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Non so come pensare a te senza farmi riempire da un’ammirazione totale. Un’ammirazione così grande che, quando accade che mi racconti i tuoi timori per un confronto con gli altri, o per una prova che temi di non superare, o il tuo “dovere” di ossequiare qualcuno in maniera eccessiva o ingiustificata, sento una dissonanza che mi lascia disorientato. Quelli sono i momenti in cui ti guardo e cerco di capire il perché di certe cose, se ho equivocato qualcosa di te, o se non comprendo la realtà del mondo. Ma sempre, ogni volta, la mia ammirazione viene confermata, senza incertezze. Anch’io sono sempre arricchito da tempo che passo con te. Non è mai sprecato, nemmeno se lo si pensa come tempo non dedicato a scrivere: perché la gioia e la maturazione che mi dai, l’importanza e il “peso” di questo tuo donarti mi rendono migliore e più consapevole, arricchiscono il mio essere e di conseguenza rafforzano e stimolano il mio talento. Sono felice di farti sentir meglio e più sicura, vorrei che perdessi questa tua soggezione nei confronti degli altri, che ti sentissi pienamente tu, con i tuoi diritti e le tue scelte e i tuoi sentimenti che possano esprimersi senza condizionamenti.
Sei ancora un po’ bambina, e questo mi attrae irresistibilmente: se diventassi completamente donna chissà se mi troveresti così affascinante. Perché forse sono rimasto un po’ bambino anch’io, e forse una donna “completa”, che ha totalmente perso l’innocenza, non mi troverebbe tanto speciale.

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Quando dico che sei un tesoro è perché lo sei davvero. Sei qualcosa di prezioso e speciale in tutto il tuo essere. Quando guardo quel bimbo della foto e vedo te ora, la purezza e la sensibilità nello sguardo è la stessa. E questo non ti deve rendere infelice, non deve portarti a pensare al tuo passato nei termini in cui ci pensi in questi giorni (e nei momenti bui). E sai perché? Ci ho pensato oggi: tu dici che se avessi giocato meglio le tue carte, se avessi fatto scelte diverse, incontrato persone migliori, la tua vita sarebbe stata diversa. Questo è vero. Ma non sappiamo diversa come. Anche facendo scelte ottime, avresti potuto lo stesso fare altri errori; ti sarebbero potute comunque capitare disgrazie o sofferenze. Prima o poi, ne siamo tutti colpiti. Quindi tu sei triste per la vita che hai avuto e che conosci. Ma nessuno può garantirti che se avessi fatto altre scelte a quest’ora avresti una vita migliore; forse sì; probabilmente sì; ma anche no. Tutto quello che abbiamo è quel che abbiamo vissuto e quel che dobbiamo ancora vivere. Non buttiamo via anche il nostro presente e il nostro futuro a causa del rimpianto per il passato. Razionalmente sai che è così, ma emotivamente non riesci ancora a calmare i pensieri negativi. Ci riuscirai, però, lo so. Devi solo volerti bene, e non te ne vuoi ancora abbastanza. Guarda nei miei occhi quanto sei degno di stare a questo mondo, senti nei miei baci e nella mia ammirazione tutto il valore della tua persona… io ci riuscirò a fartelo capire, prima o poi, che nessuno dei tuoi errori più gravi ha intaccato la tua anima e la tua Bellezza e che quest’anima e questa purezza puoi ancora spenderle e trarne tanto, tante soddisfazioni anche per te stesso. Hai incamerato tanto in tutti questi anni: e ora, dolcemente e con sempre maggiore entusiasmo, tireremo fuori tutto. Non guardarti con gli occhi della tua severità: guardati coi miei occhi che da subito, ancor prima di vederti, si sono fissati sulla tua Bellezza di persona; guardati con lo sguardo un po’ tenero e un po’ sornione di Alf, che è un orso, eppure con te si è aperto subito: questa è una cosa grandissima: tu non ti rendi conto di che bella impressione fai nelle persone sagge, quelle che hanno un minimo di sensibilità. Allora, fidati di noi, di queste persone sensibili che il destino (o Dio) ti ha fatto incontrare. Non guardarti solo con gli occhi delle persone poco sensibili con le quali sei cresciuto (per es. i tuoi amici di gioventù o alcuni parenti). Sei un uomo dolce, generoso, capace di trasmettere tanto affetto; sei intelligente, arguto e simpaticissimo; sei stupendo, e prima o poi lo capirai anche tu. Ricordati che non sei mai solo, anche quando ti senti solo e dannato. Il mio pensiero ti abbraccerà e sosterrà sempre!

Sorgente di vita


In questa lettera (tratta da: Simone Weil – Joë Bousquet, Corrispondenza, SE, Milano 1994), della quale riporto un brano, ho trovato molte risposte a una condizione esistenziale che non comprendevo.
Il testo integrale è qui.


Sono giunta
al punto che non posso assolutamente concepire l’eventualità che un qualche essere umano provi amicizia per me. Se credo alla sua, è semplicemente per quel tanto che la ragione mi suggerisce di credervi poiché ho fiducia in lei e da lei ricevo l’assicurazione di questa amicizia. Ma per la mia immaginazione, essa rimane comunque impossibile.
Questa disposizione dell’immaginazione mi induce a una gratitudine tanto più tenera verso coloro che compiono questa cosa impossibile. Perché l’amicizia è per me un beneficio incomparabile, senza misura, una sorgente di vita, in senso non metaforico, ma letterale. Poiché non solo il mio corpo, ma la mia stessa anima, interamente avvelenata dalla sofferenza, sono inabitabili per il mio pensiero, è necessario che esso si trasferisca altrove. Non può abitare in Dio se non per brevi istanti. Spesso abita nelle cose. Ma sarebbe contro natura che un pensiero umano non abitasse mai in qualcosa di umano. Così, letteralmente, l’amicizia dona al mio pensiero tutta la parte della sua vita che non gli deriva da Dio o dalla bellezza del mondo.
Può dunque ben comprendere quale dono lei mi ha accordato offrendomi la sua amicizia.
Le dico queste cose perché so che può comprenderle; nel suo ultimo libro c’è una frase in cui mi sono riconosciuta, sull’errore in cui cadono i suoi amici quando credono che lei esista. È, questa, una disposizione della sensibilità comprensibile solamente a coloro per i quali l’esistenza è direttamente e continuamente sentita come un male. Per costoro è certamente facile fare quanto Cristo comanda: negare se stessi. Troppo facile forse. Forse senza merito. Tuttavia credo che tale facilità sia un privilegio incommensurabile.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 12 maggio 1942)

Quattro mani


Mi è piaciuta molto questa tua incursione nelle scritture “a quattro mani”. È un argomento che ancora non avevo visto affrontare così. Condivido in pieno ciò che dici: quasi tutte le scritture in collaborazione s’inquadrano negli schemi del “genere”. Credo che il motivo sia la sostanziale laboriosità del processo creativo: laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto — spesso per blocchi –, discuterlo, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. In definitiva, credo sia un processo creativo che implica necessariamente una laboriosità artigianale, che non può evitare d’inquadrarsi in schemi codificati. Ma l’estro artistico è individuale, non si potrà mai ridurre a un esercizio che, per quanto virtuosistico e ispirato, dovrà sempre esser governato da pragmatiche regole operative. Come giustamente dici, la necessità è quella d’imbrigliare all’interno di strutture fisse una fantasia altrimenti incontrollata. Ma non solo. Se le teste pensanti e creativamente “partorienti” sono due, sono necessari anche altri esercizi: di generosità; di capacità di rinunciare — in tutto o in parte — ai propri impulsi creativi e ideologici per avvicinarsi a quelli dell’altro; di “abdicare” al proprio statuto (illusorio o reale) di artista creatore, per misurarsi in un’altra dimensione, che prevede una comunione d’idee, d’intenti, di visione, di metodologie, di sensibilità.
Ci sono poi le coppie che scrivono per puro esercizio dettato da ragioni commerciali: come certi “noiristi” — della prima o dell’ultima ora — che, stimolati dai propri editori o agenti, si dividono i compiti creando ciascuno la sua parte e poi cucendo i blocchi. In quei casi ci si accontenta di rimediare (ma non sempre) le disomogeneità facendo un lavoro finale sulla cifra stilistica. Ma questa è un’altra storia, che qui non credo c’interessi. Insomma, scrivere in due non è facile, e difficilmente lo si può conciliare con le sublimi categorie dell’Arte.

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Un giorno parleremo meglio, e mi spiegherai perché “hai deluso tutti” e ti senti “una sconfitta”. Cose assurde, considerata la tua giovane età: c’è gente che non si arrende mai ed è capace di ricominciare a quaranta, cinquant’anni. E poi è inesatto che ho degli amici: ho vissuto senza amici per più di vent’anni, dopo una lunga gioventù bruciata che ha lasciato dietro di sé molti morti, per droga, malattie e disperazione. Parleremo, un giorno, e mi dirai perché ti senti una sconfitta. Di sicuro sei molto intelligente e sensibile, e sei molte altre cose, lo vedo, lo sento.  Se sei imbranata, questo si mescola alla tua dolcezza e crea qualcosa di molto speciale. Mi piace quando dici che t’infondo sicurezza e che senti il mio sguardo senza vederlo: dici che è attento e accogliente, e animato da una curiosità “buona” che lo rende acuto ma non invadente.  Ma devi spiegarmi come riesci a vedere che mi sono salvato l’anima: le sofferenze non sempre la raffinano, spesso anzi accade il contrario.