sogno 2

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Svegliatomi molto presto, m’è capitato di riaddormentarmi e quindi di fare un lungo sogno complicato che ho ricordato bene dopo sveglio.
Avevo a che fare con una casa – probabilmente la mia casa, anche se era diversa da quella reale – che guardavo dall’esterno, cercando di scrutare attraverso le finestre aperte. Dentro doveva esserci qualcuno, evidentemente un intruso, e questo ovviamente mi turbava. Ma restavo fuori, per un motivo che ora mi sfugge; in più ricordo che avevo con me il mio cane: non perché l’avessi portato a fare una passeggiata, ma perché l’avevo agguantato per non farlo andare in giro per i fatti suoi. Lo conducevo per il collare attraverso un dedalo di viuzze in salita e in discesa, scalinate e scivoli che s’insinuavano in un agglomerato di case che somigliava a un vecchio borgo, con la differenza che gli edifici – compresa la mia casa – erano rifiniti e spigolosi, con linee essenziali e ricercate che ricordavano l’architettura fascista.
Portando con me il cane, sentivo che lui mi addentava l’avambraccio per ribellarsi, ma non lo faceva con convinzione: i suoi somigliavano a morsi dimostrativi, come se non s’azzardasse a farmi male. Infatti non me ne preoccupavo, pur essendo le sue mandibole lunghe e robuste, capaci di ferire davvero. Ma il mio cane, a quanto ne so, non mi morderebbe mai, e questa convinzione mi seguiva anche nel sogno.
Le strade – strette e sinuose – erano assolate, come sono le giornate che mi stanno accompagnando da qualche tempo. Giornate piene di vuoto, per lo più. Cioè, non giornate vuote, ma giornate piene di vuoto. Chissà che vorrà dire.

 

libri

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Io compro più libri di quelli che riuscirei a leggere: compro quando ho la sensazione che quel libro mi potrà servire per future ricerche o ispirazioni per produrre qualcosa, oppure quando è un classico che mi manca e so che non posso non avere.
Spesso, nello scegliere un libro, sfrutto l’intuizione, il fiuto. Le biblioteche le ho frequentate, ma non mi appagano. Io il libro ho bisogno di possederlo, di farlo mio. Ho un’attrazione fisica per i libri, a volte li accarezzo e li guardo, pago del pensiero di averli con me, sempre e incondizionatamente. Per questo non usufruisco molto delle biblioteche. E per questo, leggo libri che sono stati comprati due, tre, quattro, cinque anni prima.

 

E adesso chiudete il premio Strega

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Nel paese in cui nessuno legge ma tutti hanno scritto un romanzo, nell’Italia che ha perso la sua grande letteratura e che non esporta più un libro, i premi letterari sono settemila. Settemila imbrogli nelle mani degli editori che ogni anno si mettono d’accordo, battagliano, litigano, si strappano i capelli, e poi si spartiscono il premio che ovviamente è per definizione “prestigioso”; oggi tocca alla Rizzoli, domani alla Bompiani, magari l’anno prossimo lo facciamo vincere alla Mondadori. Strega, Campiello, Viareggio, Bagutta, Bancarella, Pozzale, Frignano, Grinzane Cavour, Mondello, e poi centinaia di Polifemi d’oro, limoni d’argento, cassate di bronzo, non c’è comune e regione, organizzazione e associazione strapaesana, privata e pubblica d’Italia, che non abbia istituito un premio, che non intenda ricompensare e promuovere la nostra cultura nazionale, ormai spacciata soltanto nei confini sempre più angusti del familismo provinciale. Gli stranieri i nostri libri non li comprano, non li leggono, non ne parlano, e un motivo ci sarà, basta chiedere all’Istat per scoprire che dei nostri scrittori super premiati, in Francia e in Germania, in Inghilterra e in America, non sanno che farsene; dell’intera produzione letteraria esportiamo appena il 3 per cento. Ma tra di noi ci premiamo molto.

Leggi tutto: http://www.linkiesta.it/premi-letterari-moratoria

 

prender posizione

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Stamattina sono rimasto colpito dalla ridda di pensieri che mi passano per la mente quando mi sveglio e resto nel letto pensando a cosa fare: alzarsi o no? è un giorno feriale o è festa? ci sono pericoli là fuori?, queste le prime preoccupazioni che s’affacciano. Ma dicevo dei pensieri: stamane, ad esempio, ricordo bene di aver inanellato una fila di ragionamenti che mi hanno addirittura stupito per la loro sagacia e pertinenza, al punto che m’immaginavo di avere un interlocutore, o addirittura un uditorio, col quale condividere le mie “rivelazioni”. Ora, però, non ricordo più nulla di questa avventura intellettuale, non so dire di cosa si ragionasse, quali gli argomenti e il tenore delle osservazioni. Di tenere un taccuino accanto al letto me l’hanno suggerito in molti, ma quando ci si trova nel dilemma di uscire dalle coperte o di restare a catturare qualche altro frammento di sonno, non è facile prender posizione.

 

Roberto Bolaño: i dieci motivi

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La seconda cosa che mi piace di Bolaño è la sua scrittura sgangherata, che se ne frega delle ripetizioni e che pare sgorgare così come viene, da un cervello in ebollizione perenne. Ci credo che scrisse un romanzo in tre settimane. A volte mi capita di leggere delle recensioni in cui si loda un romanzo per il suo stile “sorvegliato”, e mi fa l’effetto di qualcuno che involontariamente ti rivolge un complimento insultandoti, senza accorgersi di aver sottolineato un difetto e non un pregio. Come si fa a considerare un pregio una scrittura “sorvegliata”? Quando leggo voglio verità di vita, non m’interessa chi sta attento a cosa dire e come dirlo, quello lasciamolo fare agli ambasciatori e ai politici. E se proprio devi levigar e smussare, almeno fallo in modo che non me ne accorga, come raccomandava La Capria parlando dello stile dell’anatra, che sull’acqua si muove come fosse immobile, col busto eretto e fermo, ma sotto la superficie, dove non si vede, si agitano vorticosamente le sue pinnette.

leggi tutto:
http://lavienbeige.wordpress.com/2013/05/23/10-motivi-per-cui-mi-piace-bolano

 

show-woman

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Negli ultimi giorni ho ricominciato a ricordare i sogni, quelli fatti prima di svegliarmi, naturalmente. Quelli di stamattina sono troppo confusi, perché ho lasciato passare troppo prima di mettermi a parlarne, ci ho frapposto una bella colazione fatta di frutta, di pane di kamut con la marmellata senza zucchero, di biscotti bagnati nel caffè. Quindi ricordo solo l’immagine — le immagini — più forti che mi si sono impresse: quelle di una show-woman che identificavo come Simona Ventura, la quale indossava un lungo vestito di scena rosso e stava di spalle su un palcoscenico, e lentamente si girava e mostrava un viso imbruttito e artefatto, visibilmente truccato, lamentandosi del suo imbruttimento. Poi tornava a volgere le spalle, e dopo un po’ si girava di nuovo e mostrava un volto ancor più brutto e deformato, somigliante a un mostro; poi si girava ancora per qualche secondo e, quando tornava a mostrare la faccia, aveva una specie d’impalcatura orrenda in cui gli occhi si distinguevano a malapena, un mostro ancor più orrendo da trucco di cinema. Ma è naturale, pensavo, sono effetti speciali; però è evidente che va sempre peggiorando, e questo non rassicura.
Quando ho aperto gli occhi, come mi accade raramente ho avvertito l’ultimo sussulto del russamento (stavo a pancia in giù).

 

brandelli

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È la prima volta dopo molto tempo che ricordo brandelli di sogno. Mi trovavo in una specie di azienda od organizzazione e il mio ruolo era importante, visto che l’emissario del capo mi diceva: “Ora vado a consultarmi e poi decideremo la mossa da fare. Questo momento è molto delicato”. Ma io, invece di restar lì in attesa di disposizioni, tornavo a casa, convinto che questo non avrebbe avuto conseguenze; poi prendevo il telefono per chiamarli e avere notizie e sentivo all’altro capo le loro voci che mi cercavano: “Niente da fare, non c’è”; “Non risponde, non si trova”. Io dicevo “Sono qui, pronto, pronto!”, ma loro mettevano giù. Allora tornavo a chiamarli, ma all’improvviso mi arriva la telefonata di un amico con cui faccio affari: mi cerca, ha bisogno di me. “Posso richiamarti fra un minuto?” gli chiedo tutto concitato. “Eh, buonanotte!” risponde lui, “Allora lasciamo perdere”. “No, no, aspetta, ma che dici?”, insisto. Doveva solo aspettare un po’ e ci saremmo parlati, che problema c’era? Mai successa una cosa del genere. “Aspettami che ti richiamo”, ripetevo, ma lui voleva chiudere: “No, lascia stare, non si può”. Così la cosa mi sfuggiva dalle mani, mentre dall’altra parte quelli che mi cercavano probabilmente concludevano che m’ero eclissato e reso irreperibile, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Una catastrofe, insomma. Poi mi son svegliato. Un po’ storto, va da sé.

 

ventiquattro dodici

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Oggi è il suo giorno di nascita, ed è un giorno sacro, per me. E la sua gratitudine trova uno specchio perfetto nella mia gratitudine, semplicemente perché esiste così com’è. Ora vorrei poterle trasmettere ancora di più, perché confesso di esser stato pigro, in questi anni, rispetto a quel che merita. Allora ricomincerò a spedirle cartoline illustrate, o lettere dentro la busta, come si faceva ai tempi dell’innocenza (quell’Innocenza che lei è riuscita a non perdere del tutto, e forse anch’io). Da adolescente coltivavo anch’io la pratica di scrivere lettere, perché mi piacevano le carte, le buste, i francobolli, l’attesa del postino. Ebbi molte “amiche di penna”, pen-friends o pen-pals, che a volte allegavano alla lettera piccole foto a colori: come scrissi tempo fa, spesso erano ragazze bionde, nordiche o d’impronta inevitabilmente anglosassone o germanica o finnica. E anche lei ha quei lineamenti, pur essendo fieramente mora: mi piace pensarla normanna.

 

Il membro


Il membro virile corrisponde ai genitori perché contiene il principio del seme, e ai figli perché esso è anche causa della loro nascita; inoltre corrisponde alla moglie e all’amante perché è destinato all’amore, e ai fratelli e a tutti i consanguinei perché ogni relazione di parentela trae origine dal membro. Esso rappresenta inoltre la forza e la virilità del corpo, perché pure di queste è causa, tanto che da alcuni è detto anche “virilità”; e rappresenta pure i discorsi e la cultura, perché il membro è tra tutte le cose la più feconda, come la parola: a Cillene ho visto una statua di Hermes rappresentata non da altro che da un fallo, secondo una certa naturale analogia.
Ancora, il membro corrisponde alla ricchezza e al possesso, perché ora cresce e ora si ritira, e può dare ed eliminare; ai progetti segreti, perché i pensieri e il membro sono omonimi; alla povertà e alla servitù e alla prigione, perché è chiamato pure così ed è simbolo della necessità; infine al rispetto dovuto a una carica importante, perché anche per questo usiamo una medesima parola. Dunque quando esiste e si trova al giusto posto, significa la stabilità di ogni singola cosa che si assimila al membro; quando cresce indica la crescita delle stesse, e quando manca la loro privazione. Se è doppio, segnala che diverranno doppie, tranne che per quanto riguarda la moglie o l’amante: al contrario, di queste comporta la privazione, perché non è possibile usare contemporaneamente due falli. Conosco un tale che era schiavo, e sognò di avere tre falli: divenne libero, e ottenne tre nomi in luogo di uno, aggiungendo al proprio quelli di chi lo aveva liberato. Ma ciò accadde una volta sola; e non occorre stabilire le interpretazioni sulla base di casi isolati, bensì sui fatti che si verificano regolarmente.

Artemidoro, Il libro dei sogni, 45, Adelphi, Milano 1975

 

giornale

Anche ieri notte (verso mattina) ho fatto un sogno lungo e complesso. Si trattava di stampare un giornale contabile — roba di ragioneria — su una stampante precaria (di quelle a modulo continuo, ovviamente, roba antica) in un ufficio precario, dal quale entravo e uscivo. La stampa di quei documenti era importante — anche perché, in certe situazioni, la mancanza o irregolarità dei documenti contabili può configurare il reato di bancarotta — ma procedeva in un modo per così dire accidentato: incertezze, sospensioni, boh. A un certo punto succede che, dopo aver controllato l’andamento della stampa ed essere uscito di nuovo, quel piccolo ufficio prende fuoco, letteralmente, e io ci son dovuto rientrare di corsa per portare in salvo il giornale contabile stampato fin lì; poi, una volta domato l’incendio, ci son tornato per far ricominciare la stampa dal punto in cui s’era interrotta. Precarietà, rischio, minaccia: questi mi sembravano i marchi di tutta la situazione. Nulla di più consueto, di questi tempi, guai a immaginare qualcosa di diverso: che so, serenità, sicurezza, compiacimento: tutta roba per eletti, questa. Allora bisogna saper aspettare. Ma anche agire, dicono.