Abaroth!


In qualità di Gran Sacerdote del culto, si unì agli adepti per presiedere la riunione del comitato ristretto. Con un gesto diede il via alle formule di saluto, eseguite imponendosi reciprocamente le mani, e formò con i suoi compagni una catena, rimanendo in meditazione, a occhi chiusi. Dopo un tempo che parve lunghissimo, Querzoli trasse un profondo sospiro, sollevò le palpebre e guardò gli astanti a uno a uno dritto negli occhi, lentamente, penetrando con lo sguardo fin nella loro anima. Poi ruppe il silenzio.
“Sono molto preoccupato per gli ultimi accadimenti”, dichiarò con aria pensosa. “La nostra armonia è minacciata da energie negative. E ho visto, ho sentito inequivocabilmente che queste forze oscene, abominevoli, sono guidate da Abaroth, l’Arconte delle tenebre, il Grande sovvertitore. Ne ho avuta conferma anche ora, sentendo la qualità delle vibrazioni che ci siamo trasmessi. La vibrazione d’amore ha avuto delle interruzioni, delle intermittenze…”
“Domenico”, disse Alceo, fissandolo coi suoi occhi sporgenti, “siamo perfettamente consci di dover combattere il maligno Abaroth con tutte le nostre forze. Però, anche la presenza ostile che ha invaso Luciano l’altro ieri… ha evocato una forza, un’energia che…”
“L’Orgone è generatore di un’energia materiale che permea le cose, ma non l’anima, quindi non è l’energia luminosa che eleva l’uomo”, lo interruppe Querzoli, affilando lo sguardo come se volesse affettare l’aria. “Non dobbiamo cedere agli attacchi di quegli spiriti che sono rimasti legati agli aspetti ingannevoli della vita terrena, che erreranno senza pace finché non verranno investiti dalla luce dell’Uno. Il terribile miasma che ha infestato il nostro fratello Luciano è la conferma che dobbiamo tutti operare affinché il nostro vivere sia ricondotto alla via, e così secondo la legge rivelataci dalla Guida”.

Paolo Ferrucci – Giacomo Leonelli, Omicidi particolari, Piemme, Milano 2000

Ancora su “La grande sera”

Torno a parlare de La grande sera di Giuseppe Pontiggia perché sento l’esigenza di riportare un passo della postfazione di Daniela Marcheschi. Un piccolo saggio acuto e illuminante, che mi ha risvegliato un’intensa partecipazione.
È da un po’ che i miei nodi irrisolti cominciano a prendere forma, e leggere buona letteratura può aiutare a focalizzare e a comprendere. «Cogliere e abitare davvero la vita», questo è ciò che ho sempre vagheggiato di poter fare, costantemente frustrato dagli ostacoli sordi ed elastici del vivere quotidiano; i miei sforzi «di intimo slancio, di volontà gioiosa», la mia «sollecitudine degli affetti» erano annullati dal vuoto creato da quell’ingannevole «apparenza dell’operosità e del movimento incessante», che ci condiziona, ci snatura, ci acceca, rendendoci asserviti all’Apparato che quotidianamente ci macina.
Prendere coscienza che, nonostante tutto, una possibilità di salvezza esiste mi ha come risvegliato, mi ha spinto a guardare «quel deserto esistenziale» e a tentare di riempirlo «con una rinnovata e libera coscienza di sé e con uno slancio affettivo ancora più saldo e compiuto». Continua a leggere “Ancora su “La grande sera””

L’artista moderno. 1


In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185.

Caro Amico

Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

L’IMMAGINAZIONE

apostolopaolo


Devo dire che spesso è l’immaginazione ciò che ci salva. La lettura appassionata e la visionarietà sono ciò che può darci forza. Me ne accorgo sempre di più negli ultimi tempi, perché quando le cose mancano si capisce molto meglio la loro importanza. Quanto alla scrittura, tendo a vederla come un atto sacro, che prima d’essere compiuto ha bisogno di una ritualità: al punto che mi stupisco nel vedere quanto tempo passa prima di riuscire a creare “materialmente” ciò che è destinato a diventare un mio mondo che verrà  abitato dal mio spirito e dai miei desideri.

Una volta un amico disse che quasi tutte le scritture in collaborazione — come la prima esperienza che ho fatto — s’inquadrano negli schemi del “genere”. Credo che avesse ragione, e che il motivo sia la sostanziale “laboriosità” del processo creativo. Laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto, discuterlo, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. Un processo creativo che implica tipicamente una laboriosità artigianale, che non può evitare d’inquadrarsi in schemi codificati. Continua a leggere “L’IMMAGINAZIONE”

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busta+per+lettera Signor Tortelli, lei mi sta sul cazzo. E non è una cosa tanto anomala: che lei sia un grandissimo fetente lo si può verificare dalle sublimi ironie che ama distribuire in giro, e dalla strana terminologia che usa. Più volte l’ha fatto, e non a caso. Che significa “niubbo”? Nuovo arrivato, pivello, inesperto? È forse uno status sociale, una condizione esistenziale? O una categoria dello spirito? Ma chi è lei, Tortelli? Ce lo dica, non abbia timore: l’antipatia che provo nei suoi confronti è così grande che chiudo immediatamente la rissa. È un’antipatia istintiva, non generata da un’analisi della sua statura, che sia morale o culturale. Non ho mai sopportato la sua sicumera, la sua spocchia, nemmeno il tono della sua voce; ma tralasciamo i giudizi, che ci porterebbero fuori dal punto. Il punto è che lei mi sta sul cazzo. E sta sul cazzo a molte altre persone, fatto che mi conforta non poco. Perché lei ha perso, Tortelli. Non è il primo a far l’errore di sottovalutare chi ha di fronte: peccato che nel mio caso non l’abbiano avvertita. Del resto, nessuno ha avuto la delicatezza di avvertire me della sua irritante presenza, e nemmeno del fatto che lei è un ignorante istruito, circostanza che considero una penosa aggravante. Lei è una di quelle persone che farei di tutto per evitare, di quelle che se ti si attaccano a una gamba il rimedio migliore è amputarla: figuriamoci se intendo ciucciarmela ancora, anche se in una riunione collegiale e per una volta sola. La sua inconsistenza è tale che non sarebbe in grado di dar più pensiero di una scoreggia, quindi non si prenda il merito della mia prossima assenza. Lei è stato l’unico coglione che ha voluto intromettersi in una disputa che non le competeva: tutti si sono dimostrati intelligenti, astenendosene; sarà un caso? La sola cosa che mi conforta è che non vedrò più comparire né il suo nome né la sua orribile sagoma, che mi faceva l’effetto dell’apparizione di un serpente. E ora prenda i suoi lobi cerebrali e vada a cagare.