Salvador Dalì e i telefoni

 

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«Perché, quando chiedo un’aragosta all’americana in un ristorante, non mi portano mai un telefono alla griglia? E perché lo champagne viene sempre servito ghiacciato, mentre i telefoni, sempre tiepidi e sgradevolmente appiccicosi, non sono mai offerti in un bel secchiello, appannato e velato di ghiaccio?
Telefono frappé, telefono alla menta, telefono afrodisiaco, telefono all’aragosta, telefono drappeggiato nel visone, per i boudoir delle sirene dalle unghie fasciate d’ermellino, telefono alla Edgar Allan Poe, con un topo morto nascosto dentro, telefono alla Böcklin, installato in un cipresso (con un piccola allegoria della morte, in argento sbalzato, sulla parte posteriore), telefono al guinzaglio, ma capacissimo di passeggiare da solo, telefono applicato alle spalle di un Tortorella in buona salute… telefoni… telefoni… telefoni…»

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita 2006

Salvador Dalì e il taxi

 

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«Perché le vasche da bagno hanno sempre, più o meno, la stessa forma?
Perché non s’inventano dei taxi con un congegno, disposto intorno agli sportelli che simuli la pioggia, in modo che il passeggero debba, per entrarci, indossare l’impermeabile anche nelle giornate di bel tempo? (Non tutti i taxi dovrebbero esser provvisti di simile raffinatezza, ma solo i più lussuosi.)»

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita 2006

Salvador Dalì e il WC

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«Non capisco davvero tanta mancanza di fantasia. Perché i guidatori di filobus non irrompono, ogni tanto, nelle vetrine dei grandi magazzini, acchiappando al volo qualche sciocchezzuola da portare in dono alle loro mogli, qualche giocattolino da distribuire fra i bimbi che passano per strada?
Perché gli idraulici non installano, negli sciacquoni dei WC, piccole bombe che scoppino proprio mentre illustri uomini politici tirano la catena?»

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita 2006

La mia vita segreta (2)

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Qui la recensione di Gaia Conventi.

Letteralmente mi adoravano, mi vezzeggiavano, mi compravano le scarpe, mi ordinavano cravatte a disegno unico, mi prenotavano le poltrone a teatro, mi preparavano le valigie, sorvegliavano la mia salute, si preoccupavano per il mio umore e combattevan, con la violenza di uno squadrone di cavalleria, le difficoltà pratiche che mi impedivano di realizzare una qualsiasi fantasia.
Mio padre, dopo l’esperienza dell’anno precedente, mi versava soltanto unmodestissimo mensile, ma con molto candore dcontinuava a pagare tutti i miei conti. Al resto supplivano gli amici, chi impegnando un magnifico anello di famiglia, chi ipotecando una proprietà appena ereditata, chi vendendo un’automobile per garantire le stravaganti spese di due o tre giorni. Eravamo tutti circondati dall’alone di “figli di papà”, e ottenevamo prestiti da chiunque, rimborsando noi stessi, ogni tanto, i nostri creditori, i quali, generalmente, venivano poi interamente risarciti dai nostri genitori.
Le vere vittime non erano certo gli uomini d’affari che ci aiutavano professionalmente, ma i nostri modestim, i nostri generosi amici che ci prestavano il oro risparmi per simpatia, per affetto, per ammirazione, e noi facevano pagare a caro prezzo qualsiasi colloquio amichevole, producendoci in uscite istrioniche: “Siamo stati derubati!” gridavo cinicamente intascando “Solo la mia osservazione a propostio del realismo e del cattolicesimo vale cinque volte questa misera somma!”.

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita, Milano 2006, pp. 157-158

 

La mia vita segreta (1)

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Qui la recensione di Gaia Conventi.

La mia adolescenza fu caratterizzata dal moltiplicarsi dei miti, delle manie, delle deficienze, dei doni, delle manifestazioni di genio e di violenza della mia prima infanzia. Non desideravo assolutamente correggermi, né trasformarmi; al contrario, ero di giorno in giorno maggiormente posseduto dalla volontà di imporre e di esaltare in ogni modo la mia concezione di vita.
Anziché limitarmi a godere l’acqua stagnante del mio narcisismo precoce, la canalizzavo: e la crescete, violentissima affermazione della mia personalitàsi sublimò ben presto in nuovi sviluppi di azioni che, considerando le tendenze eterogenee e ben caratterizzate del mio cervello, potevano soltanto essere antiosociali e anarchiche.
Il bimbo-re divenne un anarchico. Sistematicamente, ostinatamente, mi opponevo a tutto.
Da piccolo facevo sempre “diversamente dagli altri”, ma senza esserne cosciente. Ora, dopo aver finalmente compreso il lato eccezionale e fenomenale del mio modo di agire, “lo facevo apposta”. Bastava che qualcuno dicesse “nero” perché io ribattessi “bianco”. Bastava che qualcuno si inchinasse rispettosamente per farmi sputare. Il mio incessante, feroce impegno a sentirmi “diverso” mi strappava lacrime di rabbia se, per una qualsiasi coincidenza, mi vedevo accomunato ad altri. Anzitutto, soprattutto: io, io solo! Io solo! Io solo!

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita, Milano 2006, pp. 95-96