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Risposta ad un invio


Ieri il nostro scambio incrociato di lettere è stato tremendo! Ne avevamo due per volta in circolazione! Non facevamo in tempo a rispondere a una che ne trovavamo un’altra arrivata nel frattempo! Ho passato tutta la sera a scriverti, alla fine (già ero stanca dalla giornata trascorsa). Ma è stato bello, vero? Eravamo come un fiume in piena, avevamo tutte quelle cose da dirci e non riuscivamo a fermarci. Dopo che ci siamo salutati, essendo stanchissima sono corsa subito a letto, ma avevo addosso ancora tutta l’agitazione della serata e non riuscivo a rilassarmi, allora ho letto un po’ de “L’uomo a rovescio” di Fred Vargas e – guarda caso – ecco cos’ho letto:
Lawrence faceva rotta verso Camille, tirando la moto al massimo. Giorni e notti che non la vedeva. Gli mancava tutto. Le sue parole, il suo viso, il suo corpo. Aveva vissuto momenti massacranti, e aveva bisogno di lei. Camille lo tirava fuori dal silenzio, dall’isolamento.
Ho pensato alle volte che sei corso da me, perché avevi bisogno di vedermi. Per esempio quando ero in biblioteca e non dovevamo vederci, ma a un certo punto tu m’hai mandato un messaggio dicendo che avevi bisogno di venire da me solo per mangiare un tramezzino insieme e poi tornavi subito via, e io all’una son venuta lì e tu m’hai abbracciata e ti sei messo a piangere perché eri triste a causa del tuo malessere. Ti ricordi? Però quel brano descrive anche l’urgenza che provo io; ho lo stesso bisogno di vederti che Lawrence prova per Camille e che tu provi per me. Siamo uguali in questo: sia a me che a te manca tutto dell’altro. E ci tiriamo fuori reciprocamente dal silenzio e dall’isolamento. Perciò, dopo aver letto questo brano e esser stata inondata da questi pensieri rassicuranti, mi sono sentita rilassata e tranquilla e ho potuto dormire serena (un grazie a Fred Vargas!).

 

Bunga Bunga al Covent Garden

Leggendo su Vanity Fair un’intervista — intitolata Bunga Bunga al Covent Garden — al giovanissimo direttore d’orchestra Daniele Rustioni, “che per 15 anni ha fatto solo casa-conservatorio, poi ha imparato a sopravvivere all’orchestra ed è diventato famoso”, trovo dei temi che, se non nuovi, restano comunque interessanti nella loro trasparente semplicità. Perché aiutano a mantenere chiaro il fatto che in tutti i campi — tutti — c’è un filo comune che unisce la vita e l’esperienza e riesce a rappresentare le cose.

“… in Inghilterra ti fanno crescere in modo graduale, senza spintarelle, lobby, famiglie… Piccoli passi e meritocrazia”.

“In altri paesi — sì certo, anche in Italia — ci possono essere altre logiche. Quando girano sempre gli stessi nomi, qualche domanda bisogna farsela.”

“Un nome straniero appare più interessante. Vale anche per me: se non fossi andato in Inghilterra forse non mi avrebbero dato spazio, invece qualcuno avrà pensato: Ah, Rustioni! E’ a Londra, allora è bravo!”

“In Italia siamo tutti molto passionali, con poca cultura del cosiddetto collettivo: ognuno pensa di dover dire la sua, e a volte è difficile tenere durante le prove la stessa serietà e professionalità che ci vuole davanti al pubblico. Così, se in altri Paesi a volte l’orchestra dà il meglio durante la prova, in Italia non ci sono dubbi, ed è incredibile, l’orchestra si trasfigura quando si alza il sipario: scatta la magia, il fuoco, la passione, il miracolo all’italiana.”

“Il silenzio e la disciplina delle persone con cui lavori vanno conquistati con la concentrazione, la fiducia, la passione. L’autorevolezza la si acquisisce con competenza, estrema autenticità, studio.”

Com’è l’Italia, vista dall’estero?
“Sconcertante. E’ chiaro che in questo momento ci facciamo ridere dietro, e a volte mi vergogno. Ma il vero problema non è Berlusconi, che privatamente può fare quello che vuole, è la pratica di governo, la politica dei tagli: la cultura è la nostra risorsa, eppure non creiamo più nulla, perfino in Tv ci limitiamo a copiare. La musica e la cultura sono valori sociali: purtroppo la nostra classe dirigente è formata da ignoranti. Che dire? Se Bocelli rimane il nostro unico baluardo, siamo messi male.”

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“Scrivere una breve pagina di diario”: un atto naturale e salvifico. L’idea di scrivere diari mi ha sempre attirato, perché credo che nel diario stia l’essenza di un autore: chi vuole conoscerlo, secondo me, deve leggerne anche la vita. Eppure, una specie di ritegno — tuttora invalicabile — mi ha sempre impedito di mettere su carta il vero me stesso. Come se non me ne sentissi degno. Un blocco dalle radici profonde: anzi, è possibile che se riuscirò a superare questo blocco, cioè a esplorare e a risanare queste radici, forse tornerò a respirare come un uomo normale. Io mi trovo in una situazione analoga alla tua: lontananza, pace e silenzio, libri e scrittura di finzione, allontanamento dalla frenesia d’una vita brulicante e consumante (che per ora non rimpiango). Però soffro di una mancanza di focalizzazione, di un centro, e forse anche di un’identità. Vecchie tragedie familiari pesano ancora sulla mia capacità di guardarmi dentro. Non mi conosco fin dove vorrei, e mi sembra di non aver il coraggio di avventurarmici. Non riesco a mostrarmi nemmeno a me stesso.