San Serapio

Francisco de Zurbarán, Martirio di San Serapio, 1628

«Frate mercedario che si era dato in ostaggio per liberare i prigionieri cristiani, Serapio subì un martirio feroce: le membra fratturate, poi fatte a pezzi. Niente sangue nel quadro di Zurbarán, ma l’evidenza scultorea di quel saio incontaminato che va incontro alla morte nell’imitazione di Cristo. Vivo e parlante, a un passo da noi. Eppure illusivo e dipinto, come ci tiene a ricordare il pittore che, sul nero di tenebra, infilza uno spillo con una scritta in trompe-l’oeil: «Serapius – Zurbarán». Questa icona del misticismo spagnolo è anche l’emblema di un’ambiguità sotto traccia, arcana e moderna. Perché l’immagine-specchio della realtà, un’immagine che si vorrebbe neutrale, lascia intuire il substrato visionario e indicibile che sta sotto la pelle. Oltre le forme, logiche e razionali, delle apparenze».

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

Guernica

René Burri, Guernica di Picasso esposto a Palazzo Reale, Milano, 1953

Nel settembre 1936, nei Paesi Baschi i rivoltosi nazionalisti conquistano Irún e San Sebastián. Ma l’obiettivo prioritario è Madrid. La capitale, attaccata tra novembre e dicembre 1936, non cade nemmeno con le successive sanguinose battaglie del Jarama e di Guadalajara. Allora i nazionalisti attaccano la Biscaglia, ricca di industrie e risorse minerarie: pur essendo cattolica e conservatrice, si è schierata con la Repubblica. Il 31 marzo 1937 comincia l’offensiva del generale Emilio Mola, uno dei capi della rivolta, che annuncia: «Se la resa non sarà immediata raderò al suolo tutta la Biscaglia». E il 26 aprile tocca a Guernica.
Fin da gennaio la Repubblica spagnola aveva deciso di partecipare all’Exposition Internationale di Parigi: un gruppo di intellettuali spagnoli incontra Pablo Picasso a Parigi e lo convince a realizzare una grande opera di propaganda per il padiglione progettato da Sert e Lacasa, decorato con interventi di Sánchez, Renau, Miró e Calder. Alla fine di aprile Guernica diverrà il tema del quadro.
Siamo all’inizio di quella stagione tragica dell’arte del XX secolo che culminerà il 18 e il 19 luglio 1937 con la doppia inaugurazione, a Monaco, della Groβe Deutsche Kunstausstellung — la mostra dell’arte ufficiale nazista — e dell’esposizione dell’Entartete Kunst, la cosiddetta arte degenerata, che raggruppa senza distinzioni, in una sorta di abiura o di rogo simbolico, tutte le produzioni dell’avanguardia nei primi decenni del secolo. Dal 25 maggio al 25 novembre, all’Exposition Internationale des Arts et Techniques di Parigi si affronteranno, lungo i due lati del Champ de Mars, il padiglione tedesco di Albert Speer e il padiglione sovietico di Boris Iofan con le figure ciclopiche in acciaio de L’operaio e la kolchoziana modellate da Vera Mukhina.
Sconvolto dai reportage da Guernica e dalle prime immagini delle sue rovine sul quotidiano comunista «Ce Soir», Picasso sviluppa in forma completamente nuova alcuni spunti delle incisioni satiriche Sogno e menzogna di Franco, che assumono ora un valore di ben più stringente attualità. Da questi primi disegni — rinunciando simbolicamente al colore — nasce la grande composizione di Guernica, appuntata su una tela di 349 × 777 centimetri e poi sviluppata in un crescendo di brutale sintesi delle forme e di distillazione del suo contenuto drammatico tra l’11 maggio e il 4 giugno.

Pablo Rossi e Giorgio Zanchetti, in la Lettura #277, pag. 34

The 100 greatest novels. #7

 

Avrei desiderato che mio padre o mia madre, o meglio tutti e due, giacché entrambi vi erano egualmente tenuti, avessero badato a quello che facevano, quando mi generarono. Se avessero debitamente considerato tutto quanto dipendeva da ciò che stavano facendo in quel momento: — che non solo stavano per dar la vita ad un essere ragionevole, ma che per avventura la felice costituzione e temperie del suo corpo, forse il suo genio e la forma stessa del suo spirito, e, checché ne sapessero in contrario, fin le fortune di tutta la sua casa avrebbero potuto subir l’influsso degli umori e delle disposizioni prevalenti in quell’istante; — se essi avessero debitamente soppesato e valutato tutto ciò, ed agito in conseguenza, sono fermamente persuaso che io avrei fatto al mondo una ben diversa figura da quella in cui forse apparirò al lettore.
Credetemi, brava gente, non è cosa di sì poi poco conto, come molti di voi potrebbero essere indotti a credere.
Avete tutti, suppongo, sentito parlare degli spiriti animali, di come essi siano trasfusi di padre in figlio, e chissà quanto altro mai sull’argomento.
— Ebbene, potete fidarvi di quel che vi dico: nove parti su dieci dell’intelligenza o stupidità di un uomo, i suoi successi e insuccessi in questo mondo dipendono dai movimenti e dall’energia di codesti spiriti, dai tratti e congiunture in cui li ponete. Perché, una volta messi in moto, per il verso giusto o no — e non è affar da poco — via! essi partono in gran trambusto come pazzi sfrenati. E a furia di battere e ribattere lo stesso cammino, in poco tempo se ne fanno una strada piana e liscia come un viale di giardino, dalla quale, avvezzi che vi siano, nemmeno il diavolo in persona ce la farà più a staccarli. “Scusa, caro”, disse mia madre sul più bello, “non hai dimenticato di caricar l’orologio?” “Buon Dio!” esclamò mio padre, sbottando, ma sforzandosi nello stesso tempo di moderare il tono della voce: “Quando mai una donna, da Eva in poi, ha interrotto un uomo con una domanda così sciocca?”

Lawrence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, traduzione di Antonio Meo, Mondadori Editore.

The 100 greatest novels. #5

L’autore dovrebbe considerare se stesso non come un gentiluomo che offra un pranzo in forma privata o d’elemosina, bensì come il padrone d’una taverna aperta a chiunque paghi. Nel primo caso, colui che invita offre naturalmente il cibo che vuole, e quand’anche questo sia mediocre e magari sgradevole ai loro gusti, gli ospiti non debbono protestare; ché l’educazione impone loro d’approvare e lodare qualunque cosa venga loro posta dinanzi. Proprio il contrario accade al padrone d’una taverna. Quelli che pagano vogliono dar soddisfazione al proprio palato, anche quando questo sia raffinato e capriccioso, e se non è tutto di loro gusto, si sentono in diritto di criticare, di protestare, d’imprecar magari contro il pranzo, senz’alcun ritegno.

Henry Fielding, Tom Jones. Storia di un trovatello, traduzione di Ada Prospero, Garzanti, 1997

The 100 greatest novels. #4

 

Mio padre possedeva un modesto fondo nella contea di Nottingham, e io sono il terzo di cinque figli. All’età di anni quattordici egli m’inviò al Collegio Emanuele di Cambridge, ove rimasi per tre anni, dedicandomi strettamente agli studi: ma essendo il costo della retta troppo oneroso per le nostre povere sostanze (sebbene vivessi piuttosto magramente), fui destinato quale apprendista presso il dottor Giacomo Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi per anni quattro; e inviandomi talora mio padre piccole somme di danaro, le investii per apprendere l’arte di navigare e altre cognizioni matematiche, utili a chi voglia darsi ai viaggi: come sempre ritenni sarebbe stata un giorno la mia sorte. Lasciato il dottor Bates, me ne tornai alla casa paterna; ove, con l’aiuto di mio padre e di mio zio Giovanni e d’altri parenti, raccolsi la somma di quaranta sterline e una promessa di trenta sterline annue per mantenermi a Leida: ivi studiai la medicina per due anni e sette mesi, ben sapendo che ciò sarebbe stato utile nei lunghi viaggi.

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, traduzione di Gianni Celati, Universale Economica Feltrinelli, 1997

The 100 greatest novels. #3

Sono nato nell’anno 1632, nella città di York, da una buona famiglia, che però non era di qui: mio padre era uno straniero di Brema, dapprima stabilitosi a Hull, dove aveva fatto fortuna in affari: poi s’era ritirato dal commercio venendo a vivere a York, siccome aveva sposato mia madre, una Robinson, di un’ottima famiglia del luogo; così mi chiamavo Robinson Kreutzner: ma per la corruzione di parole che avviene spesso in Inghilterra ora mi chiamano, ci chiamiamo, ci firmiamo, col cognome di Crusoe: come m’hanno sempre chiamato i compagni.

Daniel Defoe, Robinson Crusoe, traduzione di Alberto cavallari, Feltrinelli Editore.

The 100 greatest novels. #1

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di pecore mal capitate, lenti il venerdì, colla giunta di qualche piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito di rascia della più fina.

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Bartolommeo Gamba (1818)

vive la France (déclassé)

Ecco qua: è successo. Moody’s ha declassato di un gradino il rating “tripla A” della Francia, portandolo ad “Aa1“. Il cosiddetto outlook (la visione prospettica sull’andamento dell’economia) rimane negativo. La decisione arriva dopo che il 23 luglio scorso la stessa Moody’s aveva cambiato l’outlook a negativo sulla tripla A di Germania, Lussemburgo e Olanda: lì l’agenzia aveva annunciato che avrebbe riconsiderato la tripla A francese e il suo outlook, che era stato giudicato negativo il 13 febbraio 2012.

I motivi sono i seguenti. Le prospettive di crescita economica a lungo termine della Francia “sono negativamente influenzate da diverse sfide strutturali”, dalla “graduale e sostenuta perdita di competitività” e “dalle rigidità del mercato del lavoro, dei beni e dei servizi”. Rigidità del mercato del lavoro: non suona familiare questa espressione? Inoltre, lo scenario fiscale del Paese sarebbe “incerto” per il deteriorarsi delle prospettive economiche sia nel breve termine – a causa della debole domanda interna ed estera – sia nel lungo termine. Moody’s rimarca che l’esposizione della Francia alle zone periferiche dell’area Euro (quelle malate) attraverso i rapporti commerciali e il sistema bancario è “sproporzionatamente ampia”. Anche se va ricordato che la Francia resta con un “rating estremamente elevato”, perché è caratterizzata da “una vasta e diversificata economia che sostiene la resistenza” del Paese e da “un forte impegno verso il consolidamento fiscale e le riforme strutturali”. Impegno che, sottolinea l’agenzia, si riflette negli ultimi annunci del Governo che potrebbero, nel medio periodo, “mitigare alcune delle rigidità strutturali e migliorare la dinamica del debito”.

Tre sono i cosiddeti “driver” che avrebbero giustificato il downgrade. Il primo è il rischio che grava sulla crescita economica e sulle finanze pubbliche di Parigi, a causa delle “persistenti sfide economiche strutturali”, come la rigidita’ del mercato del lavoro e dei servizi e il basso livello di innovazione. Il mercato del lavoro francese sarebbe caratterizzato da “un alto livello di segmentazione come risultato di una significativa rigidità della legislazione verso la protezione dei contratti permanenti” che, osserva Moody’s, aumenta “il costo implicito del lavoro e disincentiva le assunzioni” (in altre parole: caro lavoro a tempo indeterminato, la festa è finita!). Inoltre, la regolamentazione del mercato dei servizi resta “maggiormente restrittiva rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Ocse” a causa della “moderata competizione nel comparto che impatta negativamente anche sul potere di acquisto delle famiglie e sui costi di produzione delle imprese” (in altre parole: basta coi monopoli e gli oligopoli, ci vuole concorrenza, avanti le liberalizzazioni!).

Riguardo “all’elevata incertezza sull’outlook fiscale della Francia”, Moody’s osserva che gli obiettivi di bilancio del Governo – riduzione del deficit allo 0,3% del Pil entro il 2017 e bilanciamento degli squilibri strutturali del budget entro il 2016, nonché crescita allo 0,8% per il 2013 e al 2% per il 2014 – si basano (ça va sans dire) su assunti “troppo ottimistici”. Questi assunti non terrebbero adeguatamente conto dell’aumento della disoccupazione, del livello dei consumi, su cui “pesa l’incremento delle tasse”, della scarsa crescita nei redditi disponibili. Inoltre, prevede Moody’s, le esportazioni nette probabilmente non saranno in grado di sostenere l’attività economica “alla luce della riduzione della domanda estera, in particolare in partner commerciali dell’area Euro come Italia e Spagna”. In pratica, se noi siamo poveri, difficilmente compreremo roba da loro. Il terzo punto analizzato dall’agenzia è che le banche francesi “hanno una considerevole esposizione ad alcuni Paesi deboli dell’Eurozona e rimangono vulnerabili a un ulteriore peggioramento della crisi dell’area”. Da qui potrebbe accadere che “sostanziali shock economici e finanziari derivanti dalla crisi del debito dell’area Euro potrebbero ulteriormente mettere pressioni al ribasso sul rating della Francia”.

Secondo il ministro delle Finanze francese, il downgrade della Francia “è un invito a continuare e ampliare la velocita’ e risolutezza delle riforme iniziate dal Governo”, e – naturalmente – il sistema bancario è solido:  “la salute del comparto è migliore rispetto a un anno fa, in quanto ha ridotto la propria dipendenza dal mercato dei finanziamenti, ha migliorato la propria esposizione verso certi Paesi e incrementato il livello di capitale”.
Sarà: ma per ora la festa è finita.

 

Perché loro sì e gli altri no?


Sofia di Grecia e Juan Carlos di Spagna


Come abbiamo visto, per la crisi delle banche in Spagna è stato concordato un piano di salvataggio che prevede, in sostanza, l’esborso di circa 100 miliardi di euro da parte del Fondo salva-stati ESFS a favore di un organismo pubblico spagnolo, il quale potrà intervenire per salvare la quantità di banche locali che stanno boccheggiando.

Questa soluzione, in realtà, è un modo per aggirare i trattati europei, così da non umiliare lo Stato in difficoltà e far credere che “tecnicamente” non venga salvato. Di fatto, la Spagna ha avuto un trattamento che la Grecia si sarebbe potuto solo sognare. In pratica, il prestito verrà erogato senza chiedere in cambio quasi nulla, se non una generica riforma del sistema creditizio. Mentre ai greci è stato imposto un regime di lacrime e sangue (torna alla mente lo spezzeremo le reni alla Grecia di mussoliniana memoria) che durerà ancora, come condizione per ottenere le successive tranches del prestito, con gli spagnoli si è usato il guanto di velluto. Anche la proroga di un anno sul fiscal compact accordata alla Spagna non è stata affatto messa in discussione.

Ci si chiede perché la Germania abbia accettato così di buon grado questo salvataggio spagnolo, sorvolando sui principi di rigore. Forse una risposta viene suggerita dai dati sull’esposizione delle banche tedesche al sistema spagnolo, che ammonta a circa 78 miliardi di euro (53 verso le banche e quasi 25 verso il debito pubblico statale): in una situazione del genere, è preferibile versare una trentina di  miliardi al fondo ESFS, che un giorno dovrebbero essere rimborsati, piuttosto che rischiare il tracollo delle proprie banche e dover salvare pure quelle.
L’Italia, invece, ha un’esposizione complessiva verso le banche e lo Stato spagnolo per “soli” 11,6 miliardi, quindi sarebbe quasi al sicuro; ma dovrà versare per questa operazione di salvataggio circa 20 miliardi al fondo ESFS, vanificando praticamente il gettito della nuova imposta IMU. Quindi, o si dovrà fare un’altra manovra, oppure non riusciremo a raggiungere i famosi obiettivi del pareggio di bilancio. Il risultato di tutta la faccenda è che, mentre la Germania paga metà del suo rischio, noi paghiamo il doppio del nostro.

Questa manovra salva-Spagna, dunque, è un ulteriore intervento-toppa che fa pagare alla collettività gli errori di banchieri megalomani che perseguono il profitto sopra ogni cosa, anche sulla pelle delle persone. Ed essere intervenuti – anche stavolta – all’ultimo momento renderà più caro il prezzo che pagheranno i cittadini. Sempre in attesa, naturalmente, che arrivi la resa dei conti.

 

Alla canna del gas

Come si vede, sul tema della crisi c’è un susseguirsi di notizie e indiscrezioni, quali funeste, quali negative, quali speranzose. L’idea che la Grecia esca dall’Euro, ormai, è una possibilità concreta che avrebbe conseguenze inevitabilmente negative. Quindi, si lavora ai “piani di fuga”, ossia alle soluzioni di emergenza per fronteggiare le eventuali situazioni di crisi.

La Svizzera sta organizzando un controllo sui capitali per evitare che, in caso di rottura dell’unione monetaria europea, la loro moneta vada alle stelle. Più in generale, si pensa ai possibili modi per garantire i conti correnti bancari espressi nelle valute che da questa eventualità subirebbero i maggiori danni.
Le monete che si svalutano sono il maggiore spauracchio che tormenta i pensieri di chi s’interroga sul futuro: una moneta svalutata renderebbe improvvisamente più poveri coloro che ne possiedono quantità. Ma, al contrario, renderebbe meno povero chi è al verde e ha solo debiti: in quei casi, l’entità reale dei debiti si ridurrebbe drasticamente. Salvo, però, veder salire di colpo i tassi d’interesse a livelli che normalmente sono considerati più che usurari.

Intanto, la Spagna è già dovuta intervenire con un muccho di denaro e con una parziale nazionalizzazione per salvare Bankia, che è il quarto istituto di credito spagnolo. Ma pare che la situazione sia peggiore del previsto e siano necessari nuovi interventi: si sta dunque pensando di ricapitalizzare la banca con titoli di Stato. In pratica, sarebbe uno scambio tra azioni dell’Istituto bancario e titoli di Stato spagnoli. Così c’è chi dice che, dopo la finanza creativa, stiamo entrando nell’era dei “salvataggi creativi”: denaro che passa da una mano all’altra, senza che si creino risorse reali o si realizzino risparmi concreti che possano curare la malattia. Che sia la conferma dell’enorme gravità della situazione in cui ci troviamo?