I libri sul comodino 2

Dicembre, 1985

(…) Ormai i ragazzini, trasformatisi in “zombi”, in “mutanti”, non potevano più salvare il mondo, e le persone con cui colloquiava erano pochissime, e nessuno – ribadiva – le voleva bene. Alle mie proteste rispondeva implacabile: Non occupo il primo posto nella vita di nessuno”.
Ma di nuovo nell’autunno scorso bastava poco – il passaggio casuale di un gatto, il rito dell’accensione della sigaretta, l’arrivo di una rivista desiderata, il dono di un vasetto di miele che la piaceva particolarmente – per far riaffiorare quella sua misteriosa e fulgida allegria, e far sgorgare il suo irresistibile umorismo con cui lei per prima si abbandonava dispiegando quella voce così ricca di tonalità accese, una delle più belle che abbia mai sentito. Gli occhi splendevano e divampava tutta la sua maliziosa, zingaresca civetteria.
Poi tutto di nuovo si spense con l’arrivo di un ennesimo tracollo fisico, seguito da una buia disperazione.
Sono costretta a ridurre in poche righe il ricordo di una persona che ha contato tanto per me, e che più di una volta, leggendola (e penso soprattutto a Menzogna e sortilegio e ad Aracoeli, due grandi libri del nostro secolo) e, parrà strano, ancor più ascoltandola, mi aveva dato l’impressione, quasi atterrita, di aver a che fare con un genio.
Nell’affollamento dei ricordi che premono nella mente e nel cuore, prevalgono persino oggi, con Elsa appena scomparsa, quelli lieti, quasi solari, degli anni Settanta, quando Elsa veniva a Milano e passava a volte un paio di giorni con me e i miei amici, che erano diventati anche suoi. Allora, girando per Milano con lei che indossava lunghi abiti messicani e foulard azzurri, mi divertivo enormemente quando si fermava a fare i complimenti a un chiotto cagnone, o consolava un bambino in lacrime, o applaudiva un gruppo di anarchici in sparuto corteo, o discuteva animatamente con un tassista che replicava divertito alle sue divertite aggressioni, o si sedeva trionfalmente a tavola gustando i piatti prediletti di cui era ghiottissima, intervenendo ad alta voce nei discorsi di tutti i commensali: si recuperava così la dimensione più alta della convivialità. Parlava sempre in tono vibrante, senza mai usare perifrasi, affrontando direttamente ogni argomento, alternando folgoranti fendenti ad abbandoni teneri, quasi fanciulleschi. Eravamo un gruppo di amici oscuri, che mai avrebbero avuto successo, con la precisa vocazione dei perdenti. Forse anche o soprattutto per questo ci amava.
Ora, senza di lei, il paesaggio si è fatto più brullo e desolato, e i demoni dell’aridità e dello scoramento moltiplicheranno i loro agguati.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

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I libri sul comodino

Dicembre, 1985

Un mese fa sono andata a trovare, per l’ultima volta, Elsa Morante. Le notizie che avevo erano senza speranza, mali e malanni si succedevano sovrapponendosi.
Non c’era nessuno: ormai da tempo i visitatori si erano diradati al punto che per intere settimane Elsa restava sola con la devotissima Lucia.
La trovai ancora addormentata: nella stanza un’aria di abbandono. I libri (che gran lettrice era!) sistemati lontano da lei (mentre fino a pochi mesi prima erano accatastati sul comodino, a portata di mano, un paio anche sul letto), e molti ancora chiusi nelle buste delle case editrici; le piantine che prediligeva (quelle grasse, quelle di basilico…) lontane anch’esse dalla vista, e non più a portata di mano il telefono, che ormai a fatica riusciva a usare.
Quando riaprì gli occhi prese a gemere terribilmente. Con gli occhi sbarrati attendeva la fitta che le faceva artigliare con la mano destra la testa; quando la fitta calava di intensità la mano tornava a premere sull’altra, poi, dopo un paio di minuti, tornava ad artigliare i capelli.
Rispose al mio saluto in un modo per cui mi sembrò mi riconoscesse, ma per il tempo in cui rimasi vicino a lei, non mi rivolse mai lo sguardo.
Nel giro di pochi giorni, esauritisi quei dolori (provocati dal fuoco di Sant’Antonio), prese a tenere gli occhi ostinatamente chiusi, anche quando mangiava, e a occhi ostinatamente chiusi accolse un amico, Goffredo Fofi, da lei sempre molto amato. Era il suo ultimo, definitivo modo di esplicitare il suo grande rifiuto del mondo e di attendere una morte che, seppur invocata, tardava troppo a venire.
“Perché mi volete sadicamente impedire di morire?”, aveva subito ricominciato a sperare. Elsa aveva ripreso a leggere, a conversare, girava su e giù per la clinica sulla sua carrozzella, e un giorno che andai a trovarla la vidi attorniata da due bambini africani, lì ricoverati, che intratteneva superbamente: sapeva parlare e far parlare chiunque, soprattutto la gente sola e diseredata, con regale naturalezza.
Mi disse allora che, dopo tanto tempo, sentiva muoversi nella fantasia delle immagini, delle presenze in cerca di una voce. Le ricordai una frase che mi aveva detto un giorno, ai tempi in cui stava scrivendo Aracoeli. Mentre si accomiatava da me dopo colazione per ritirarsi a scrivere nello studio al piano di sopra, mi aveva detto: “Sono proprio curiosa di sapere cosa farà adesso Aracoeli: è in un momento molto difficile!” Sperava di scoprirlo in quello stesso pomeriggio, come noi quando avremmo letto questo splendido romanzo che mi parve, già allora, un grande congedo dalla vita.
Trovandola inaspettatamente come ai tempi migliori, presi a interrogarla febbrilmente su tutto, quasi a saziare una fame arretrata come mi era mancata la prodigiosa originalità e schiettezza dei suoi giudizi! Mi rimprovero all’improvviso, in una pausa, di non dire mai niente di me, “neanche adesso che ti è successo qualcosa di importante”, indovinò fulmina. Ho già avuto occasione di scriverlo: Elsa aveva qualcosa del medium, intuiva tutto, se voleva, anche se, verso certe cose, aveva delle sdegnose sordità, e certi aspetti della psiche la infastidivano moltissimo: ricordava allora, con puntigliosa precisione, i giudizi sbagliati, le gaffe, le cadute di stile dell’interlocutore. Sulla difensiva, parafrasando Manzoni, le dicevo allora: “Che gran donna! Ma che tormento!”.
Il suo odio per le melensaggini era pari a quello per la brutalità, l’accidia, l’avarizia di sé e l’invidia, che, mista a ostilità, imputava a un certo establishment letterario da lei detestato e col quale da tempo aveva rotto ogni rapporto; ricordava solo qualche amico morto: Saba, Savinio, Penna, Pasolini… e leggeva con passione le poesie di Guerra, Giudici, Raboni, Volponi…

(segue…)

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

The 100 greatest novels. #3

Sono nato nell’anno 1632, nella città di York, da una buona famiglia, che però non era di qui: mio padre era uno straniero di Brema, dapprima stabilitosi a Hull, dove aveva fatto fortuna in affari: poi s’era ritirato dal commercio venendo a vivere a York, siccome aveva sposato mia madre, una Robinson, di un’ottima famiglia del luogo; così mi chiamavo Robinson Kreutzner: ma per la corruzione di parole che avviene spesso in Inghilterra ora mi chiamano, ci chiamiamo, ci firmiamo, col cognome di Crusoe: come m’hanno sempre chiamato i compagni.

Daniel Defoe, Robinson Crusoe, traduzione di Alberto cavallari, Feltrinelli Editore.

The 100 greatest novels. #2

Errando per le selvagge contrade di questo mondo, arrivai in un certo luogo dove c’era una grotta e lì mi coricai per dormire. E dormendo sognai un sogno.

John Bunyan, Il viaggio del pellegrino, Gribaudo, 2000.

The 100 greatest novels. #1

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di pecore mal capitate, lenti il venerdì, colla giunta di qualche piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito di rascia della più fina.

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Bartolommeo Gamba (1818)

«Perché Pasolini è stato un’icona. E lo è diventato soprattutto grazie ai film, così visti all’estero, mentre invece per quello che riguarda Ragazzi di vita o Una vita violenta erano considerate delle narrazioni dialettali, romanesche, né più né meno come i racconti milanesi di Testori. Bisogna pensare a cosa faceva Gadda, il nostro indiscusso maestro, che nello stesso giro di frase includeva il sublime e il pecoreccio, il linguaggio tecnico e ingegneresco, demodé o aggiornato. Pasolini e Testori si limitavano a tradurre i loro linguaggi».

http://www.doppiozero.com/materiali/interviste/arbasino-parla-di-pasolini

Revolutionary Comma

Ford diffida della routine perché «ci sono tanti esempi di libri d’esordio che restano i migliori, basta pensare a Walker Percy e a L’uomo che andava al cinema. Ecco, nel 1961 uscirono quasi contemporaneamente il romanzo di Percy, Comma 22 di Joe Heller e Revolutionary Road di Richard Yates. Tre capolavori. Avrebbero dovuto smettere allora. Anni dopo chiesero a Joe come mai non avesse più scritto un libro così bello e lui rispose tristemente “e chi altro c’è riuscito?”, una triste verità. Quando era vecchio e malato scrissi a Yates per dirgli quanto erano importanti per me i suoi libri, per ricordargli che c’era ancora chi lo leggeva. Mi rispose che viveva in Alabama attaccato a una bombola d’ossigeno, la trascinava dietro anche al supermarket. È una vera merda, mi scrisse uno dei più grandi romanzieri del Novecento».

Richard Ford intervistato da Matteo Persivale, in la Lettura #241, pag. 12

Venezia

«Venezia per molti aspetti somiglia a San Pietroburgo, la mia città natale. Ma più di tutto è un posto così bello che puoi viverci anche senza essere innamorato. È una città la cui bellezza ti fa subito capire che qualsiasi cosa riuscirai a escogitare o a produrre nella tua vita – in particolare a livello di pura esistenza – non sarà mai altrettanto bella. Venezia è inarrivabile. Se mi fosse concesso di reincarnarmi sotto un’altra forma, sceglierei di essere un gatto a Venezia, o qualsiasi altra cosa, purché sia a Venezia. Persino un ratto andrebbe bene. Questa idea fissa di andare a Venezia a tutti i costi, l’avevo già maturata intorno al 1970. Il mio progetto era di trasferirmi lì e di prendere in affitto un appartamento al piano terreno di un palazzo, uno qualsiasi, purché affacciato su un canale, e sedermi lì a scrivere, gettando i mozziconi dalla finestra per sentirli sfrigolare a contatto con l’acqua. Una volta finiti i soldi, sarei andato a comprare un revolver e mi sarei fatto saltare le cervella.»

Scrittori

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La maggior parte degli scrittori che leggiamo non sono né geni né milionari; conducono, o  hanno condotto, esistenze qualunque: bollette da pagare, matrimoni, divorzi, alimenti, figli da crescere, editori da compiacere o tenere a bada, e tanti rospi da mandare giù. Ciò che li distingue da qualsiasi altro borghese in circolazione è che per campare hanno scelto di scrivere, e scrivere come diceva Simenon è «una vocazione all’infelicità». Gli avvocati che conosco non stanno sempre lì a chiedersi se sono – o se potranno mai essere – i più grandi avvocati del mondo. Svolgono la professione forense al meglio, godendone i frutti e la cosa finisce lì. I pochi scrittori che frequento sono animati dalla smania vanagloriosa di prevalere su tutti gli altri, e annichiliti dal sospetto della propria mediocrità che con l’età diventa una certezza.

Alessandro Piperno in la Lettura #231, pag. 2

Elogio della critica

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Di norma le recensioni sono talmente tediose che stenti a finire anche quelle che elogiano il tuo libro. Le più modeste svelano la trama, lodano parti del romanzo a scapito di altre, rivelano influenze letterarie (come se a qualcuno importasse). Le buone recensioni sono quelle che hanno il coraggio di parlare d’altro. Il Recensore brillante dà peso alle inezie e se ne infischia delle idee generali; sfoggia gusti, non dissimula manie. Talvolta non si perita neppure di finire il libro recensito (i più impudenti leggono solo la scheda editoriale o il risvolto di copertina). Tale atto di disonestà ermeneutica non poi così esecrabile. A un sommelier non chiediamo mica di scolarsi l’intera bottiglia. Oscar Wilde la chiamava «la prova del cucchiaino» (da non confondersi con quella del cuoco). È vero, sono pochi quelli che riescono a parlare con grazia e abilità di libri che non hanno letto, ma proprio per questo vanno elogiati e incoraggiati.

Alessandro Piperno in La Lettura #208, pag. 3