· 43


Adesso che hai trovato una “luce” ulteriore, devi solo riuscire a rilassarti e ad accettarlo. È davvero paradossale che spesso si faccia tanta fatica nell’accettare anche le cose belle; a volte la bellezza e la bontà che incontriamo ci fanno soffrire quanto il dolore e il male, se non siamo disposti ad accoglierle, se non ci sentiamo pronti. Ci fanno venire i sensi di colpa che conosci bene, i dubbi. È naturale questo, ma è un modo chiuso di vivere la vita, arrotolati su se stessi come ricci. Bisogna aprirsi, rilassarsi. Tutte cose che dico a me stessa e che non sempre riesco a praticare ma quando ci sono riuscita ho sempre capito che era la cosa più giusta e buona. Nella Bibbia c’è scritto che una persona buona e giusta non è quella che non pecca (o non sbaglia) mai, ma è quella che se pecca 7 volte, fa il bene 70 volte. Cioè non sta lì a pensare ai propri peccati ed errori, li commette ma poi va avanti, è già proiettato ad amare, ad aprirsi, a lasciarsi stupire e travolgere da tutto quel bene che, nonostante peccati ed errori, può ancora e sempre dare e ricevere. Mi sembra un discorso che si può benissimo applicare anche a noi!

· 27

È vero, come dici tu, che hai commesso delle colpe. E riconoscere di essere stati immorali e amorali non è affatto una cosa leggera. Lo dice una che su certe cose non transige. Però (e questo “però” è un macigno, non lo si può ignorare): tu hai riconosciuto le tue colpe e ne sei pentito. Tu ti comporteresti ancora così sul lavoro, per esempio? È questa la domanda decisiva. Se ti senti in colpa e riconosci di aver gravemente sbagliato e non vuoi farlo più… ne sei fuori. E pian piano dovrai convincerti di questo. Ogni parte di te dovrà convincersene. Ci sarà una grossa differenza tra uno schifoso, ad esempio, che dopo aver mandato sul lastrico centinaia di poveri investitori, mentre viene arrestato saluta le telecamere con un bel sorriso, e uno che non dorme sonni tranquilli solo perché si sente in colpa? Allora, io non sono per gli spensierati colpi di spugna; ma anche una crudele intransigenza non va bene, perché t’impedirebbe di cambiare e diventare una persona migliore, quella persona pura che sei e che vuoi essere… e che io vedo. Ricordi la cura omeopatica? Se vuoi purezza e bellezza devi circondarti di purezza e bellezza: e già lo fai. Quindi, con calma e perseveranza, il fardello si alleggerirà, già si sta alleggerendo.

· 26

Il tuo attaccamento alla vita, al concetto stesso di vita, dimostra la tua positività e solarità. Tu, finora, hai fatto cose pulite e belle, e se hai fatto del male puoi averlo fatto solo a te stessa, mai agli altri. I sensi di colpa non possono esistere in te, perché sono suscitati dall’infelicità di qualcun altro, che te l’ha sciaguratamente addebitata, come un “peccato originale” del tutto immaginario. Il mio caso è diverso: io, preso da una specie di disperazione esistenziale, ho fatto il male, l’ho praticato, sono stato immorale e amorale. Perciò soffro di questa “intossicazione” interiore che va ad aggiungersi a quella fisica. Per questo ho ancora gli incubi. In me la colpa c’è: perché ho compiuto atti in qualche modo nefandi, a dispetto di una mia naturale inclinazione al bene, se vogliamo. Ora, se il tuo sentirti aliena non può configurare una colpa, nemmeno il mio sentirmi alieno (come te) configura, in sé, una colpa: la colpa mi è data da quell’infrastruttura “esperienziale” e comportamentale che mi ha contraddistinto. Ma questo mio brutto bagaglio di esperienze e comportamenti è sempre stato in conflitto con uno stato dell’anima che è simile al tuo, cioè anela e inclina alla purezza. Perché la purezza resta la mia cifra, il mio ideale, la mia predisposizione naturale. Questo ormai lo so, e questa è una delle ragioni del mio essere (e sentirmi) alieno a gran parte di ciò che mi circonda.

· 25

Quel passo di Lester: l’ho letto con attenzione e pensando a te (come tutti i suoi pensieri, del resto). Mi ha ricordato cose che mi hai detto fin dal primo giorno. Il tuo sentirti a volte sbagliato, inadeguato, gravato del tuo errore (per esempio quando dice che il mondo lo delude e lui delude il mondo), diverso… Mi ha colpito quando dice che non vuole morire, perché vuol continuare a cercare, ma se per questa ricerca deve correre rischi che potrebbero anche portarlo alla morte, allora è pronto a correrli. L’ho ammirato. Mi sono sentita vicina a te, molto, forse è naturale, dopo tutte le nostre confidenze. Non so invece fino a che punto io sarei disposta a rischiare: non so se tornerei “là sotto”, insomma, perché il mio attaccamento alla vita si traduce spesso nel non voler correre rischi. Forse anche a costo di perdermi qualcosa… non so. Fuori posto, invece, mi ci sento sempre, in questo siamo proprio simili. Pensa che anche oggi, mentre dalla mia postazione osservavo le persone passare, e come ti ho detto stavo bene, ero felice e soddisfatta, mi chiedevo tuttavia cosa ci facevo lì, cos’avevo in comune con loro, mi sentivo irrimediabilmente aliena, anche se parevo così normale. Ma è da quand’ero piccola che mi sento così, e credo non cambierò mai. Non è una sensazione triste, però, mi è naturale. Può diventare triste e dolorosa solo quando si aggancia ai sensi di colpa, al sentimento d’inadeguatezza. Sentirsi diversi è un conto, ma sentirsi diversi perché colpevoli o inadeguati è tutta un’altra cosa…

Trenta gennaio


Oggi cade il ventiseiesimo anniversario della morte di un mio amico — amico intimo per molto tempo, prima che il suo esaurimento ci separasse — che quel giorno, in cui compiva ventitrè anni, si stese sui binari del treno e la fece finita. Quella tragedia mi sconvolse e mi lasciò a vagare disorientato per mesi, senza scopo né idee sul futuro. Ripensandoci oggi, mi accorgo che nessuno di quelli che gli stavano intorno, a cominciare dalla famiglia e a finire da noi amici che piano piano ci allontanammo, riuscì a capire la portata del suo male, nessuno sembrava in grado di mettersi in sintonia con lui, e nemmeno di provarci. Lo sforzo sembrava troppo grande per volercisi dedicare. Alcuni, me compreso, agirono anche male, cioè ebbero comportamenti impulsivi e sbagliati, non rendendosi conto di quanto questi potessero aggravare la sua situazione e spingerlo ancor più lungo la discesa. Questa tragedia fu per me la “prova generale di senso di colpa” che preluse all’affondo esistenziale, definitivo e irreversibile, che sarebbe avvenuto il primo settembre di quello stesso anno.

 

· 17


Rileggendolo, c’è l’inizio, in cui parli del diario, che non sembra entrare molto col resto. Ma quel che dici in quelle tre righe mi fa ricordare di quando a volte mi hai parlato dei “fantasmi” che ti aleggiano intorno e di cui ancora non sei riuscito a liberarti. Perché non ti senti “degno” di mettere su carta le tue pulsioni? Sempre per il senso di colpa? È la vocina che ti senti dentro? Se è così, dato che abbiamo detto che per te l’espiazione è finita, dovresti comunque provare a farlo, come un esorcismo, o come pulizia mentale. Oppure, se non vuoi scriverlo sul diario, scrivi o parlane a me, o a qualcun altro di cui ti fidi. In parte con me l’hai fatto, ma forse hai ancora troppe cose che ti tieni dentro. Forse per guarire e per farla finita con l’espiazione devi tirarle tutte fuori, queste cose, ancora e ancora, fino a che i fantasmi si saranno dissolti.
Cosa ne pensi?

Rappresentazioni mentali


Se uno vuole puntare verso mete significative, deve comunque conoscere se stesso, le proprie carenze, i punti deboli del proprio carattere. E le debolezze, quando si manifestano, non devono né stupire né spaventare: le si deve osservare per imparare a vincerle. La tendenza a rimuginare sui propri errori, poi, è comunissima, come quella ad autoprocessarsi e a condannarsi. Così ci sono persone talmente abituate a un regime autopunitivo che non riescono ad accettare una lode, anche se meritata, senza provare un senso d’ingiustizia o d’imbarazzo, se non di colpa. E questo è male, perché così respingono importanti gratificazioni che aiutano il benessere e la creatività.
I modelli comportamentali, dunque, possono essere o vincenti o perdenti (o anche neutri, dice qualcuno, ma l’immobilismo totale pare che non giovi comunque). E questi modelli sono determinati soprattutto dalle rappresentazioni mentali, che quando sono negative non permettono di dare risposte adeguate alle situazioni difficili. Se si aggiunge poi l’eccessiva insistenza sul passato, si va a impedire la disponibilità verso il nuovo e ci si chiude la strada per quegli atteggiamenti creativi necessari allo sviluppo di sé.

CONGIUNZIONI

Leggo nel libro La depressione di Giovanni Jervis, edizioni Il Mulino, che si tratta di un disturbo psichico in cui l’ereditarietà — o per meglio dire, la predisposizione ereditaria — ha un peso notevole.

Poi, più sotto, in un inciso fra parentesi:

Per esempio una persona può avere avuto un’infanzia infelice, beninteso per motivi del tutto indipendenti da qualsiasi sua predisposizione, e questo fatto può aver lasciato una traccia indelebile nel tono prevalente del suo umore, rendendola più esposta alla depressione; o ha percorso l’adolescenza tormentata da sentimenti di inadeguatezza; oppure, da adulta, è stata colpita da un lutto gravissimo e inatteso in un periodo della sua esistenza in cui era del tutto impreparata a un evento del genere.

Qui la congiunzione coordinativa disgiuntiva “o” sembra indicare un’alternativa, ovvero un’equivalenza: uno ha avuto questo, o quello, oppure quell’altro.

Ma se invece la persona in questione queste cose le avesse avute tutte e tre? Supponiamo che abbia avuto un’infanzia infelice e un’adolescenza tormentata da sentimenti di inadeguatezza, aggravati da situazioni di esclusione, e anche un lutto gravissimo — come un suicidio — di cui si sente oggettivamente responsabile. Se una persona avesse avuti tutti e tre questi regali e non se ne fosse ancora liberata, mi chiedo, avrebbe diritto o no di essere depressa, senza dover subire le rotture di scatole di chi gli sta intorno?