Un lungo trainspotting

— È curioso ad esempio che Ewen Bremner, che nei due film di “Trainspotting” interpreta Spud, nell’adattamento teatrale intrepretasse Renton.

«Sono più punti di vista su un personaggio: è interessante, no? Io stesso imparo molto dal teatro, perché gli attori sono a loro volta dei narratori, modificano i personaggi, li fanno crescere. Tu lo vedi accadere davanti a te e poi lo riporti nella tua scrittura. Il modo in cui gestisco oggi personaggi come Renton o Spud è certamente frutto anche di come li ho visti interpretare».

— Personaggi, questi, da cui lei non si è mai staccato. Li ritroviamo anche, giovanissimi, in “Sgagboys”, e fanno capolino anche in altre sue opere, quasi che concorrano a creare un’unica grande narrazione.

«Non è mai facile spiegarsi come si formi la propria opera complessiva. Credo che in qualche modo un autore scriva sempre la propria biografia, e quindi torna sulle stesse figure, che abbiano lo stesso nome o meno. Certo, negli anni si diventa molto più consapevoli: quando scrivevo Trainspotting mi muovevo a casaccio, cercando di inquadrare le storie più assurde che avevo vissuto o che avevano vissuto i miei amici, o la gente del mio quartiere. Oggi, dopo altri undici libri, sono molto più consapevole delle scelte narrative e stilistiche che faccio. Posso dire di sapere qual è il campo di indagine del mio lavoro. Al di là dell’affresco sociale e dell’autobiografia letterariamente mediata, credo si possa riassumere in domande come: perché la vita, a volte, è così dura? Perché ci facciamo del male da soli? E quindi lavoro in modo diverso più mediato. Dall’altro lato è chiaro che non si può più avere quell’ingenuità che si ha quando si è all’inizio: quanbdo si comincia a scrivere ci si muove istintivamente, senza sapere che poi ciò che si è fatto condizionerà tutta la nostra produzione complessiva».

Irvine Welsh intervistato da Vanni Santoni, la Lettura #281, pag. 21

Utopia postmoderna

«Bisogna fare una grossa differenza tra il tempo moderno e ciò che è emerso successivamente, la postmodernità. Nella modernità è prevalsa l’idea del futuro, l’idea di una società perfetta. Le due grandi caratteristiche dell’utopia moderna sono la lontananza nel tempo e la negazione dello spazio, o meglio, la de-negazione dello spazio. Una sorta di spazio sradicalizzato. Nel postmoderno, invece, l’utopia non è più estensiva, ma intensiva. Un accomodamento nello spazio. Le giovani generazioni non sono più politiche ma tribù che praticano un’utopia quotidiana, in gruppi musicali, artistici, sportivi, religiosi, col passaggio dall’utopia lontana a una vicina. La postmodernità come sinergia tra arcaismo (archè) e sviluppo tecnologico. Le tribù e Internet.
È l’utopia dell’hic et nunc, un’utopia di nicchia. La definisco interstiziale perché appartiene al presente, non riguarda un futuro lontano, ma s’insinua nei piccoli spazi che restano liberi. Una sorta di “einsteinizzazione” del tempo, cioè una contrazione e una concentrazione nello spazio. Quasi un radicamento dinamico, quindi l’utopia come radicamento nel presente».

Michel Maffesoli intervistato da Carlo Bordoni, la Lettura #252, pag. 9

Oblomoviana VI

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Una volta che rincasarono molto tardi, Oblomov protestò con maggior forza contro quel modo esagitato di vivere.
«Giornate intere senza togliermi gli stivali», brontolò infilandosi la veste da camera. «Bruciano i piedi addirittura! Non mi piace questa vostra vita pietroburghese!», proseguì, sdraiandosi sul divano.
«Allora, che vita ti piace?», domandò Stolz.
«Non quella che faccio adesso».
«Che cosa, precisamente, non ti piace di questa vita?»
«Tutto: le continue corse come a gara, l’eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l’avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l’un l’altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: “A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l’appalto.” “Scusate, per quale ragione?”, grida qualcuno. “Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell’altro ha guadagnato trecentomila rubli!”. Che noia, che noia, che noia!… Ma dov’è l’uomo? Dov’è la sua interezza? Dove si è nascosto? In quali sciocchezze si è sminuzzato?» Continua a leggere “Oblomoviana VI”

Essere ascoltati

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Che poi, questo mio cercare un confronto con altri – anche con persone conosciute da poco, se mi danno l’idea di essere fondate – deriva dalla mia sostanziale fragilità: da qui il bisogno concreto di essere ascoltato, visto che è ancora difficile mettersi in linea col mondo ed essere accettati per come si è.

# 10

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Quella brutta ombra che continua a soffocarmi dev’essere sconfitta. Deve. Lei dice che non posso aver paura, visto che non sono solo. E che essendo parte di un tutto, come lei e come tutti, devo solo ricordarmene sempre e riconoscerlo. Guardare l’esterno, la morfologia, può aiutare: gli alberi, le colline, un torrente, o il mare. E naturalmente il cielo, e poi le parti di me stesso. Le mani, ad esempio, secondo lei sono una testimonianza del mio valore, perché è con quelle che ho creato le cose, anche semplicemente facendo scorrere la penna. Se non riesco a lavorare, devo distrarmi, pensare al fuori da me, all’alterità del mondo. Questo dice lei: fare qualcosa, senza fermarsi, e guardare l’alterità, attribuendole le proprie proiezioni, spargendovele senza paura, per poi guardarne l’effetto. La frammentazione consente d’indebolire la paura e di recuperare la visione reale, nelle sue componenti. Seguire la respirazione, mentre accade tutto questo, è fondamentale: riprenderne la fluidità e non permetterne più la sincope. Devo anche rileggere le sue lettere, dice, per sentire quanta vita ho nutrito intorno a me. Non siamo inutili, nessuno è inutile, dice. Ne è sicura.

# 9

Bacon-LucianFreud

Distruggere una vita si può. Con un gesto – o con una serie di gesti, comportamenti, strategie – compiuto in modo distaccato oppure coinvolto, ma comunque non consapevole dell’enormità di conseguenze che può generare. Dal gesto – o comportamento, o strategia – di qualcuno, può scaturire un’irreversibile vita di fallimenti di qualcun altro. Senza che quel qualcuno possa rendersene conto: perché la vita è complessa, e nessuno può trovarsi contemporaneamente nella propria testa e nella testa di un altro.