City Lights

New Yorkers are lining up with umbrellas in hand to se e Charlie Chaplin’s classic film “City Lights”.

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Sapiens destruens

Bansky, Fast Food Caveman

«Storie simili si possono raccontare per le Americhe, dove, in assenza di altre specie umane, esisteva una meravigliosa biodiversità nei grandi mammiferi dell’era glaciale. Il loro destino era comunque segnato. Con la comparsa dei primi Sapiens, arrivati da nord attraverso l’attuale Alaska, circa 15 mila anni fa, in poco tempo scompaiono la tigre dai denti a sciabola, cammelli ed elefanti arcaici, e innumerevoli specie di bisonti. In tutto, in Nord America spariscono 34 su 37 generi di grandi mammiferi e in Sud America 50 su 60 generi. In tempi più recenti, sempre in coincidenza con il nostro arrivo, si estinguono tutte quelle specie che non avevano imparato a temerci: nei Caraibi il bradipo gigante (5 mila anni fa), in Madascar il gigantesco uccello elefante, Aepyornis Maximus (2 mila anni fa), in Nuova Zelanda i grandi uccelli Moa (800 anni fa), nelle isole Mauritius il Dodo, Raphus cucullatus (500 anni fa). Le estinzioni dei grandi animali in Africa e in Eurasia hanno avuto un andamento più lento, poiché in questi casi gli animali si sono evoluti con noi, imparando a temerci. Ciò nonostante si calcola che molti di essi si estingueranno entro questo secolo.»

Claudio Tuniz, in la Lettura #234, pag. 9

Aristotelismo

Quello che davvero appassiona Aristotele è affrontare i problemi e cercare di risolverli. Non c’è niente che non meriti un po’ di attenzione e di tutto Aristotele s’interessò, senza distinguere tra alto e basso, nobile e volgare.
Trascorse vent’anni con Platone, discutendo di dialettica, astronomia e metafisica; ma intanto raccoglieva le opinioni della gente comune, convinto che tutti potessero offrire spunti utili per avanzare nella comprensione dei problemi. E per le sue ricerche scientifiche non si vergognò di frequentare allevatori, pescatori, cacciatori, interrogandoli sulla respirazione degli uccelli o su come copulano i polpi. Quando non ci pensava direttamente lui, inseguendo una rana in uno stagno o scrutando con attenzione un embrione di pollo: i suoi lavori zoologici (che costituiscono una parte consistente della sua produzione scritta, non andrebbe mai dimenticato) sono pieni di allusioni alle sue ricerche sul campo. «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso».
Filosofia non vuol dire del resto proprio questo, un amore (philia) per la conoscenza (sophia), tutta? «La natura offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne la causa, cioè sia autenticamente filosofo». Così, ad avere la pazienza di leggerli (perché a volte ci vuole proprio pazienza: i testi di cui disponiamo sono gli appunti personali delle lezioni, non opere destinate alla pubblicazione), si scopre che gli scritti di Aristotele sono pieni di problemi, domande, difficoltà – piccole crepe nel poderoso edificio del sapere, insignificanti solo in apparenza, soprattutto quando in discussione è l’uomo.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #235, pag. 18

Beruryah e il Talmud

Andy Lavine Arnovitz, Bundled, 1985

I trattati talmudici sono ben trentasei e mezzo. Si è perciò appena all’inizio di un lungo cammino. In tutta questa enorme opera, formata da un milione e ottocentomila parole, è presente un’unica figura femminile in grado di discutere sul piano di parità con i rabbini. Si tratta di Beruryah. Un ago nel pagliaio. Tuttavia l’appuntito oggetto metallico («femminile») suscita pur sempre qualche turbamento rispetto all’omogeneità vegetale («maschile») dell’insieme: se si ha l’avventura di imbattersi in quell’ago, se ne resta punti. Non a caso all’interno dello stesso Talmud e ancor più nei suoi commenti non sono mancate interpretazioni denigratorie della perspicace Beruryah.

Piero Stefani, in la Lettura #232, pag. 12

Territorio

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Al tempo dell’Alberti «territorio» significava ancora, tra l’altro, spaventapasseri, come certificano i dizionari della bassa e infima latinità. In realtà sull’ambiguità del termine da quasi un migliaio d’anni si era già stati messi in guardia.
Nel Codice di Giustiniano si avvisa che esso deriva non da «terra», come si sarebbe portati a tutta prima a credere, ma dalla stessa base di un’altra parola, «terrore»: il territorio era (e resta ancora) l’estensione che ricade sotto l’atto di esercitare il potere, di produrre la paura, di imporre come fanno oggi i droni in Medio Oriente la morte. Ma con una grande differenza tra il Medioevo e i giorni nostri, che lo spaventapasseri aiuta a comprendere. Piantato in mezzo al campo esso ha il compito di rappresentare il diritto, la proprietà che su di esso vige, ma allo stesso tempo di tradurre tale diritto in termini naturali, quasi che quest’ultimo fosse un accessorio immediato e spontaneo del campo stesso. Come verso la metà del Trecento dirà Baldo degli Ubaldi: la giurisdizione insiste sul territorio come sopra la palude la nebbia, generata «dall’attiva potenza del suolo».
Per Baldo il territorio (l’ambito politicamente definito) era contenuto nel suolo (l’ambito naturalmente caratterizzato) come i fermenti vivi erano contenuti nel vino. E nel Medioevo l’autorità veniva compresa a sua volta come pertinenza naturale del territorio, nel senso che il diritto, per eccellenza consuetudinario, non era il prodotto di alcuna volontà soggettiva ma si configurava come riaffermazione e difesa di qualcosa di già dato e inscritto nella terra stessa, intesa come mediazione tra potere e comunità: giuris-dizione, appunto, l’esposizione di qualcosa che già c’è, e che proprio in quanto tale è specifico del contesto locale, è in grado di giustificare la politica pretesa d’obbedienza da parte del signore.

Franco Farinelli, in la Lettura #226, pag. 7

La normalità normativa

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Nella polis c’era una pressione immediata, perché ci si parlava faccia a faccia. Oggi la spinta al conformismo passa attraverso i media. Platone scrive, nel libro VI della Repubblica, che chiunque abbia a che fare con la folla e le proponga programmi politici, opere letterarie o artistiche, deve uniformarsi ai suoi voleri. A me quel passo fa venire in mente i sondaggi. Qualunque politico oggi, prima di avanzare una proposta, commissiona un sondaggio per verificare l’orientamento. Il posto che aveva l’urlo della folla nelle assemblee ateniesi è stato preso dalle indagini d’opinione, il cui terribile effetto consiste nel registrare una normalità che diventa subito normativa: tutti la pensano così e quindi così bisogna fare. È un enorme inganno.

Mario Vegetti, in la Lettura #228, pag. 3

Tucidide, i Meli. 2

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E se i Meli avessero capito? E se avessero voluto impartire a loro volta un insegnamento? I Meli sanno bene che gli Ateniesi sono più forti, mettono in conto di essere distrutti. Eppure resistono: perché la resistenza non è solo militare, è anche intellettuale, e riguarda la presunta verità di cui gli Ateniesi sarebbero detentori. I Meli perderanno ma non si piegano all’idea che nel mondo contano solo forza e interesse. Tucidide tace, ma anche questa è una possibilità. Una possibilità gravida di conseguenze, perché smaschera la presunta oggettività del realismo degli Ateniesi, rivelandolo per quello che è: un discorso volto a giustificare il punto di vista dei forti, un discorso che offre ai deboli una scusa per la loro sottomissione. Il rifiuto dei Meli assume così il valore della testimonianza di un altro punto di vista sulla realtà dell’uomo, che non è, o non è soltanto, brama di potere. I Meli: l’eccezione che non conferma la regola. La realtà non è quella descritta dagli Ateniesi. Magari gli uomini possono essere altro; a volte lo sono  pure. Ed è per questa idea che vale la pena di rischiare, persino di morire.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #211, pag. 5

Tucidide, i Meli. 1

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Sicuramente gli Ateniesi sono insegnanti pazienti. Perché i Meli danno spesso prova di una ingenuità sconfortante, come quando invitano gli Ateniesi a rispettare diritto e giustizia; o quando sperano nell’intervento di improbabili alleati, ad esempio gli Spartani. La risposta è severa ma illuminante: cosa c’entra la giustizia? In politica non si discute di cosa sia giusto o no; si discute di come stanno le cose, non di come si vorrebbe che andassero. Perché due sono le cose che contano, l’interesse e la forza. Tutti perseguono degli interessi, ma non tutti gli interessi sono realizzabili. Per realizzarli serve la forza. È come una legge scientifica: tutti cercano di affermarsi e ognuno ottiene quello che le sue forze gli permettono di ottenere. Basta dunque un calcolo per capire cosa si può fare e cosa no. La politica si risolve nella matematica.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #211, pag. 5

Materiali 17. Ad sidera

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Albrecht Dürer, Imagines coeli Septentrionales cum duodecim imaginibus zodiaci, Norimberga 1515

Agli angoli sono raffigurati i quattro elementi, i sette pianeti, antiche divinità, alcuni paesaggi e scritte scolorite; dentro sono distribuite le costellazioni nella loro forma tradizionale. La Stella polare, perno dell’emisfero, è la prima stella del timone del Piccolo carro, ovvero della coda dell’Ursa minor. La costellazione è raffigurata come una piccola orsa, ma in realtà sembra un cane, con la tradizione greca che vedeva nell’Orsa minore il cane della costellazione finitima di Bootes, il mandriano dei buoi. L’Ursa maior campeggia sulla sinistra, con le sette stelle più luminose a formare il Grande Carro. Gli arabi ci vedevano una cassa da morto seguita da tre prefiche, mentre per i latini erano sette buoi che vagavano per il cielo, septem triones, da cui il nome di Settentrione dato alla parte boreale del cielo. Altre quattordici stelle completano la figura. A dividere le due orse, le spire del Draco, custode del giardino degli dèi dove crescono i pomi d’oro. Lunghissima, la costellazione si estende fino al Cigno e alla Lira. Intorno al polo celeste un assembramento di figure: Ercole armato di clava poggia un piede sulla testa del Drago e l’altro su quella di Bootes; la mano sinistra tocca la Lira, mentre sul corpo centrale del Drago si addossano la figura di Cefeo e quella del Cigno. In grande evidenza la luminosissima Vega, “l’aquila in picchiata”, astro principale della costellazione della Lira. Su una natica di Ercole poggia la Corona boreale. Tutt’intorno gli altri abitanti del cielo: la regina d’Etiopia Cassiopea, seduta in trono, Andromeda incatenata, Pegaso, Perseo con la spada nella mano destra e la testa della Medusa nella sinistra, il fiume antropomorfizzato Eridano. E poi il Triangolo, il Cavallino, il Delfino, la Freccia, l’Aquila, e il Serpente, diviso in due parti, serpens caput e serpens cauda, separate da Ofiuco. L’eclittica chiude il cerchio, le immagini zodiacali vi si sgranano sopra come in un rosario.

Materiali 16. Simboli

 

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Di simboli e significati se ne potevano trovare più d’uno: la forma ottagonale era già di per sé allusiva. L’otto è il numero dell’equilibrio cosmico; otto sono le direzioni cardinali unite alle direzioni intermedie, e le punte della rosa dei venti. Ma essendo la stanza aperta da un lato, le pareti erano effettivamente sette. I sette giorni della settimana, i sette cieli abitati dagli ordini angelici, i sette pianeti tradizionali, le sette Esperidi, le sette porte di Tebe, le sette corde della lira, i sette colori dell’arcobaleno. E poi, sette è la somma delle virtù cardinali e delle virtù teologali, per non parlare del libro dell’Apocalisse: le sette trombe, le sette chiese, le sette stelle, i sette sigilli, le sette teste, i sette flagelli, i sette tuoni, i sette re. Senza contare che il numero sette, nell’Antico Testamento, compare settantasette volte. I gradini che portano all’ingresso sono cinque. Il cinque corrisponde al punto medio dei primi nove numeri, ed è uguale alla somma del primo numero pari con il primo numero dispari: cifra che simboleggia il centro, l’armonia e l’equilibrio, e segno di unione. Numero nuziale, secondo i pitagorici. Il cinque è il simbolo dell’uomo, che a braccia e gambe aperte appare come una costruzione a cinque parti; cinque sono i sensi, e quindi le forme sensibili della materia; la quinta essenza degli alchimisti, poi, era il coronamento delle scomposizioni e ricomposizioni dei quattro elementi. Cinque erano le età mitiche di Esiodo. E quattro sono le pareti dove sono appesi i quadri: con quel numero non c’è da scherzare. I quattro punti cardinali, i quattro venti, i quattro pilastri dell’universo. Quattro sono le stagioni, le fasi della luna, gli elementi, i fiumi del paradiso, le lettere del nome di Dio e di quello del primo uomo, i bracci della croce, gli evangelisti. Nelle ricorrenze dell’Apocalisse si trovano i quattro angoli della terra, i quattro cavalieri, i quattro flagelli, i quattro angeli distruttori. E le vetrate? Sono tre. Addio, qui si comincia con la Santa Trinità e si va a finire alle tre suddivisioni della grande opera degli alchimisti, l’opera al nero, l’opera al bianco e l’opera al rosso, nonché ai tre agenti, zolfo, mercurio e sale.