Visione

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Scrivere romanzi progettati e strutturati, cioè finzione con avventure, intrighi, misteri, omicidi, rimane un’attività cerebrale e calcolata, un lavoro: un artificio di posa di fondamenta, di articolazione dello scheletro, di consolidamento di snodi e collegamenti, di vestizione e riempimento, di decoro e orpello, di significazione allusiva e d’illustrazione. E lo si può vivere come rito e liturgia, come un atto sacro che prima di essere compiuto ha bisogno di tanti preliminari: letture, indagini, studi, riflessioni, emozioni nell’immaginare ciò che si creerà. Spesso è sorprendente vedere quanto tempo può passare prima di riuscire a creare materialmente ciò che diventa una storia, in cui un mondo dell’autore verrà abitato dal suo spirito, dai suoi desideri, dalle sue proiezioni. Riuscire a esercitare l’immaginazione, a farla lavorare, a svilupparla, a darle sostanza, a renderla visione e forma dev’essere un’esperienza meravigliosa.

Vocazione

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Accade di trascorrere anni sentendosi distolti da ciò che veramente si vuole, da ciò che si sente come la propria vocazione. Si pensa che se si avesse più tempo a disposizione ci si potrebbe dedicare a ciò che veramente si desidera. Poi, quando questo tempo lo si riesce a conquistare, uno stato d’impreparazione, o di rilassamento, o di distrazione sembra aver annullato il desiderio e la volontà. Così, la vocazione non pare più tale, oppure si tratta solo di ritrovare se stessi. Prima si lavorava tanto, anche in modo cinico e spregiudicato, e ci si era persi. E adesso si è ancora disorientati e lontani dal proprio “sè”, non solo a causa di situazioni esterne, ma anche perché concentrarsi su di sé è difficile e doloroso. Così ci si trova sempre a distrarsi, a pensare ad altro, magari anche cose belle e importanti, anelate, ma questa distrazione fa sì che tutto intorno sembri perdere senso, diventi faticoso e senza scopo tangibile, senza focalizzazione, senza spinta interiore a impegnarsi per qualcosa. Si pensava che nella letteratura potesse trovarsi la salvezza, invece non la si è trovata, e la presunta vocazione s’è rivelata fallace. Ma scrivere è anche catartico, purifica, e al di là di tutto sarebbe una fatica benefica.

Il vero me stesso

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La mia scrittura è ingessata. Finalizzata. Canonizzata. Finché non riuscirò a tirar fuori me stesso, a mettermi sulla pagina così come sono, temo che non ce la farò a superare la crisi. Da tempo mi son reso conto che non riesco ancora a parlare di me, nonostante l’esperienza di scrittura. Credo che il momento sia arrivato, ma forse lo temo: per questo sono reticente, omertoso. È che fin dall’adolescenza mi sono fatto del male, anche consapevolmente, così ho molti segreti. Alcuni inconfessabili, almeno finora. Per questo, scrivere una pagina di diario potrebbe essere un atto salvifico e naturale, ma raramente ci riesco. Gli sprazzi di adolescenza che misi su carta sono andati distrutti, e le poche pagine che eruppero più tardi, quando la vita mi diede i colpi più duri, non le ho ritrovate. C’era un dannato timore a trattenermi, come una specie di ritegno, come se mi sentissi inadeguato al compito, incapace di tradurre in segni il vero me stesso. Mi sembrava di non esserne all’altezza. Invece c’è chi ha bisogno di affidarsi al diario perché altrimenti gli resterebbe l’impressione di non aver vissuto.