare un ritardo di mezz’ora?»
«Quaranta minuti» precisò Mafalda.
«Embe’? Non ho mica un figlio da andare a prendere, io. E nemmeno sto ad arrostirmi il culo alle Maldive, mi pare. Visto che devo stare in città, dovermi torturare anche con la questione degli orari… Alt, questo è mio.» Fulminea, s’impossessò del drago bianco che Gabriella s’era decisa a scartare.
«Gabri, quello non dovevi metterlo giù, accidenti…» sbottò Mafalda. Oltre a vaneggiare, Isotta aveva appena fatto un poker di draghi bianchi, che insieme al raddoppio significava una valanga di punti. Doveva sbrigarsi a chiudere, se non voleva rischiare di perdere una cifra, le mancava una pedina. «Comunque, non capisco che c’entrano i figli e le Maldive…»
«John, glielo spieghi lei, per favore» sospirò Isotta.
Tevis le guardò con preoccupazione il petto esuberante e il poker di draghi che aveva appena calato, poi conteggiò i propri punti: una miseria. Due scale da nulla e tre coppie che non riuscivano a farsi punteggio. «Mi sembra abbastanza chiaro» disse guardingo, aspettando di vedere la sua scartata. «Intendeva dire che è stressata perché non è ancora in vacanza, che non ha vincoli familiari che le impongono orari, e che quindi…»
«Ecco, ci voleva un inglese per tradurre il mio pensiero. Le sembra?»
«Veramente sono gallese» precisò Tevis, simulando cordialità. Quella petulante cominciava a dargli sui nervi, a parte le confusioni etniche.
«Certo, mi scusi. Anche se penso siate tutti una famiglia… o no?»
Tevis la squadrò alzando le sopracciglia, senza riuscire a dir nulla. Gli occhi gli si fermarono, le mani sulla stecca.
«Isotta, non dire bestialità!» la riprese Gabriella con un’occhiataccia. «Inglesi e gallesi son diversi come il giorno e la notte, come fai a non saperlo? Il dottor Tevis discende dai nativi britannici, mentre gli inglesi vengono da bande armate arrivate dalla Sassonia.»
«Caspita… tedeschi?» Isotta lo guardò stupita. «E vi hanno colonizzati?»
«Well…» articolò Tevis, indeciso, mentre l’altra tagliava corto:
«Comunque, da buon gallese, mi dica lei: le pare sensato doversi stressare anche per essere puntuali al mah-jong? Non le sembra una sciocchezza?» E senza attendere replica si concentrò per decidere cosa scartare. Aveva un drago rosso che non serviva a niente, ma metterlo giù era un rischio: sul tavolo non ce n’erano, ed era da illusi pensare che nessuno ne avesse pescati. Esitò, giocherellando con la pedina, finché decise eroicamente di gettarla nel mezzo. «Rosso» disse noncurante.
«Mio!» strillarono all’unisono le due amiche, causando a Tevis una scarica d’adrenalina.
«Io faccio un tris» disse la signora Gabriella, costernata. Aspettava quel pezzo dall’inizio, le avrebbe fruttato un raddoppio che, sommato a quelli del suo fiore e della possibile chiusura con tutti tris, avrebbe dato il punteggio massimo.
«A me invece serve per chiudere, quindi è mio» sentenziò radiosa Mafalda. «Mah-jong» aggiunse pacata, appropriandosi del drago e incrociando lo sguardo impietrito dell’amica che l’aveva scartato. «Dio mio, Isotta, calare un rosso a questo punto della partita… Ma quando imparerai?»

(I.4 – continua)

Etruscan Mystery – I.3

Hugo Pratt, Anna nella giungla

La chioma a ombrello dell’acacia di Costantinopoli la teneva in ombra, rendendola poco visibile agli uccelli. Alessia Romanelli osservava col binocolo i cigni reali scivolare sullo stagno, accompagnati dai sussurri della vegetazione. Il fruscio delle foglie dell’acacia, simili a fronde di felci, rispondeva alle folate di vento che s’alzavano improvvise.
Staccò gli occhi dal binocolo e guardò Terzo Diodati uscire da una delle rimesse, chiudere il cancello e sparire fuori del muro di cinta. Un’altra razione di cibo stava per essere servita al popolo delle cicogne, e i gabbiani che veleggiavano in aria sembrarono accorgersene. Con ampi cerchi s’abbassarono, strombettando striduli.
Alessia rimise gli occhiali, chiuse il seggiolino e decise di andare a vedere. Percorse l’esterno della recinzione ed entrò nella riserva, fermandosi sotto un giovane acero. Le cicogne si mossero con lentezza, misurando i passi come se contassero i metri che le separavano dal cibo, mentre i gabbiani si tenevano a distanza, chiassosi, le grida che s’incrociavano con sequenze di tonalità diverse, quasi fonemi di un linguaggio.
Alessia li contemplò assorta. D’ora in poi doveva pensare alla tesi di laurea e a nient’altro. Al telefono si sarebbe fatta negare, visto che le amiche erano in vacanza e l’unico che poteva chiamarla era lui. Il conte dei miei stivali, rimuginò acida, il bamboccio di scarso cervello, viziato, senza sensibilità. All’inizio l’aveva quasi intuito, ma s’era lasciata sedurre dal suo entusiasmo vuoto, dall’abilità di commediante, dal suo anticonformismo posticcio. Un senso di rabbia le bruciava da giorni, senza tregua.
Seguì con lo sguardo la figura segaligna del custode che andava avanti e indietro, gettando manciate di pastone. Con gli stivali da lavoro, i pantaloni della tuta e la camicia a quadri, l’uomo consacrava le giornate agli uccelli della proprietà e a quelli che vi orbitavano intorno, attratti dal cibo o portati da soccorritori improvvisati. Viveva praticamente fuori dal mondo, mai una vacanza, mai al cinema o al mare. Nulla a che spartire con la realtà prefabbricata che li assediava e con la quale, volenti o nolenti, bisognava fare i conti.
Nella saggezza dei suoi ventisei anni, Alessia cominciava a elaborare un’interpretazione delle cose. Anzitutto, le appariva fondato il sospetto che il genere umano si potesse suddividere in alcune grandi categorie. Quelli che si vendono e quelli che non si vendono, ad esempio. Quelli che vendono il proprio tempo accettando la schiavitù d’un lavoro alienante, e quelli che il tempo lo tengono per sé arrangiandosi a modo loro. Poi, quelli che cedono la propria coscienza e il proprio discernimento e quelli che invece si ostinano a voler pensare con la propria testa. I ricchi potevano comprare tutto, era chiaro, ma molti si vendevano alla cieca.
La questione era complessa, rischiava di metterla in crisi. Forse era lo studio della storia antica ad averle plasmato il modo di pensare, una passione maturata lentamente, scoperta al liceo. E ora che le mancava solo la tesi, la sua metamorfosi appariva evidente.
Guardò il planare dei gabbiani e il battere secco delle mandibole delle cicogne bianche. Tra un paio d’ore Anteo l’avrebbe chiamata per la cena. Essere sola col domestico e la cuoca le dava sensazioni inedite, e non le dispiaceva affatto. Con la famiglia in vacanza, la casa enorme sembrava parlare un linguaggio nuovo, e lei ci si muoveva con un altro spirito. Aveva riaperto la biblioteca del trisnonno Venanzio, dove nessuno metteva piede da anni, vi aveva rinnovato l’aria, l’aveva fatta spolverare, ci aveva messo i suoi libri che non apriva da mesi. Quando s’era seduta allo scrittoio in ciliegio, col piano scorrevole in cuoio nero, aveva provato sensazioni profonde.
I gabbiani che erano atterrati camminavano orizzontali, tenendosi a distanza dal pasto delle cicogne. Alessia li inquadrò col binocolo mentre esploravano i campi adiacenti, in cerca di cibo. Ne vide uno beccare qualcosa che aveva la forma di una chiocciola, un altro frugare sotto una siepe. Il sole, avvicinatosi alle colline, le accarezzò la nuca, mentre i colori della campagna si coprivano d’un velo dorato.

(I.3 – continua)

Etruscan Mystery – I.2

Lungo l’intestino di corridoi che si snodava nel Museo Archeologico, le scaffalature incupite dalla polvere s’arrampicavano fino al soffitto. Agli ultimi ripiani ci si arrivava con una vecchia scala d’alluminio agganciata a un corrimano fissato a due metri e mezzo d’altezza.
Il dottor John Tevis l’assestò sulle mattonelle del pavimento, un po’ instabili proprio nella zona che stava esplorando. La scala oscillò appena lui cominciò a salirvi, tanto che dovette scendere e rimetterla in posizione, prima di risalire per estrarre un repertorio bibliografico del 1880 legato in mezza pelle.
Lo compulsò appollaiato sul predellino, impaziente di esplorarne le pagine. La solita smania di vedere le cose subito, senza aspettare, che lo accompagnava da quando era studente. Ma dovette rassegnarsi a richiuderlo. Scese con cautela, e rifece il percorso che attraversava la biblioteca fino alla stanza che gli avevano assegnata. Era un lungo ambiente con le pareti tappezzate in damascato rosso, coperte da librerie a vetrina zeppe di volumi. Tre grossi tavoli scuri campeggiavano al centro, con un fotocopiatore accanto alla porta d’ingresso.
Tevis poggiò il repertorio sul tavolo di lavoro e si lasciò cadere sulla sedia imbottita. La trasferta alla biblioteca del Museo Archeologico di Firenze per conto dell’Università di Cardiff l’aveva colto un po’ alla sprovvista, obbligandolo a lasciare la casa di Penarth. E ora avvertiva strane, sgradevoli avvisaglie. Forse erano gli strascichi della sindrome ansioso-depressiva che l’aveva spinto a offrirsi per incarichi di ricerca all’estero. Quando il professor Crowley del dipartimento di Paleografia gli aveva detto di prepararsi alla partenza, era stato sul punto di rinunciare: non immaginava che sarebbe finito di nuovo in Italia. Dopo i primi mesi a Firenze s’era ormai abituato alla stabile, media infelicità che lo proteggeva dal vuoto sconvolgente lasciatogli da Laura. E lei, dalla casa dei genitori, non s’era mai fatta viva, nemmeno per salutarlo. A quel punto, decise: controllare ossessivamente la segreteria telefonica era un vizio da estirpare.
I tomi che ingombravano i piani di lavoro servivano alla ricerca sul fondo Antinori, una raccolta di manoscritti la cui mole si rivelava sempre più cospicua. Un lavoro che minacciava d’impegnarlo per molto, se non fosse riuscito a concentrarsi. Ma le distrazioni, nel suo stato, erano inevitabili.
Tornò a guardare la porta a doppio battente incorniciata fra le librerie. Restava sempre socchiusa, lasciando trapelare un frusciare di carte quando all’interno c’era la dottoressa Lazzeri, direttrice del museo e ispettrice della Sovrintendenza ai beni archeologici.
La presenza discreta di Tevis nella biblioteca sembrava non averla condizionata, mentre per Tevis era accaduto esattamente il contrario. I postumi della crisi l’avevano lasciato vulnerabile, e ogni volta che la Lazzeri passava nei vestiti attillati, il suo sguardo s’alzava a cercare gli occhi di lei, che lo ricambiava con una sbirciata sorridente, sempre troppo fugace, con le fossette a incorniciarle la bocca.
Quanti anni poteva avere? Ancora non riusciva a capirlo. Formosa, giovanile, le spalle e i fianchi larghi, la pelle ambrata, il viso rotondo illuminato da occhi grandi e da un sorriso apparentemente disarmato. Le labbra carnose sembravano avere sempre un velo di rossetto, ma non ci avrebbe giurato: con un niente quel carminio era naturale. Sommato alla curva del corpo, ai capelli ramati e ai seni prepotenti, l’elemento rischiava di creare una situazione destabilizzante.
Nelle ultime settimane la Lazzeri s’era vista poco in ufficio. Molto tempo lo passava nelle sale del Museo Archeologico, impegnata ad allestire la mostra degli ultimi reperti trovati intorno alla città. E Tevis s’era trovato a trascorrere le giornate in modo disordinato e capriccioso, scartabellando vecchi libri e frugando tra scaffali impolverati, distraendosi a ogni suono di passi lungo il corridoio. Aveva addirittura preso l’abitudine di andare a far fotocopie al museo, con la scusa che quelle della sua macchina erano orribili, o a chiedere informazioni pretestuose al supponente dottor Bellini, uno dei curatori della mostra, solo per poterla vedere.
Tevis diede una scorsa al repertorio che aveva davanti, lo richiuse con cura e lo piazzò sulla pila di documenti da esaminare. Gettò lo sguardo fuori della finestra, nella fetta di cielo tagliata dai muri gialli del palazzo che dominava via della Colonna.
Decise di andarsene in anticipo. Ripose gli appunti nel cassetto, lo chiuse a chiave e percorse il corridoio silenzioso. Uscì dal cancelletto che delimitava l’ala della biblioteca e raggiunse lo scalone del palazzo. Di fronte s’aprivano le sale al primo piano, appena rimodernate: Tevis vi indugiò, scrutando attraverso le porte di vetro in cerca della figura di lei, poi scese.
Quando uscì da una porta secondaria in via Laura, il sole scaldava ancora il fermento della città. Si tolse la giacca leggera con gli spacchetti, imboccò via Gino Capponi e s’incamminò tra la gente. Costeggiò i muri della Santissima Annunziata, lungo la strada che portava all’appartamento dov’era alloggiato, in via Micheli: una settantina di metri quadri bene arredati, concessi da una squisita signora della vecchia borghesia, al secondo piano del suo stabile dalla facciata scurita.
Quando fu davanti al portone frugò nelle tasche in cerca delle chiavi. «Damn…» bofonchiò. Le aveva scordate di nuovo. Si vide costretto a suonare dalla padrona di casa. Premette il pulsante d’ottone con la scritta Gabriella Benedetti e attese.
«Sono Tevis, signora. Ho dimenticato le chiavi» si giustificò al citofono.
Come entrò nell’atrio, fu avvolto dalla frescura odorosa delle case antiche. La penombra s’allungava fino a una porta a vetri che s’apriva nella corte popolata di piante. Fece per avviarsi verso le scale, quando uno scalpiccio proveniente dallo scantinato lo distrasse. La porta s’aprì con un cigolio e dalla stretta gradinata emerse Sergio Fanelli, il suo vicino di pianerottolo.
«Buona sera, Fanelli» lo salutò Tevis, cordiale.
Il vicino trasalì. «Ah… buonasera, non l’avevo vista.» Lo guardò attraverso le lenti affumicate, come se non sapesse cosa dire. «Come va?»
«Direi bene, grazie.»
Alle spalle di Fanelli spuntò un uomo grassoccio dall’aspetto trasandato, che si accarezzava la zazzera di capelli radi.
«Be’, ci si vede, allora» Tevis decise di sciogliere il vicino dall’impasse in cui sembrava caduto, mentre l’uomo grassoccio indugiava in fondo all’atrio.
«Ci vediamo» si sforzò di sorridere Fanelli, e s’affrettò verso il cortile.
Dall’alto delle scale giungevano delle voci. Tevis raggiunse il primo piano e intravide la signora Gabriella sulla soglia di casa.
«Mi scusi, so di essere imperdonabile…»
«Non cominci, John» l’interruppe lei, affettuosa. «Stavo raccontando alle amiche quanto lei sia gentleman…» Affacciate al portone, una mora col viso grinzoso e un’altra signora dalla criniera leonina lo guardavano amabilmente.
«Troppo buona,» si schermì Tevis con un cenno.
«Sa che è giunto a fagiolo?» replicò la signora Gabriella. «Volevamo fare una partita di mah-jong e ci mancava il quarto.»
«Oh… Sorry. Temo che…»
«Su, su, non faccia il difficile» si fece avanti la mora, mettendo in evidenza le curve sotto la maglia aderente. Lo prese per un braccio e lo tirò all’interno, scortata dai sorrisi complici delle altre.

(I.2 – continua)

Etruscan Mystery – I.1

I
UN ANTICO INGINOCCHIATOIO
mercoledì

Quando mise mano all’inginocchiatoio scorticato dal tempo, Carletto Massi si rese conto che sarebbe stato difficile farlo passare per un tardo Cinquecento. L’usura delle superfici era buona, ma la fibra del noce era troppo grigiastra e il telaio dell’antina era assemblato con incastri a dentello, anziché a mezzo e mezzo come nell’ebanisteria rinascimentale.
L’antiquario s’allontanò di un passo, per inquadrare meglio l’insieme di listelli disseccati. Sollevò il coperchio del basamento e ne scrutò il rovescio, corrugando scettico la faccia carnosa.
Stavolta, forse, il vecchio Milesi non ci sarebbe cascato. Il vegliardo era già imbufalito per l’interruzione dei lavori di boiserie nel suo palazzotto di Pontassieve, dove aveva versato un anticipo sostanzioso, e ora avrebbe aguzzato la vista e cercato il cavillo. Eppure lo spessore dei fianchi era grosso, benché l’inginocchiatoio non avesse più di centocinquant’anni. La ferramenta era giusta, le assi dello schienale erano fissate orizzontalmente con bei chiodi fatti a mano. Un lavoro sopraffino per un falsario dell’Ottocento, a parte quella maledetta antina.
Fece scorrere le mani tozze lungo il mobile, senza trovare scassi sospetti, e quando estrasse il cassetto s’irrigidì sdegnato. Le infami code di rondine che ne incastravano i pezzi quasi gli rivoltarono lo stomaco.
Sedette su uno sgabello e si mise a ragionare, puntando nel vuoto gli occhi grigi e ravvicinati. I raggi densi di pulviscolo piovevano dalle finestrelle sui cumuli di masserizie che invadevano lo spazio.
Il vecchio Milesi avrebbe letteralmente sbavato per un inginocchiatoio del Cinquecento. Gli avrebbe perdonato non solo i ritardi nei lavori di restauro, ma anche il pezzo di soffitto a cassettoni che s’era andato a fracassare sul pavimento. Colpa di quella mummia isterica, naturalmente, con la fretta che gli metteva.
Attraversò rannuvolato l’ampia rimessa, grattandosi la testa ingrigita. Spostò un gruppo di poltroncine Luigi Sedici e un canapè senza le molle. Cassettiere vecchie e antiche, cassoni semisfasciati, tavoli accatastati lo costrinsero a un percorso labirintico fra legni secchi e polverosi. Raggiunse un cassone pieno di assicelle e vi frugò senza fretta, con attenzione, sollevando nuvolette che rotearono nell’aria. Dopo aver estratto alcuni listelli di legno intagliato, li rigirò nelle mani valutandone la compatibilità con la venatura del mobile. Un’aria soddisfatta gli distese il volto. Il materiale, tarlato e annerito dai secoli, c’era.
«Eccoti servito, bischero» borbottò beffardo. Gliel’avrebbe fatto vedere al vecchio ramarro di cos’era capace. Sarebbe stato uno spasso. Innanzitutto una bella patina calda, poi un cassetto ricostruito a regola d’arte, col frontalino d’epoca da inchiodare nello spessore dei fianchi. E Infine, l’antina: anche quella da rifare.
Prese i legni, li portò sul mobile e ve li dispose sopra. Montati, rifiniti e scuriti, quei pezzi d’Alta epoca avrebbero dato autenticità. Per il vecchio sarebbe stato un affare comunque, considerato il livello dei restauri a prova d’esperto che gli aveva eseguito finora.
Era l’altro affare, invece, che gli dava da pensare. Un affare delicato, da prendere con le molle. Si grattò le parti basse, lo sguardo preoccupato, pizzicando i calzoni pieni di macchie. Lì bisognava studiarlo bene, il modo di muoversi.

(I.1 – continua)

Operazione massacro

Rodolfo Walsh ha trentadue anni quando scopre una cosa che ha dell’incredibile: alcuni mesi prima, in un quartiere residenziale di Buenos Aires, una dozzina di civili che si erano riuniti ad ascoltare alla radio un incontro di boxe sono stati arrestati e fucilati dall’esercito senza apparenti motivi; alcuni sono miracolosamente sopravvissuti e hanno una storia da raccontare. È il 1956 e l’Argentina è ostaggio della giunta militare che ha rovesciato il governo di Juan Domingo Perón. Walsh non è un giornalista d’inchiesta – fino ad allora aveva scritto racconti polizieschi e articoli a sfondo culturale – ma inizia lo stesso a indagare: contatta i superstiti, verifica le fonti e i dati, dissotterra particolari ignoti a tutti. In poco tempo raccoglie materiale a sufficienza per un’inchiesta in piena regola, ma appena inizia a scrivere capisce che lo stile giornalistico non è sufficiente. Per restituire in modo efficace la storia dei fucilati di Buenos Aires servono gli strumenti del romanziere: l’organizzazione in scene, la tensione costruita attraverso il montaggio, il background dei personaggi. Il risultato è un romanzo fattuale che irretisce il lettore senza concedere un centimetro di spazio alla finzione. Operazione massacro uscirà nel 1957 (in Italia è stato ripubblicato nel 2011 da La Nuova Frontiera). Gabriel García Márquez lo definirà un «capolavoro del giornalismo universale», ma quello di Walsh non è più soltanto giornalismo, è «giornalismo narrativo».

Otto anni dopo, pubblicando A sangue freddo, Truman Capote dichiarerà di aver inventato una nuova forma d’arte che battezzerà creative non-fiction. Solo che non è vero, per almeno due ragioni: la prima è che il primato appartiene a Walsh; la seconda è che A sangue freddo emerge dallo stesso fenomeno culturale che ha già accolto i primi esperimenti di autori come Gay Talese e Norman Mailer e che di lì a poco sfocierà nel New Journalism.

Fabio Deotto, la Lettura #289, pag. 16

Fenomenologie italiche. 1

Il quarto romanzo scuratista è quello in cui si concentrano tutti gli eccessi. Eccesso di ambizioni autoriali, eccesso d’egocentrismo, eccesso di pretese di riconoscimento pubblico, eccesso di registri di scrittura, eccesso di bruttezza. Si tratta di Il bambino che sognava la fine del mondo (da qui in poi BSFM, Bompiani, 2009), finalista del Premio Strega 2009. E è proprio attorno a quest’ultimo dettaglio che l’autore ha scatenato una gazzarra di cui la stampa ha raccontato abbondantemente. È successo infatti che quell’edizione del Premio Strega sia stata aggiudicata a Stabat mater, romanzo di Tiziano Scarpa edito da Einaudi. Il povero Scurati l’ha presa malissimo, e ha frignato per settimane ritenendo che quel riconoscimento dovesse essere aggiudicato a lui. Non è dato capire sulla base di quale convincimento. E non è solo per il mio disprezzo nei confronti dei premi letterari che questa vicenda mi ha spinto a provare sincera pena per Scurati. Non è mai un bello spettacolo scoprire qualcuno attaccato in modo così viscerale ai riconoscimenti da rischiare la salute e il fegato dopo esserseli visti negare. Un’altissima considerazione di se stessi finisce quasi sempre con l’estinguere l’idea di se stessi. Ma infine si tratta di un problema di Scurati. Ciò che però è inevitabile è un confronto fra i due romanzi protagonisti del testa a testa finale. Lessi Stabat Mater oltre un anno prima di BSFM. Lo trovai grigio e noioso, e dato che si trattava del romanzo vincitore del Premio Strega la cosa non mi sorprese. Ma dopo aver letto BSFM mi pare che il romanzo di Tiziano Scarpa giganteggi come se fosse l’Ulisse di Joyce, al confronto. Quanto ai contenuti del libro di Scurati, si tratta di una pretenziosa accozzaglia di finzione, cronaca, analisi sociologica che si trasforma in pippone, e persino autobiografia. Il protagonista principale è un docente dell’Università di Bergamo, che grazie a un premio letterario vinto negli anni recenti assume il ruolo di opinionista per il quotidiano La Stampa nonché di animale da talk show. E questo non è già l’Alter Ego di Scurati, ma il suo Ultra Ego. L’Uomo Che Volle Farsi Romanzo. Volente o nolente, l’Ultra Ego scuratiano si trova coinvolto in una vicenda torbida che sconvolge la vita bergamasca. Viene a galla una rete di abusi sessuali e pedofilia che coinvolge le insegnanti di una scuola elementare, il seminario vescovile sito nella Città Alta, e alcuni notabili locali. Di fatto Scurati trapianta a Bergamo la triste vicenda della scuola di Rignano, collegandola a gossip e maldicenze locali, mettendoci dentro altri frammenti di cronaca (l’uccisione di una ragazza romana nella metropolitana di Roma, da parte di una ragazza romena, con un colpo di ombrello che le trapassa l’occhio) riguardanti fatti accaduti altrove ma allocati anch’essi nel bergamasco. E infine arricchisce il tutto con gli strascichi d’un trauma infantile che si ripresenta con crescente insistenza. Un polpettone tanto improbabile quanto indigeribile. Il tentativo para-accademico è quello di tratteggiare il modo in cui i mass media generano rappresentazioni distorte della realtà e un clima di moral panic attorno a eventi di cronaca che andrebbero trattati con maggiore discernimento. Nulla che non sia già stato ruminato un milione di volte, né la confezione del tema in forma di romanzo aggiunge nuova linfa alla sua trattazione. Anche perché il pippone sociologico finisce sovente col prendere il sopravvento sul canone narrativo, e dunque ogni sforzo di trattare il tema su un piano diverso è annullato. Rimane la stracca predica sulla demonizzazione delle comunità immigrate. Messaggio condivisibile, ma trattato in modo talmente maldestro da produrre nulla più che insopportabile cacofonia. Dunque, in sostanza, l’effetto contrario a quello sperato.

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Edizioni Cllichy, Firenze 2013, pagg. 227-228

Un lungo trainspotting

— È curioso ad esempio che Ewen Bremner, che nei due film di “Trainspotting” interpreta Spud, nell’adattamento teatrale intrepretasse Renton.

«Sono più punti di vista su un personaggio: è interessante, no? Io stesso imparo molto dal teatro, perché gli attori sono a loro volta dei narratori, modificano i personaggi, li fanno crescere. Tu lo vedi accadere davanti a te e poi lo riporti nella tua scrittura. Il modo in cui gestisco oggi personaggi come Renton o Spud è certamente frutto anche di come li ho visti interpretare».

— Personaggi, questi, da cui lei non si è mai staccato. Li ritroviamo anche, giovanissimi, in “Sgagboys”, e fanno capolino anche in altre sue opere, quasi che concorrano a creare un’unica grande narrazione.

«Non è mai facile spiegarsi come si formi la propria opera complessiva. Credo che in qualche modo un autore scriva sempre la propria biografia, e quindi torna sulle stesse figure, che abbiano lo stesso nome o meno. Certo, negli anni si diventa molto più consapevoli: quando scrivevo Trainspotting mi muovevo a casaccio, cercando di inquadrare le storie più assurde che avevo vissuto o che avevano vissuto i miei amici, o la gente del mio quartiere. Oggi, dopo altri undici libri, sono molto più consapevole delle scelte narrative e stilistiche che faccio. Posso dire di sapere qual è il campo di indagine del mio lavoro. Al di là dell’affresco sociale e dell’autobiografia letterariamente mediata, credo si possa riassumere in domande come: perché la vita, a volte, è così dura? Perché ci facciamo del male da soli? E quindi lavoro in modo diverso più mediato. Dall’altro lato è chiaro che non si può più avere quell’ingenuità che si ha quando si è all’inizio: quanbdo si comincia a scrivere ci si muove istintivamente, senza sapere che poi ciò che si è fatto condizionerà tutta la nostra produzione complessiva».

Irvine Welsh intervistato da Vanni Santoni, la Lettura #281, pag. 21

Poche chiacchiere!

«Giustamente Eco scrive che “il riassunto di un romanzo non è mai un caso di semplice informazione: è un atto critico”. Riassumere significa infatti scegliere quel che è indispensabile dire e quanto si può tralasciare, e questo equivale a “pronunciare implicitamente un giudizio critico”.
Detto questo, io vorrei introdurre qui altre regole del gioco per me essenziali, che si possono formulare (riassumere) in una norma generale: il riassunto deve essere costituito da enunciazioni, pensieri e possibilmente parole contenute nell’opera da riassumere, cioè deve tendere a renderne anche l’aspetto formale, stilistico, mettendo in evidenza lo spirito che quella determinata forma esprime. Non deve insomma essere un discorso sull’opera, un commento, una definizione del suo significato in linguaggio critico–teorico. Altrimenti diventa un breve saggio critico, che è un’altra cosa, magari auspicabile se la si contrappone a un saggio lungo e sovrabbondante (non s’insegna mai abbastanza che la laconicità e l’incisività sono i mezzi migliori per assicurare al proprio pensiero la capacità di comunicare e di imporsi) ma che non ha niente a che vedere con quello che il riassunto si propone.
Vorrei insomma che questa fosse un’occasione per sottolineare una distinzione, come genere letterario, come metodo, come linguaggio: o è un riassunto o è un commento».

Italo Calvino, dall’intervento su «la Repubblica», 22 ottobre 1982.

Qui l’integrale: https://www.doppiozero.com/materiali/sala-insegnanti/poche-chiacchiere

Materiali 23. Il labefactor solutilis

A quel punto, secondo quanto scriveva l’autore, sarebbe stato necessario l’intervento di un reagente particolare: il labefactor solutilis, il catalizzatore segreto nominato per la prima volta nell’Obscura mens, e sulla cui natura le opinioni degli studiosi divergevano. Quello era uno degli enigmi celati nel libro che l’alchimista non era riuscito a sciogliere, e il precedente fallimento delle operazioni alchemiche era dovuto soprattutto alla mancanza di quella sostanza misteriosa, senza la quale il principio attivo degli elementi di base non aveva potuto esplicarsi appieno. Ma ora, scriveva l’alchimista, dopo una serie di esperimenti e grazie alla rivelazione di quell’arcano, ne aveva scoperto l’identità e l’utilizzazione:

…giunse impreveduta la propizia esplicazione, grazia misericordiosamente largita dall’Altissimo…

…il Proteo, Panurgo, lo spirito di vita, alfine possa esercitarsi in esso labefactor solutilis, accrescente in celerità la liberazione del corpo celeste dagli elementi più grossi…

Mazza immaginò De Bellis nel suo scantinato, alle prese con il catalizzatore, gli alambicchi e le cucurbite, in un baluginare continuo di fornelli e caldaie, dove pentole gorgoglianti lanciavano sbuffi di vapore acre. Lo vide sistemare la pila di aludelli sopra il forno filosofico, al posto del terzo stadio a forma di cono, e procedere alle sette sublimazioni della materia prima segreta.
Quella sostanza misteriosa, di natura metallica secondo alcuni, di natura terrosa secondo altri, risultava essere quanto di più comune e disprezzato ci fosse nell’universo: il Crisaore la definiva materia prima metassidica, che voleva significare “tramutata dagli astri”, ed era

…reperibile VII strati sotto lo spessore di humus naturale dove le piante ricevono il nutrimento loro…

Sette strati… ma strati di che? E di quale spessore? In quel punto De Bellis aveva tracciato un piccolo schema, con riferimenti alfabetici e numerici, per identificare quella materia prima: egli, dunque, l’aveva localizzata e scavata nel terreno, chissà dove. La sua matrice, diceva il manoscritto, era la terra pingue, una sorta di terra vergine che conteneva in sé il seme metallico, anima invisibile e comune origine di tutti i metalli, che si trasformava in materia prima metassidica attraverso gli influssi stellari che penetravano nel sottosuolo, definiti fasci di fluido ondulatorio. Questi fasci portavano il massimo potere vivificatore nelle notti di primavera, e impiegavano sette anni a condurre a maturazione la materia, trasformandola in un corpo minerale di colore marrone venato di verde, o verde marcio. Là dove il manoscritto parlava dell’impiego del labefactor solutilis, De Bellis aveva riportato alcuni commenti sibillini, riferiti evidentemente alla sua preparazione e al suo dosaggio, ma non ne indicava la natura, né la lasciava minimamente intuire. Doveva trattarsi di una specie di reagente che metteva in moto le molecole delle sostanze, scatenando determinate reazioni chimiche.