· 66

Che belle lettere hai ripescato! È incredibile che ancor prima di vederci ti avessi scritto quella frase (“Io ti sento già vicino. Allora la prossima volta che mi sentirò triste penserò a te”). Ma anche quando più sotto ho scritto: “Mi piace quando mi incoraggi”. Eh, sì: mi piace moltissimo quando mi incoraggi, poi tu ci riesci benissimo e a volte, quando ascolto il tuo bel tono di voce calmo e sereno mentre mi parli del mio futuro e delle mie capacità, mi viene una calma e una tranquillità nel cuore, e una sicurezza incredibile. Spero che tu non smetta mai di incoraggiarmi!
Mi han fatto sorridere, rileggendole oggi, le lettere del giorno del nostro incontro: da un lato, abbiamo espresso entrambi i nostri sentimenti e le emozioni provate, però il tono, rispetto a quelle che ci scriviamo adesso, era così “composto” e “educato”! Non fa un po’ sorridere? A me sì, anche perché ricordo benissimo com’ero al tempo stesso tranquilla (perché m’ero sentita a mio agio e perché l’incontro con te non aveva smentito l’immagine ideale che m’ero fatta) e scombussolata per la sorpresa e l’emozione, e cercavo di rendere il tutto, nello scriverti, senza “sgarrare” troppo dai limiti delle convenienze. Che ridere!
Ora ti racconto il sogno di stanotte in cui c’eri tu. Mi avevi accompagnata nell’ufficio dove lavoravo e te ne stavi un po’ in disparte, mentre io scannerizzavo delle immagini. A un certo punto, la capa (una signora di mezza età che somigliava ad Angela Merkel) è venuta verso di me facendomi una sfuriata: secondo lei avevo scannerizzato male le immagini che m’aveva chiesto. Era davvero arrabbiata e pretendeva che rifacessi tutto da capo. Io ero dispiaciuta perché ero certa d’aver fatto tutto bene e ci sarebbe voluto un sacco di tempo per rifare il lavoro, però non sapevo come dirglielo. Allora TU sei venuto verso di noi, con passo sicuro ma tranquillo, e, con tono che non ammetteva repliche, le hai preso di mano i fogli, l’hai guardata in faccia (lei s’era ammutolita) e le hai detto, sventolandole i fogli sotto il naso, che avevo fatto tutto bene e basta. E lei non ha osato ribattere! E poi sei stato vicino a me mentre terminavo di scannerizzare le immagini restanti e mi aiutavi a piegare i fogli. E ogni tanto mi coccolavi. Io mi sentivo felice, e la megera ci guardava in cagnesco da lontano. Dopo noi sorridevamo perché non appena finivo quel lavoro saremmo andati insieme al parco e nel sogno mi guardavi proprio con quello sguardo meraviglioso che hai nella realtà! Peccato che prima di finire il lavoro mi sono svegliata per colpa del telefono (alle 7 del mattino!). Però è stato fantastico averti sognato mentre mi difendevi e anche mentre ti restituivo i baci vicino allo scanner, mi sembrava di darteli veramente. E poi è stato bellissimo come eri contento di me e di quello che facevo: vorrei sognarti tutte le notti!

 

donne

Stamattina ho sognato che si dovevano prendere importanti decisioni a livello politico sulla condizione della donna, e io ero in attesa di conoscerne l’esito, probabilmente attraverso la televisione, come faccio quando sono ansioso di sapere qualcosa sui grandi eventi che influenzano il mondo. Le donne hanno un posto di preminenza nella mia vita: lo dimostra il fatto che, ad esempio, il mio migliore amico è una donna, il mio medico curante è una donna, i miei avvocati sono donne, le dichiarazioni dei redditi me le fanno le donne, le migliori collaborazioni sul lavoro le ho avute con donne. Insomma, se devo mettermi nelle mani di qualcuno, preferisco sia donna. Poi, come ho già raccontato, le rare volte in cui mi trovo in situazioni conviviali (una cena o un matrimonio o un party), mentre i maschi tendono a radunarsi fra loro a parlare dei loro interessi, e le donne fanno altrettanto, io mi ritrovo fatalmente fra queste ultime, solo maschio, ad ascoltare i loro discorsi. Sarà perché con gli uomini non ho molti argomenti: non seguo il calcio, non amo le automobili o le moto, non vado più in bicicletta (ma voglio ricominciare), non faccio vacanze cool e, infine, non mi atteggio verso le donne come i maschi fanno tradizionalmente. È che mi considero un partner a tutto tondo, tutto qui.

 

erinni

Roberta Rossi, Erinni dormiente


Stamane mi son svegliato più presto rispetto alle mie abitudini, scosso da una fase concitata del sogno che stavo facendo. Ero alle prese con una donna con cui stavo litigando, c’era una discussione in cui io e questa qui avevamo un’incomprensione totale, così ci davamo sui nervi anche solo interloquendo, al punto che lei — non era riconoscibile, non so che ruolo avesse, ma in quel momento era parte in causa — mi si è quasi avventata addosso tendendo le mani per strozzarmi, ma in realtà si tratteneva, dicendo che avrebbe voluto farmi fuori, che mi meritavo questo, ed è a quel punto che mi son svegliato di colpo ansimando, scosso, pronto a reagire all’attacco, che ho messo a segno a mente desta: ho completato la scena afferrandola io per il collo e scaraventandola via. Questa tizia era bionda, è tutto quello che ricordo di lei. La discussione era originata da un fatto increscioso e strano: c’era una serie di fotografie di ragazzi, fratelli e sorelle, che erano stati offerti in adozione, e fra quelle fotografie ne compariva una in cui c’eravamo io e i miei fratelli, in un momento di riunione. Dunque nostra madre, o i nostri genitori, ci avevano offerti ad altri a nostra insaputa: avevano pensato davvero di sbarazzarsi di noi, di darci ad altri senza dirci nulla. Allora dovevamo affrontare l’argomento, chiarire com’era potuto accadere, e mia madre doveva darci risposte; ma prepararci per affrontare la discussione diventava problematico, c’era un inconveniente qui e un inconveniente lì, non ci si capiva e alla fine ci si dava sui nervi, con l’esito che ho detto. Mamma che rabbia, sono ancora scosso.

 

sogno

Ieri avevo dormito da mamma, avevo fatto un sonno corposo (otto ore) anche se interrotto più volte; ma ogni volta mi riaddormentavo riprendendo il filo di un sogno continuo, come un film che si mette in pausa per poi riavviarlo. Naturalmente non lo ricordo più, mi si è sfilacciato mentre tornavo a casa sul mio ferrovecchio, se ne avessi tracciate le linee appena sveglio ne avrei potuto ricostruire l’intreccio, cioè quella porzione d’intreccio che sul momento sembra inserirsi in una trama, che dopo non si sa più qual è, una trama illusoria e inconsistente, che a volte può somigliare alla trama della nostra vita, che quando ci si pensa sembra di non ritrovarci più il filo conduttore. Che magari c’è, ma resta un brillìo sottilissimo nella luce del sole (oggi il sole c’è, scalda e fa scioglier la neve), come se fosse il filo secreto da un ragno che vuol collegare le sue tele da un punto a un altro. Comunque, mentre tornavo a casa sul mio ferrovecchio (per poterlo tirar fuori dal garagino ho dovuto spalare un bel po’), ho attraversato il paese che c’è prima del mio, lungo il solito rettilineo fiancheggiato da una parata di pini marittimi altissimi, vecchi chissà quanto, con le chiome così elevate che si deve rovesciar la testa per poterle ammirare. Come immaginavo, la neve ha fatto danni anche lì, testimoniati dai grovigli di rami segati e abbandonati ai piedi di ciascun albero ferito; ma quel che non immaginavo è che alcuni, quattro o cinque, son stati brutalmente mozzati, è stata tolta loro l’intera chioma con la sua ramificazione, così che son rimasti lì lunghi e annichiliti, come pali senza più orientamento. Allora ho pensato che anche loro — come alcuni di noi — sono superstiti di antiche fierezze, un’espressione trovata anni fa in un romanzo di Ana Maria Matute che m’è rimasta stampata nella mente, tanto mi piacque. E ho pensato che se loro son stati così umiliati da questa nevicata brutale, difficilmente avrebbe potuto scamparla il mio giovane cipresso. E dire che aveva tante pignette tonde che lo decoravano come un albero di Natale.

Ottimismo americano

Ottimismo. Speranza. La nostra passione americana per i discorsi promozionali, gli slogan pubblicitari e la dipendenza che ne abbiamo ricavato culturalmente a rendere rappresentativo non quello che funziona o merita di essere conservato, ma quello per cui val la pena di lavorare — questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale. È anche una forma di pazzia, un’avidità ossessiva a che il futuro rimpiazzi il senso della storia. ma è il fondamento dell’America — questo guardare al futuro. Noi-creeremo-una-nazione, e avremo giardini, piscine e chirurgia plastica. I discorsi di Franklin Roosevelt per esempio — se li confrontiamo con quelli di Churchill, capirete di cosa sto parlando. Lo capirete dal ritmo, dalle immagini a cui ricorre e dalle sue asserzioni. Roosevelt propose le quattro libertà, e Churchill offrì sangue, fatica, sudore e lacrime. (Oppure confrontate Twain con Wodehouse. O Groucho Marx con Waugh.) Il senso americano della tragedia è talmente diluito dal sogno a occhi aperti da sembrare quasi ridicolo. Noi americani raffazzoniamo simboli alla bell’e meglio, come forma di propaganda, una irrealtà attiva. Paragonate il sigaro di Churchill con il bocchino da sigarette di Roosevelt. (O la passione per l’alcool di Churchill, dichiaratamente scoperta, con la sedia a rotelle di Roosevelt, che praticamente non veniva mai fotografata.) Continua a leggere “Ottimismo americano”

· 45


Pensa che prima di trovare la tua lettera “dubbiosa” avevo intenzione di raccontarti che stanotte ho avuto un incubo t r e m e n d o… tremendissimo e terribilissimo, in cui c’eri anche tu. Era molto contorto ma la scena più tremenda (e che mi ha svegliata) è stata quando, sull’orlo di un abisso, una donna dall’aspetto vampiresco e con delle unghie nere e lunghissime, mi ha artigliata per il polso, lacerandomi la pelle, e mi urlava in faccia che lei era morta ma se mi uccideva poteva prendere il mio posto e voleva buttarmi giù dal precipizio e io piangevo e con l’altra mano mi aggrappavo a te però lei era fortissima e mi strappava tutta la pelle del braccio e tu forse non saresti riuscito a trattenermi se continuava ma per fortuna mi sono svegliata, però mi batteva fortissimo il cuore e piangevo (cioè, oltre che nel sogno piangevo anche nella realtà da tanto era realistico il sogno!). Che angoscia! Be’, è solo colpa mia dato che ieri, quando ero già a letto sotto le coperte, ho iniziato a leggere l’ultimo numero di Dampyr appena acquistato ed era disegnato da Luca Rossi, mio disegnatore preferito, e c’erano delle scene spaventosissime che sicuramente hanno causato il mio incubo! Dopo ho dovuto lasciare la luce dell’ abat-jour accesa, perché se la spegnevo mi rivedevo quelle scene e mi sembravano vere! Nella confusione del momento credevo davvero che qualche essere soprannaturale potesse venire a uccidermi! Che stupida! E poi, visto che c’eri anche tu nel sogno, ho pensato a te e dopo un po’ mi sono calmata e riaddormentata… ma pensa che bello se tu ci fossi stato davvero! Mi sarei rannicchiata vicino a te come facevo da piccola con mio padre senza svegliarlo e mi sarebbe passato tutto! Stasera cos’altro potrei leggere di terrificante? Ci penserò!

· 35


Voglio vederti camminare sicura e sorridente, guardando il mondo con fiducia. Sai, mia madre ha fatto la maestra elementare da quando aveva diciott’anni, ed è stata anche lei un’educatrice formidabile, con un’intelligenza e un carattere straordinari, e pure con doti artistiche, come sai. Certi suoi alunni, già adulti, la riconoscevano per strada e andavano a farle festa; tutti quelli che l’hanno conosciuta ne lodano le grandi qualità. E non usciva mai di casa, non frequentava quasi nessuno, solo qualche persona affezionata l’andava a trovare. Io sono quello che più le somiglia: il bimbo che le affondava il viso nel petto per consolarsi dalle ingiustizie e dalle piccole crudeltà che i compagni gli infliggevano a causa del suo incomprensibile candore. Ero fragile, piangevo spesso, e non avevo la forza di impormi con nessuno, così mi sono rifugiato spesso nell’abbraccio di mamma. Lei aveva tanti libri, e per questo amavo i libri come oggetti, mi piaceva averli intorno, anche se non li  leggevo. Così, mia madre mi ha fatto quello che sono. Lei possiede un’onestà irriducibile, un’onestà che io ho sempre mantenuto con tenacia, finché le durezze della vita m’hanno costretto a infrangerla, ripetutamente e sistematicamente, per sopravvivere e sopraffare quelli che volevano sopraffarmi, per conquistare e mantenere quello a cui avevo diritto. È stato questo “sporcarmi” che ancora mi fa male, capisci? Forse è anche questo che mi provoca brutti sogni.

morfologia


Mi sta piacendo ricordare gli ultimi brandelli di sogno dopo essermi svegliato, e coltivarne le immagini per poterle mettere su carta. Può essere un modo per uscire dal torpore in cui mi trovavo, quel torpore di anni in cui tutto tendeva a sfuggire in un’evaporazione continua. Le settimane si bruciano, è vero, si consumano una dopo l’altra come la legna nel camino, ma oggi lo fanno lasciandomi qualche punto di riferimento per poter fissare idee e riflessioni, e decisioni, mentre prima mi lasciavano galleggiare in un tempo informe, in un consumo continuo senza identità. L’amorfismo in cui ero abbandonato era il nemico invisibile, contro la morfologia che ora mi sento finalmente in grado di tracciare.

Carramba


Il sogno di stanotte — o meglio, quello del mattino, visto che si ricordano sempre i sogni più recenti — è stato abbastanza ordinario. Sono in auto, la mia utilitaria piccola e scattante: qualcuno sulla strada va troppo lento e io lo sorpasso con un movimento secco e deciso. Ma ci sono i carabinieri, che mi fermano subito. Io scendo, mi rivolgo a loro amichevolmente e guardo le loro facce, che a loro volta si guardano con aria “possibilista”, del tipo: “siamo indulgenti, via”. Del resto sono uno del luogo, sono innocuo e non minaccio gli equilibri della comunità, e nell’auto irregolarità non ce ne sono. Ma a quel punto i carabinieri sulla strada diventano un consesso di militi non più in comune uniforme, assumono l’aria di essere graduati, e mi ascoltano attenti mentre espongo loro certi argomenti, che quando mi son svegliato mi apparivano ben chiari, ma ora che scrivo lo sono molto meno, anzi sono svaporati e non li acchiappo più. Ricordo però che argomentavo in maniera assertiva e convinta, forse convincente, fino al punto in cui la voce mi si affievolì fin quasi a spegnersi, non mi usciva se non bassissima, e l’uditorio faticava a comprendere. Mi accade spesso, di perdere la voce nel sogno, proprio quando si avvicina il momento del risveglio.

 

· 24

Riguardo alla mia nottataccia, sono solo sogni confusi che ricorrono, fantasmi che non mi vogliono lasciare, su vecchie situazioni strane e poco comprensibili. Io mi trascino tante cose brutte della gioventù, forse, e anche brutti comportamenti verso il prossimo, negli anni in cui nel lavoro facevo il “mercenario”. Gli affari spesso diventano sporchi e tendono a sporcare l’anima. Il problema sono i sensi di colpa che riaffiorano… ma non preoccuparti: è routine.