N. M. 3

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La “grafia” della  nuova musica si raffronta con quella delle arti visive contemporanee: questa affinità tra le due arti prende le radici dalla musica di Anton Webern e dalla pittura di Piet Mondrian. In entrambe c’è l’intento di ricostruire la realtà ri-organizzando la materia, in musica con ogni tipo di suono e di rumore che proviene dall’uomo, in pittura con l’incontro con le cose e con i segni grafici.

Piet Mondrian

Ma, mentre l’espressione pittorica necessita di una successione spaziale (data dai limiti del campo visuale), nella percezione acustica esiste un “campo” in cui tutti i suoni possono essere ascoltati.

Secondo Theodor Adorno, la  musica è un’arte del tempo e la pittura è un’arte dello spazio. E le due espressioni si intersecano laddove si contrappongono per la loro naturale diversità (la musica, cioè, è anche una “forma” spaziale):
“le diverse arti passano una nell’altra proprio attraverso il loro contrasto”. Ma appena cercano di imitarsi, “esse, al contrario, si allontanano, si diversificano, approdando a quel sincretismo, nella vaga illusione di un continuum non dialettico delle arti in assoluto”.

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La pittura e la musica convergono nel fatto che sono linguaggio, sono scritture, a vengono a somigliarsi quanto più rinunciano all’elemento comunicativo, cioè quanto più sono astratte.

Ritornare a casa 2

Pascal ha scritto che «se non si ama la verità non si può conoscerla». Occorre amare la verità prima ancora di conoscerla, come condizione per conoscerla. Ma perché si deve amare la verità così disinteressatamente? La risposta è semplice: perché c’è un appello radicale, perché veniamo da lì, perché il termine verità non fa altro che esprimere il lavoro oggettivo dell’essere che ci ha prodotto, la sua simmetria come insieme di relazioni ordinate che è la nostra patria e dove ognuno aspira a tornare, perché ogni cosa tende alla sua origine, a ritornare a casa. Amare la verità significa amare l’idea oggettiva che ci ha generato e nella quale sussistiamo.
Il primato, quindi, spetta a quella dimensione profonda dentro di noi dove pensare ed essere sono la medesima cosa, quella profondità che coincide con il nostro Io ma che insieme è più grande del nostro Io, perché, quando l’attingiamo consapevolmente, il nostro piccolo Io viene come trasportato al di là di se stesso, nella dimensione della verità oggettiva e permanente, in quel punto appoggiandosi al quale si attinge l’eterno, anzi si diviene come l’eterno, in quanto si comprende di esserne parte: si comprende che Io e Dio partecipano della medesima dimensione dell’essere. L’unica possibilità data all’uomo di uscire dallo spazio e dal tempo è di scendere nella profondità di se stesso, attingendovi l’autentica dimensione spirituale. Questa è la sede della vita felice o, per usare la classica terminologia teologica, della vita beata.

Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 202-203.