Fecondazione trasversale

Durante gli anni Venti ci fu in Russia un autentico rinascimento, qualcosa di diverso da cioò che accadeva sulla scena artistica di altri Paesi. Gli scambi fra romanzieri, poeti, artisti, critici, storici, scienziati diedero luogo a una sorta di fecondazione trasversale, e ne derivò una cultura di insolita vitalità e capacità, una straordinaria curva ascendente nella civiltà europea.

Isaiah Berlin, Impressioni personali, a cura di H. Hardy, Adelphi, Milano 1980, p. 174

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Il discettare umano al tempo globale

 

«Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità.»

Galileo Galilei, Il Saggiatore

Tutto è natura

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Scrive Vito Mancuso, in L’anima e il suo destino, che tutto è natura. Tutto, quindi anche il fenomeno umano, con i suoi portati culturali, spirituali, etici. Il dualismo natura-cultura, dunque, è un paradigma non accettabile. Se tutto è natura, e se Dio esiste, anche Dio va pensato come Natura, nella forma più alta. La natura è un processo, un continuo divenire. In questo continuo divenire è ricorrente la presenza dell’errore. Se all’origine dell’evoluzione c’è l’inizio di una sequenza di mutazioni, le quali tendono a conformarsi a un ordine superiore, a un “accrescimento” dell’organizzazione del sistema vivente, quando compare l’errore che crea qualcosa di disumano (come la malattia genetica che condanna un essere umano alla degenerazione, alla sofferenza e alla morte), quella singola mutazione non conforme all’ordine superiore non viene accettata all’interno del sistema e dunque non viene riprodotta. Quelle mutazioni, invece, che sono destinate a contribuire a un’organizzazione maggiore non vengono eliminate, ma riprodotte. Questo fa pensare all’esistenza di un sistema che configura un ordine superiore, concettualmente riconducibile all’idea di Dio. Un’idea che porta con sé l’idea di costruzione, di associazione, di altruismo, di inclusione.

tutto è natura (2)

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All’origine del fenomeno naturale, secondo gli studi di Lynn Margulis, la vita si è sviluppata in forma di cellule senza nucleo, i procarioti. Passati due miliardi di anni, dai procarioti si è passati alle cellule con nucleo, gli eucarioti, e ciò è avvenuto tramite simbiosi: sym-bios, ovvero vita-con. C’è stata un’unione, un’aggregazione di procarioti con altri procarioti, alcuni dei quali sono andati a costituire il nucleo, altri i mitocondri del citoplasma cellulare. Questo fa pensare agli aspetti solidaristici e cooperativi del comportamento animale. Non sempre c’è competizione, spesso si riscontra l’altruismo incondizionato, senza reciprocità immediata: fare del bene all’altro individuo, non imparentato, senza poter avere un tornaconto sicuro. Si tratta di un altruismo non reciproco, per il quale l’animale sacrifica il proprio vantaggio individuale per un bene i cui effetti non è sicuro di ricevere in modo percettibile. Ecco, questi comportamenti sembrano precursori del senso morale che appartiene alla specie umana.

La seduzione delle teorie

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Guardando ai primi pensatori greci: le teorie andavano spesso contro i dati osservativi e si fondavano su inferenze deduttive, stimolate dal desiderio di ricerca e dall’insoddisfazione per le teorie precedenti. Anassimandro proponeva l’idea che la terra fosse sospesa nello spazio perché a uguale distanza da tutte le altre cose, contrapponendosi all’idea di Talete, che immaginava la terra galleggiare sull’acqua. La scienza, dunque, non è nata dall’osservazione, ma piuttosto dal bisogno tutto umano di trovare risposte. Molte di queste concezioni sono poi risultate inesatte o completamente errate, ma — come scrive Popper in Ritorno ai Presocratici — una «teoria falsa può rappresentare una grande conquista, quanto una vera. E molte teorie false hanno giovato alla ricerca della verità più di altre, meno interessanti, ancora oggi accettate».

I luoghi della mente (il manifesto, agosto 2011)

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Da il manifesto, 20 agosto 2011

I luoghi della mente tra giudizi e pregiudizi

di Vittorio Lingiardi
direttore della collana «Psichiatria, psicoterapia, neuroscienze» di Raffaello Cortina Editore

«Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri». Inizia così la famosa poesia di Bertold Brecht Domande di un lettore operaio, erroneamente nota col titolo Chi fa la storia?. E chi «fa» il catalogo di una casa editrice? Editore e autori, è ovviamente la prima risposta – e questi sono «i nomi dei re». Da qui in poi l’eletta schiera dei traduttori, dei redattori, e così via. Anche gli agenti (in proliferazione propositiva) fanno la loro parte, e naturalmente i lettori che «influenzano» l’editore con i loro gusti e le loro estemporanee recensioni. Ma se la domanda riguarda la scelta dei titoli, è alla visione comune e al rapporto di fiducia tra l’editore e i suoi consulenti che dobbiamo guardare. Il plurale è d’obbligo, perché a più voci è il discorso che un bravo editore tesse per la costruzione del suo catalogo. Quanto a me, dirigo una collana per l’editore Raffeallo Cortina, cercando di coniugare manualistica di servizio e aggiornamento scientifico non solo nei tre separati domini che le danno il titolo, Psichiatria, psicoterapia, neuroscienze, ma soprattutto attraverso il filo rosso che li lega. Continua a leggere “I luoghi della mente (il manifesto, agosto 2011)”

Previsioni

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Scoperte. Esiste una tecnica previsionale che usa le curve gaussiane o quelle logistiche di Lotka-Volterra, note anche come “equazioni preda-predatore”: descrivono la dinamica di un ecosistema in cui interagiscono due specie animali, il predatore e la preda, e un certo Cesare Marchetti, dopo aver osservato diecimila eventi di natura diversa – come competizioni di mercato, fenomeni sociali, azioni eversive di gruppi terroristici – ha mostrato come tutti questi fenomeni seguano l’andamento delle equazioni logistiche. Ad esempio, quando iniziarono le rivolte nelle banlieue parigine e in altre città francesi, egli riuscì a definire con buona approssimazione la durata del fenomeno, l’intensità, il numero di auto che sarebbero state bruciate ecc.
Che figata.

Efficienza etica

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L’accumulazione del capitale continua ad avere un valore primario. E non potrebbe essere altrimenti, visti l’epoca e il mondo in cui viviamo. Mondo economico in cui – scriveva Keynes – non sono assicurate né la piena occupazione, né l’equa ripartizione della ricchezza e del reddito, che è arbitraria. Da qui la grande distanza che si è creata fra etica e capitalismo. Finché l’economia sarà una scienza di stampo matematico, in cui si applicano modelli in un contesto sperimentale asettico, riferiti a un puro concetto di economia di mercato, qualsiasi considerazione di tipo storico-istituzionale o etico sarà poco influente. A dispetto del fatto che il capitalismo è comunque una forma di organizzazione storica, quindi ben suscettibile dei cambiamenti che l’evoluzione storica imprime al mondo. E poi, l’economia non è autonoma come scienza in sé, ma è interdipendente con lo Stato di diritto, col quale forma una specie di corpo unico. Quindi, se lo Stato non può dissociarsi dall’etica, non può farlo neanche l’economia. E l’idea che l’economia sia capace di auto-regolarsi, al di là dei fattori politico-sociali, è un’illusione. Imporre l’etica ai mercati attraverso le istituzioni finanziarie è un’altra illusione: l’attività finanziaria lecita non si è poi rivelata moralmente superiore ad altre sue forme illecite, penalmente sanzionate. Insomma, l’assunzione delle regole di mercato come precedenti a tutto, anche alla politica (che vi si deve conformare), non funziona. Almeno, non funziona per creare un mondo in cui si possa combattere la povertà. Forse la povertà non la si vuol combattere perché, se non esistesse povertà, allora non esisterebbe nemmeno la qualifica di “benestante”, e lo status di “ricco” sminuirebbe la potenza del suo significato. Resta il fatto che, stando al buon senso, sarebbe il principio economico a doversi assoggettare alla politica, e non viceversa. Le riforme che vengono proposte dovrebbero rafforzare la partecipazione dei cittadini alla gestione politica del bene comune, e non perseguire solo criteri di efficienza economica, anche a danno dell’interesse dei cittadini.

 

Gli insulti a Piergiorgio Odifreddi


Il 19 agosto 2011, nel blog della sedicente Lara Manni — che, secondo molti, sarebbe in realtà la famigerata blogger di Kataweb celata dietro un nome d’arte — è comparso questo post, di cui riportiamo la frase iniziale e quella finale:

Per esempio, mi piacerebbe molto che Piergiorgio Odifreddi dedicasse una mezz’ora del proprio tempo a leggere lo straordinario racconto di Stephen King che appare, nella traduzione di Wu Ming 1, sul numero di Internazionale in edicola oggi.

[…]

Se Odifreddi non dovesse leggerlo, pazienza. Leggetelo voi. E’ una grande, preziosa, lezione di scrittura (e di umanità, senza la quale, temo, la scrittura è ancora più impotente).


Nei commenti seguiti al post, un sedicente Wu Ming 4 si esibisce in una serie di insulti e invettive contro il matematico Piergiorgio Odifreddi:

Anonimo Dice:
agosto 19, 2011 alle 9:16 pm | Replica
Concordo con Francesca 3176.

Odifreddi è una macchietta malriuscita con cui a mio avviso è del tutto inutile confrontarsi, perché, come dicono a Roma, “Je rimbalza”. Le critiche che muove agli unici scrittori di fantastico che ha sentito nominare, sono le stesse che al primo – Tolkien – venivano mosse cinquant’anni fa e alla seconda – Rowling – vengono mosse oggi (dalla Chiesa, per altro, a dimostrazione che un anticlericale può essere bacchettone quanto e più di un prete).
Per altro mi domando se Odifreddi abbia figli. Da quello che scrive mi viene da pensare che o non ne ha o non ci trascorre abbastanza tempo insieme. Altrimenti saprebbe che i bambini sanno perfettamente distinguere tra realtà e fantasia. Anzi, direi che è una delle loro occupazioni maggiori, chiedere a proposito delle cose che osservano o vengono loro raccontate: “Ma esiste?”. L’altra cosa che i bambini imparano è ad avere paura anche di ciò che non esiste concretamente. Imparano cioè quale straordinario potere abbia su di noi l’immaginazione fantastica. Un bambino sa perfettamente che i mostri delle favole non esistono nella forma in cui ci vengono presentati, ma tuttavia temono che si annidino negli angoli bui di un appartamento. E’ una lezione di vita che poi molti, crescendo, e divenendo magari adulti ottusi e spocchiosi come Odifreddi, dimenticano. Perché, sì, è vero che la poesia e la letteratura, e l’arte in generale, non cambiano niente, ma allo stesso tempo ci raccontano cose indispensabili su noi stessi, e lo fanno da sempre. Per altro le prime conoscenze che gli esseri umani hanno elaborato del mondo circostante, tramandandole ai posteri, sono state assimilate nel linguaggio poetico, letterario, artistico, nonché magico, prima che esso venisse disgiunto da quello scientifico.
Non solo. Come dice King, il grande vuoto da cui veniamo e in cui andiamo a finire, vale a dire l’infinito spazio e l’infinito tempo prima e dopo di noi, rimangono questione aperta. E’ qualcosa sulla quale si possono spendere parecchie ipotesi scientifiche, ma queste non saranno certo più esperibili e comprensibili da un mortale di una narrazione teologica o fantastica. Ci vuole comunque una bella fantasia perché un essere finito riesca a relazionarsi all’infinito, a prescindere da quale narrazione o linguaggio si scelga di adottare. E il mio presentimento è che uno scienziato con scarsa fantasia difficilmente sia un buono scienziato.
Infine. Il tanto odiato Tolkien, che di figli ne ha avuti quattro, ricordava come insieme a “E’ vero?”, la domanda che un bambino rivolge più spesso a un adulto di cui si fida sia: “E’ buono o cattivo?”. Una questioncina che la migliore letteratura non smette di affrontare, a fronte della tentazione che a volte la scienza ha di bypassare il problema in nome di un’idea astorica di progresso. E finisce che la bomba atomica che hai dimostrato di saper costruire qualcuno poi la sgancia in testa a qualcun altro. Perché c’è sempre di mezzo la storia, la guerra, la nostra idea di bene e di male, le nostre visioni del mondo, e tutte quelle cose che la buona letteratura di solito ci racconta.

Wu Ming 4 Dice:
agosto 19, 2011 alle 9:24 pm | Replica
Sorry, l’anonimo sono io…

[…]

Wu Ming 4 Dice:
agosto 21, 2011 alle 3:50 pm | Replica @ paperinoramone
Be’, veramente Odiffeddi scrive cazzate anche sul movimento No TAV: tratta i valsusini come una massa di baluba retrogradi e refrattari al progresso… Cioè praticamente spara giudizi sommari su cose di cui non sa nulla (non proprio un atteggiamento scientifico o wittegensteiniano, direi), per di più in nome di un’idea di progresso che potrebbe datare più o meno a centocinquant’anni fa. Tanto per dire, sul suo blog ha sostenuto che tutto sommato non ci sarebbe nulla di male nel fatto che gli Egiziani decidessero di tirare giù le piramidi per erigere dighe sul Nilo, se questo portasse a un incremento della produzione energetica necessaria al paese.
Ma per restare al tema in questione, nel brano che citi, Odifreddi è disposto a riconoscere il fantastico che c’è nella filosofia e nella scienza… Benissimo. Perché nella letteratura no, allora? Perché quello non va bene? Perché non è al servizio della conoscenza oggettiva del reale? Ma se, come giustamente dici tu stesso, non è questione di fare a gara tra chi descrive meglio il reale, allora perché Odifreddi invece ci tiene tanto a correrla questa gara? E’ evidente che se uno è elastico sulla sua materia e pregiudiziale sulla materia altrui, un problema di serietà deontologica io glielo pongo. Poi, non avendo letto i suoi libri, non ho nulla da dire sulla sua attività di divulgatore della propria materia. Per quanto ne so potrebbero anche essere dei capolavori. Che temo non leggerò.

Wu Ming 4 Dice:
agosto 21, 2011 alle 4:02 pm | Replica Post Scriptum per i cultori tolkieniani in ascolto: chi ragiona come Odifreddi mi fa venire in mente il personaggio di Nokes in “Fabbro di Wootton Major”, che non ha alcun “rispetto per Feeria né un briciolo di buone maniere”. Quando si trova davanti al Re di Feeria, l’obeso Nokes rifiuta di riconoscerlo, lo schernisce e gli dice che se con un colpo di bacchetta magica riuscisse a farlo dimagrire, allora sì che si farebbe una mgliore opinione di ciò che viene detto fatato (ma potremmo anche dire del “fantastico”, in questo caso). Allora il Re di Feeria si arrabbia e si mostra in tutta la sua potenza, facendo cagare sotto il vecchio e grasso Nokes. Ovviamente, la mente razionalista di Nokes rimuove l’evento, e lo relega a un semplice brutto sogno, cioè una manifestazione inconscia. Ma questa paura che gli cova dentro si dimostra talmente forte che Nokes inizia a mangiare meno, dimagrisce, recupera la capacità motoria, riprende una vita sociale, campa fino a cent’anni… “Ma fino all’ultimo anno lo si poteva udir dire, a chiunque fosse disposto a prestargli orecchio: – Preoccupante, se volete; e comunque, uno stupido sogno, a ben pensarci. Re di Feeria! Ma se non aveva neppure la bacchetta magica! E se uno smette di mangiare, bene, dimagrisce. Perfettamente naturale, no? In questo, niente di strano, nessuna magia”. Infatti.

[…]

Wu Ming 4 Dice:
agosto 21, 2011 alle 5:50 pm | Replica
@ paperinoramone
Il problema è che mettendo da parte quello che Odifreddi pensa di Tolkien e Rowling – chissenefrega in effetti – è proprio quello che scrive sui lettori/spettatori a essere inacettabile, oltreché indimostrabile. Con tutto il rispetto per l’acume che Odifreddi può avere espresso in altri frangenti e testi a me ignoti, l’articolo riportato da Lara Manni nel post precedente è un’accozzaglia di luoghi comuni contro le serie televisive, le saghe cinematografiche fantastiche, le narrazioni in genere. Le storie ci travierebbero fin da bambini facendoci perdere il senso della realtà. Ma dico: scherziamo? Ma davvero si possono scrivere queste banalità da realismo socialista zdanoviano nel 2011? Dice bene Tuco, qui sopra, che come al solito riesce a cogliere con un’immagine il succo di un discorso: gli imam della verità dimostrata fanno a gara con gli imam della verità rivelata a chi tira più bacchettate contro la decadenza dei tempi presenti.
Quindi se Star Wars e Harry Potter plagiano le giovani menti dei nostri figli (mentre le polveri sottili prodotte dal trapanamento decennale e inutile di una montagna invece fanno loro benissimo, anzi è tutto progresso…) dovremmo far leggere loro trattati filosofici, manuali scentifici o cosa? Direi che Lara ha colto perfettamente i termini dell’equivoco odifreddiano: quello tra una solida formazione intellettuale e una buona formazione/educazione per la persona che quella corazza poi dovrà portarsi in giro. E, sempre con tutto il rispetto per l’uomo di scienza, direi che siamo un po’ all’ABC…

http://laramanni.wordpress.com/2011/08/19/la-poesia-non-muta-nulla/#comments


Leggendo quanto sopra, una cosa appare evidente.
Se la fantomatica Lara Manni fosse davvero la famigerata blogger di Kataweb, allora quest’ultima seguirebbe un doppio binario: mentre è dichiaratamente contraria — come si è osservato qui — alle forme di satira ritenute offensive o “non appropriate”, sarebbe invece favorevole agli insulti e alle invettive espressi in via diretta, che in questo caso avrebbe addirittura stimolato e assecondato.

L’intera pagina web contenente il post e i commenti in discorso è stata salvata in un apposito file, nel caso i suoi contenuti venissero successivamente alterati o cancellati. Ciò anche in vista di eventuali segnalazioni all’interessato, oggetto degli insulti e delle invettive.

 

Percezione

Si può dire che in un certo senso il mondo della scienza e quello della filosofia si contrappongono, ciascuno a suo modo, al mondo della percezione abituale: la scienza perché, attraverso l’eliminazione della percezione, ci schiude un universo ridotto ai suoi aspetti quantitativi grazie a procedimenti insieme matematici e tecnici; la filosofia, a sua volta, perché, attraverso l’approfondimento e la trasformazione della percezione abituale, ci fa prendere coscienza del fatto stesso che noi percepiamo il mondo e che il mondo è ciò che noi percepiamo.
In Bergson si trova anche una distinzione fra percezione abituale e percezione filosofica presentata nel modo seguente: «la vita esige che ci mettiamo dei paraocchi, che guardiamo non a destra, a sinistra o all’indietro, ma dritto davanti a noi nella direzione verso cui dobbiamo procedere». Per vivere, bisogna selezionare le conoscenze e i ricordi, limitarsi a cogliere «ciò che interessa la nostra azione sulle cose». «Si dirà altrettanto della percezione», continua Bergson. «Ausiliaria dell’azione, essa isola, nell’insieme della realtà, ciò che ci interessa». Ma, osserva, esistono degli uomini che nascono distaccati. Sono gli artisti: «Quando guardano una cosa, la vedono per se stessa, non per loro. Non percepiscono semplicemente in vista dell’agire, percepiscono per percepire, per niente, per il piacere». «Ebbene, ciò che la natura fa di tanto in tanto, distrattamente, per qualche privilegiato, la filosofia […] non potrebbe tentarlo in un altro senso e in un’altra maniera, per tutti? Il ruolo della filosofia non sarà proprio quello di condurci a una percezione più completa della realtà, attraverso un certo spostamento dell’attenzione?»

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 183.