Scrittori

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La maggior parte degli scrittori che leggiamo non sono né geni né milionari; conducono, o  hanno condotto, esistenze qualunque: bollette da pagare, matrimoni, divorzi, alimenti, figli da crescere, editori da compiacere o tenere a bada, e tanti rospi da mandare giù. Ciò che li distingue da qualsiasi altro borghese in circolazione è che per campare hanno scelto di scrivere, e scrivere come diceva Simenon è «una vocazione all’infelicità». Gli avvocati che conosco non stanno sempre lì a chiedersi se sono – o se potranno mai essere – i più grandi avvocati del mondo. Svolgono la professione forense al meglio, godendone i frutti e la cosa finisce lì. I pochi scrittori che frequento sono animati dalla smania vanagloriosa di prevalere su tutti gli altri, e annichiliti dal sospetto della propria mediocrità che con l’età diventa una certezza.

Alessandro Piperno in la Lettura #231, pag. 2

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Elogio della critica

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Di norma le recensioni sono talmente tediose che stenti a finire anche quelle che elogiano il tuo libro. Le più modeste svelano la trama, lodano parti del romanzo a scapito di altre, rivelano influenze letterarie (come se a qualcuno importasse). Le buone recensioni sono quelle che hanno il coraggio di parlare d’altro. Il Recensore brillante dà peso alle inezie e se ne infischia delle idee generali; sfoggia gusti, non dissimula manie. Talvolta non si perita neppure di finire il libro recensito (i più impudenti leggono solo la scheda editoriale o il risvolto di copertina). Tale atto di disonestà ermeneutica non poi così esecrabile. A un sommelier non chiediamo mica di scolarsi l’intera bottiglia. Oscar Wilde la chiamava «la prova del cucchiaino» (da non confondersi con quella del cuoco). È vero, sono pochi quelli che riescono a parlare con grazia e abilità di libri che non hanno letto, ma proprio per questo vanno elogiati e incoraggiati.

Alessandro Piperno in La Lettura #208, pag. 3

I libri sul comodino 2

elsa morante

Dicembre, 1985

(…) Ormai i ragazzini, trasformatisi in “zombi”, in “mutanti”, non potevano più salvare il mondo, e le persone con cui colloquiava erano pochissime, e nessuno – ribadiva – le voleva bene. Alle mie proteste rispondeva implacabile: Non occupo il primo posto nella vita di nessuno”.
Ma di nuovo nell’autunno scorso bastava poco – il passaggio casuale di un gatto, il rito dell’accensione della sigaretta, l’arrivo di una rivista desiderata, il dono di un vasetto di miele che la piaceva particolarmente – per far riaffiorare quella sua misteriosa e fulgida allegria, e far sgorgare il suo irresistibile umorismo con cui lei per prima si abbandonava dispiegando quella voce così ricca di tonalità accese, una delle più belle che abbia mai sentito. Gli occhi splendevano e divampava tutta la sua maliziosa, zingaresca civetteria.
Poi tutto di nuovo si spense con l’arrivo di un ennesimo tracollo fisico, seguito da una buia disperazione.
Sono costretta a ridurre in poche righe il ricordo di una persona che ha contato tanto per me, e che più di una volta, leggendola (e penso soprattutto a Menzogna e sortilegio e ad Aracoeli, due grandi libri del nostro secolo) e, parrà strano, ancor più ascoltandola, mi aveva dato l’impressione, quasi atterrita, di aver a che fare con un genio.
Nell’affollamento dei ricordi che premono nella mente e nel cuore, prevalgono persino oggi, con Elsa appena scomparsa, quelli lieti, quasi solari, degli anni Settanta, quando Elsa veniva a Milano e passava a volte un paio di giorni con me e i miei amici, che erano diventati anche suoi. Allora, girando per Milano con lei che indossava lunghi abiti messicani e foulard azzurri, mi divertivo enormemente quando si fermava a fare i complimenti a un chiotto cagnone, o consolava un bambino in lacrime, o applaudiva un gruppo di anarchici in sparuto corteo, o discuteva animatamente con un tassista che replicava divertito alle sue divertite aggressioni, o si sedeva trionfalmente a tavola gustando i piatti prediletti di cui era ghiottissima, intervenendo ad alta voce nei discorsi di tutti i commensali: si recuperava così la dimensione più alta della convivialità. Parlava sempre in tono vibrante, senza mai usare perifrasi, affrontando direttamente ogni argomento, alternando folgoranti fendenti ad abbandoni teneri, quasi fanciulleschi. Eravamo un gruppo di amici oscuri, che mai avrebbero avuto successo, con la precisa vocazione dei perdenti. Forse anche o soprattutto per questo ci amava.
Ora, senza di lei, il paesaggio si è fatto più brullo e desolato, e i demoni dell’aridità e dello scoramento moltiplicheranno i loro agguati.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

I libri sul comodino

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Dicembre, 1985

Un mese fa sono andata a trovare, per l’ultima volta, Elsa Morante. Le notizie che avevo erano senza speranza, mali e malanni si succedevano sovrapponendosi.
Non c’era nessuno: ormai da tempo i visitatori si erano diradati al punto che per intere settimane Elsa restava sola con la devotissima Lucia.
La trovai ancora addormentata: nella stanza un’aria di abbandono. I libri (che gran lettrice era!) sistemati lontano da lei (mentre fino a pochi mesi prima erano accatastati sul comodino, a portata di mano, un paio anche sul letto), e molti ancora chiusi nelle buste delle case editrici; le piantine che prediligeva (quelle grasse, quelle di basilico…) lontane anch’esse dalla vista, e non più a portata di mano il telefono, che ormai a fatica riusciva a usare.
Quando riaprì gli occhi prese a gemere terribilmente. Con gli occhi sbarrati attendeva la fitta che le faceva artigliare con la mano destra la testa; quando la fitta calava di intensità la mano tornava a premere sull’altra, poi, dopo un paio di minuti, tornava ad artigliare i capelli.
Rispose al mio saluto in un modo per cui mi sembrò mi riconoscesse, ma per il tempo in cui rimasi vicino a lei, non mi rivolse mai lo sguardo.
Nel giro di pochi giorni, esauritisi quei dolori (provocati dal fuoco di Sant’Antonio), prese a tenere gli occhi ostinatamente chiusi, anche quando mangiava, e a occhi ostinatamente chiusi accolse un amico, Goffredo Fofi, da lei sempre molto amato. Era il suo ultimo, definitivo modo di esplicitare il suo grande rifiuto del mondo e di attendere una morte che, seppur invocata, tardava troppo a venire.
“Perché mi volete sadicamente impedire di morire?”, aveva subito ricominciato a sperare. Elsa aveva ripreso a leggere, a conversare, girava su e giù per la clinica sulla sua carrozzella, e un giorno che andai a trovarla la vidi attorniata da due bambini africani, lì ricoverati, che intratteneva superbamente: sapeva parlare e far parlare chiunque, soprattutto la gente sola e diseredata, con regale naturalezza.
Mi disse allora che, dopo tanto tempo, sentiva muoversi nella fantasia delle immagini, delle presenze in cerca di una voce. Le ricordai una frase che mi aveva detto un giorno, ai tempi in cui stava scrivendo
Aracoeli. Mentre si accomiatava da me dopo colazione per ritirarsi a scrivere nello studio al piano di sopra, mi aveva detto: “Sono proprio curiosa di sapere cosa farà adesso Aracoeli: è in un momento molto difficile!” Sperava di scoprirlo in quello stesso pomeriggio, come noi quando avremmo letto questo splendido romanzo che mi parve, già allora, un grande congedo dalla vita.
Trovandola inaspettatamente come ai tempi migliori, presi a interrogarla febbrilmente su tutto, quasi a saziare una fame arretrata come mi era mancata la prodigiosa originalità e schiettezza dei suoi giudizi! Mi rimprovero all’improvviso, in una pausa, di non dire mai niente di me, “neanche adesso che ti è successo qualcosa di importante”, indovinò fulmina. Ho già avuto occasione di scriverlo: Elsa aveva qualcosa del medium, intuiva tutto, se voleva, anche se, verso certe cose, aveva delle sdegnose sordità, e certi aspetti della psiche la infastidivano moltissimo: ricordava allora, con puntigliosa precisione, i giudizi sbagliati, le gaffe, le cadute di stile dell’interlocutore. Sulla difensiva, parafrasando Manzoni, le dicevo allora: “Che gran donna! Ma che tormento!”.
Il suo odio per le melensaggini era pari a quello per la brutalità, l’accidia, l’avarizia di sé e l’invidia, che, mista a ostilità, imputava a un certo establishment letterario da lei detestato e col quale da tempo aveva rotto ogni rapporto; ricordava solo qualche amico morto: Saba, Savinio, Penna, Pasolini… e leggeva con passione le poesie di Guerra, Giudici, Raboni, Volponi…

(segue…)

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

Scrivere come atto comunitario

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Noi abbiamo sempre il timore di imitare qualcun altro, di non avere uno stile personale. Non bisogna preoccuparsene. Scrivere è un atto comunitario. Contrariamente a quanto si ritiene di solito, lo scrittore non è un Prometeo, solo su una montagna di fuoco. È una bella presunzione quella di pensare di essere completamente originali. In realtà noi ci reggiamo sulle spalle degli scrittori venuti prima di noi. Viviamo nel presente, un presente fatto di storia, di idee e di bevande gassate. E tutto questo si mescola in ciò che scriviamo.
Lo scrittore è sempre pronto a innamorarsi. Si innamora di altri scrittori, ed è così che impara a scrivere. Si appassiona a uno scrittore, legge tutto quello che ha scritto, e poi lo rilegge finché non ha capito come si muove, su cosa si sofferma, come vede. Ecco cosa vuol dire innamorarsi: vuol dire uscire da noi stessi, entrare nella pelle di un altro. Se si riesce ad amare ciò che un altro ha scritto, questo significa che in noi sono state risvegliate le stesse capacità. In questo modo si può solo crescere, e non c’è il rischio di scopiazzare. Gli aspetti del modo di scrivere di un altro che fanno parte della nostra  natura verranno assimilati, e scrivendo useremo alcuni di quegli stilemi. Ma non artificialmente. Chi sa amare, si accorge di essere tutt’uno con l’amato. È quello che accadde ad Allen Ginsberg, quando si propose di scrivere in modo che Jack Kerouac lo potesse capire: “… poiché era innamorato di Jack Kerouac, scoprì di essere Jack Kerouac; è qualcosa che chi ama ben conosce”. Leggendo Verdi colline d’Africa, siamo Ernest Hemingway durante un safari, poi diventiamo Jane Austen e le sue donne della Reggenza, e poi Gertrude Stein con il suo cubismo verbale, e infine Larry McMurtry che percorre le strade di una polverosa cittadina del Texas per andare a giocare a biliardo.

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini Editore, Roma 1987, pag. 85.

Gli ultimi fuochi

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A questo punto non si sa se abbozzare una conclusione o riconoscere una fine. A parte la crisi di ideali e ideologie, da cui non si sa se usciremo, è difficile dire che cosa sia o possa divenire la letteratura in mezzo al trionfo dei media e dei personaggi, del gusto, e degli atteggiamenti intolleranti e acritici che questi, forse inevitabilmente, propongono, o in alternativa alla violenza e all’ottusità delle tifoserie calcistiche e dei travolgenti ma improvvisati movimenti politici, spesso attigui a nazionalismo e razzismo, oltre che a chiari interessi affaristici. Ci siamo domandati qualche volta, in queste pagine, se la nostra letteratura sia stata in grado di esprimere al meglio i problemi e le angosce del nostro secolo ormai al crepuscolo, e abbiamo dovuto riconoscere che in complesso i nostri scrittori, con eccezioni che abbiamo rilevato, sono apparsi di meno ampio respiro, di più debole capacità di analisi o d’immaginazione che quelli di altri paesi. Oggi poi il confronto diventa amplissimo, perché, dopo quelli dell’America latina, hanno autorevolmente invaso la ribalta scrittori indiani e pachistani, sudafricani e giapponesi, israeliani ed egiziani, e così via. È a questi che si deve se la letteratura sfugge ancora a quell’appiattimento su modelli americani che sembra quasi concluso nelle arti figurative. Ma credo che espressioni di fiducia siano fuori luogo, che la speranza serva solo a condurci meno amareggiati verso la dissoluzione.

Cesare Segre, “Letteratura”, in La cultura italiana del Novecento, a cura di C. Stajano, Editori Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 415-416

Il servilismo e la pigrizia

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Dato che leggo in media sette-otto libri alla settimana, la lettura è per me un vizio punito. Per lavoro devo anche leggere molte recensioni, nelle quali dominano – ci si stanca a ripeterlo – il servilismo (al più si registra nel recensore il passaggio, con gli anni, dalla condizione di servo a quella di liberto) e la pigrizia (rieccoli i risvolti e le veline degli uffici stampa, al massimo variati di un aggettivo o rafforzati da un sinonimo).
L’eccesso di lodi forsennate può però provocare rigetto o diffidenza, che scatta anche nei rari casi in cui il giudizio sul libro è negativo. Ci si chiede allora cosa ci sia dietro: forse l’autore sta per cambiare editore? O il recensore ha cambiato datore di lavoro? O forse tra recensito e recensore sono intervenuti fatti privati, faide d’alcova? Ben vengano comunque i giudizi negativi, le voci dissonanti nel coro. Tra l’altro molta stampa si è messa a ospitare rubriche di polemiche, che bisogna pur riempire in qualche modo. Così, tra gli applausi scroscianti, si comincia a sentire qualche fischio. Magari lo si indirizza al libro sbagliato, ma l’importante è piantarla con la lode ecumenica e ritornare a esercitare il diritto di critica, che è esattamente l’opposto della prassi che imperversa, cioè voler au secours du vainqueur.
Il sabato per gli addetti al lavoro è obbligatoria la lettura, in “Tuttolibri”, della classifica dei libri più venduti curata dalla Demoskopea. Al proposito, il commento più azzeccato mi par proprio quello di Giorgio Manganelli, che alla domanda: “Quando vede un bel libro in classifica come reagisce?” ha risposto: “La cosa mi insospettisce molto. Ci dev’essere qualcosa che non va”. Resta il fatto che mentre non è il caso di scandalizzarsi se la cosiddetta letteratura d’intrattenimento è la più letta (ma non è stato sempre così?), ci si può invece immalinconire per la pervicace assenza di alcuni bei libri dall’elenco di quelli più venduti (nella doppia accezione?).
È sempre bene fare esempi, con nome e cognome. Nella narrativa straniera perché non compare in classifica (o, se vi compare – un sabato era in dodicesima posizione se non erro – sembra un errore del proto) il bel romanzo del ceco Bohumil Hrabal Ho servito il re d’Inghilterra? Non è giusto che Kundera monopolizzi il settore (non accetto però di entrare nel “partito anti-Kundera che per svariati motivi si sta prendendo piede. Anche Kundera ha dovuto fare una lunga anticamera per arrivare al successo, e i suoi precedenti romanzi, non inferiori, anzi, all’ultimo osannato, continuavano a cambiare editore perché non li voleva nessuno, e sono tornati solo l’anno scorso in libreria rispolverati dai magazzini). Il romanzo di Hrabal è stato finora molto ben recensito; ma si sa che non basta, le recensioni non sono certo decisive per la vendita (resta ancora più importante il “bocca a bocca”). Mentre è purtroppo decisiva, per propagandare un libro, la televisione del caravanserraglio domenicale, o il grosso battage pubblicitario, che le piccole case editrici non possono permettersi. Manca anche in classifica, tra gli altri, Le cose di Georges Perec, giustamente ristampato a vent’anni di distanza, un godibilissimo e amaro racconto sulla smania consumistica che divora due giovani negli anni Sessanta; manca il bel romanzo di fine Ottocento di Olive Schreiner, Storia di una fattoria africana. Eccetera eccetera. Quanto ai romanzi italiani, spesso bruttarelli, arrivano in classifica, implacabilmente, quelli più bruttarelli di tutti.
Sarebbe insomma il caso di fare un controcanto ai libri più venduti, segnalando soprattutto le assenze e talora deplorando certe presenze. Al servizio dei lettori, che considerano i bei libri forse la migliore compagnia, gli unici a non tradire mai.
Una razza in via d’estinzione quella di noi lettori, che andrebbe tutelata. Dovremmo organizzarci in conventicole, intendendoci con linguaggi cifrati nei luoghi in cui ci incontriamo. Attenzione però a non assentarci in altra stanza con i nostri simili.
Parafrasando Flaiano – “Forse sarà bene tornare di là o penseranno che stiamo parlando” – bisogna evitare che gli altri pensino che stiamo leggendo.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli, Milano 1997

I manager

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Settembre, 1987

I manager hanno invaso l’editoria. Con non poche conseguenze. Vediamone una, significativa: sono i protagonisti di qualcosa di molto simile alla compravendita dei calciatori. I componenti delle formazioni tipo, che so, della Mondadori e della Rizzoli, stanno per entrare in campo, quand’ecco arrivano trafelati negli spogliatoi due nuovi giocatori, un difensore (acchiappa-autori?) e un “libero” (con aerei e lingue facili?). Si procede subito allo scambio delle maglie, cosa che avviene con rapidità e disinvoltura: non è la prima volta. Giù le maglie n° 3 e n° 5 della Rizzoli e su quelle della Mondadori. E viceversa.
C’è anche, per la verità, il dirigente che non sa di avere i giorni (o le ore) contati, ma avendo avvertito qualcosa di malaugurante nell’aria se ne sta asserragliato nella sua stanza. Ma la porta viene d’improvviso spalancata e vi si staglia con sorriso da squalo il nuovo inquilino (ricordo che in tempi meno birichini un amico dirigente, col dono della preveggenza, teneva sempre una valigia celata tra i libri, mentre indumenti adatti ad ogni stagione se ne stavano ripiegati nei cassetti della scrivania.)
In particolare quest’anno per seguire gli spostamenti dei dirigenti editoriali è stato necessario prendere appunti, che andavano aggiornati di mese in mese, come per gli scioperi dei trasporti. Chi ci sarà mai alla saggistica Bompiani? E avendo bisogno di un libro, chi risponderà all’ufficio stampa Bollati Boringhieri? Capita per esempio che un dirigente addetto a una nuova collana di élite, appena prima di consegnare l’elenco definitivo dei primi raffinati sedici titoli, esca a colazione con il manager di un’altra ditta. All’imbrunire è intento a raccogliere i suoi oggettini personali: dal 2 gennaio p.v. dal manager prandiale la “varia incolta”. È così che migrano oggi i dirigenti, di qua e di là, aspirati dal miglior offerente, nei secoli infedeli, contenitori pronti a tutti i contenuti, essendo i contenuti pronti a tutti i contenitori.
Ma, a detta di chi ci lavora, questi manager oggi ai vertici dell’editoria, una cosa di buono ce l’hanno: si disinteressano totalmente dei dipendenti. È finito così, forse per sempre, il gioco di diventare i favoriti del principe, e il successivo, fatale cadere in disgrazia (sia ascesa che crollo erano astutamente regolati dall’imprevedibile cappriciosità dell’editore-padrone delle ferriere, comunque al fine di creare competitività); finita la necessità di spiare l’umore dell’editore-re sole fin dal suo ingresso in azienda – e se non si riusciva a intravederlo, si poteva capire qualcosa già dal modo, secco o soft, di chiudere la porta del suo bunker; basta con l’essere trasferiti repentinamente in un altro ufficio non appena nel precedente si era instaurata un’atmosfera di pericoloso affiatamento. Ma è anche finita, bisogna dirlo, la figura carismatica, dalla seduzione pitonesca, dell’editore padre-padrone, difficilissimo da lasciare per via di assurdi ma acuti sensi di colpa. Dell’editore che ha dedicato la vita a quel mestiere: che sarà per lui un hobby, un giocattolo, ma anche l’impegno di tutta la sua esistenza.
Ora però bisogna rimboccarsi le maniche per recuperare, se si è fatto parte della corte di questi carismatici e spesso infantili e ancor più spesso megalomani personaggi, la capacità di giudizio che si è decisamente arrugginita, e andare per esempio alla ricerca dei propri gusti perduti. A tutti questi mutamenti-migrazioni assiste in silenzio il popolo sottopagato dei redattori, delle segretarie, dei grafici, per i quali il problema non è di cambiar posto ma di perderlo.

da: Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli, Milano 1997

cultura

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Chiedere cultura è troppo, per questo Paese? Non sarebbe sorprendente sentirsi rispondere che sì, è troppo. E amare la cultura, esserne portato, può diventare uno stigma, una maledizione? Può diventarlo.
Si dice che chi professa la cultura e l’intellettualità tende a raggrupparsi in insiemi ristretti, in conventicole autoreferenziali e settarie di persone che coltivano inclinazioni snobistiche. Spesso è vero. Ma chi decide di rifiutare questo schema offrendosi al resto del mondo, ovvero a ciò che è fuori e a chi è fuori, il più delle volte rimane emarginato, perché non riesce a connettere i propri peculiari contorni a quelli di chi la cultura non la professa, o a cui semplicemente non è incline. Non combaciando i contorni, non c’è corrispondenza, e quando non si corrisponde si è sostanzialmente — se non formalmente — estranei.
Essere incline alla cultura, dunque, senza necessariamente professarla o reclamarla (per non voler sembrare invadenti o importuni), può diventare un problema, se non una maledizione. Perché quando manca il terreno di coltura appropriato, il prezzo da pagare — se si rifiuta l’aggregazione settaria e autoreferenziale, piena di trappole  — è l’isolamento, sancito dall’emarginazione.

L'eptalogo di Spinazzola

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Nella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net – Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo, si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato “Leggere e saper leggere”, Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette regole auree per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell’industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro, visto ancora nella tradizionale struttura di distribuzione cartacea.

1. Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.

2. In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.

3. Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.

4. Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.

5. Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.

6. Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.

7. Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.

Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Il Saggiatore, Milano 2005.