Poche chiacchiere!

«Giustamente Eco scrive che “il riassunto di un romanzo non è mai un caso di semplice informazione: è un atto critico”. Riassumere significa infatti scegliere quel che è indispensabile dire e quanto si può tralasciare, e questo equivale a “pronunciare implicitamente un giudizio critico”.
Detto questo, io vorrei introdurre qui altre regole del gioco per me essenziali, che si possono formulare (riassumere) in una norma generale: il riassunto deve essere costituito da enunciazioni, pensieri e possibilmente parole contenute nell’opera da riassumere, cioè deve tendere a renderne anche l’aspetto formale, stilistico, mettendo in evidenza lo spirito che quella determinata forma esprime. Non deve insomma essere un discorso sull’opera, un commento, una definizione del suo significato in linguaggio critico–teorico. Altrimenti diventa un breve saggio critico, che è un’altra cosa, magari auspicabile se la si contrappone a un saggio lungo e sovrabbondante (non s’insegna mai abbastanza che la laconicità e l’incisività sono i mezzi migliori per assicurare al proprio pensiero la capacità di comunicare e di imporsi) ma che non ha niente a che vedere con quello che il riassunto si propone.
Vorrei insomma che questa fosse un’occasione per sottolineare una distinzione, come genere letterario, come metodo, come linguaggio: o è un riassunto o è un commento».

Italo Calvino, dall’intervento su «la Repubblica», 22 ottobre 1982.

Qui l’integrale: https://www.doppiozero.com/materiali/sala-insegnanti/poche-chiacchiere

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Guernica

René Burri, Guernica di Picasso esposto a Palazzo Reale, Milano, 1953

Nel settembre 1936, nei Paesi Baschi i rivoltosi nazionalisti conquistano Irún e San Sebastián. Ma l’obiettivo prioritario è Madrid. La capitale, attaccata tra novembre e dicembre 1936, non cade nemmeno con le successive sanguinose battaglie del Jarama e di Guadalajara. Allora i nazionalisti attaccano la Biscaglia, ricca di industrie e risorse minerarie: pur essendo cattolica e conservatrice, si è schierata con la Repubblica. Il 31 marzo 1937 comincia l’offensiva del generale Emilio Mola, uno dei capi della rivolta, che annuncia: «Se la resa non sarà immediata raderò al suolo tutta la Biscaglia». E il 26 aprile tocca a Guernica.
Fin da gennaio la Repubblica spagnola aveva deciso di partecipare all’Exposition Internationale di Parigi: un gruppo di intellettuali spagnoli incontra Pablo Picasso a Parigi e lo convince a realizzare una grande opera di propaganda per il padiglione progettato da Sert e Lacasa, decorato con interventi di Sánchez, Renau, Miró e Calder. Alla fine di aprile Guernica diverrà il tema del quadro.
Siamo all’inizio di quella stagione tragica dell’arte del XX secolo che culminerà il 18 e il 19 luglio 1937 con la doppia inaugurazione, a Monaco, della Groβe Deutsche Kunstausstellung — la mostra dell’arte ufficiale nazista — e dell’esposizione dell’Entartete Kunst, la cosiddetta arte degenerata, che raggruppa senza distinzioni, in una sorta di abiura o di rogo simbolico, tutte le produzioni dell’avanguardia nei primi decenni del secolo. Dal 25 maggio al 25 novembre, all’Exposition Internationale des Arts et Techniques di Parigi si affronteranno, lungo i due lati del Champ de Mars, il padiglione tedesco di Albert Speer e il padiglione sovietico di Boris Iofan con le figure ciclopiche in acciaio de L’operaio e la kolchoziana modellate da Vera Mukhina.
Sconvolto dai reportage da Guernica e dalle prime immagini delle sue rovine sul quotidiano comunista «Ce Soir», Picasso sviluppa in forma completamente nuova alcuni spunti delle incisioni satiriche Sogno e menzogna di Franco, che assumono ora un valore di ben più stringente attualità. Da questi primi disegni — rinunciando simbolicamente al colore — nasce la grande composizione di Guernica, appuntata su una tela di 349 × 777 centimetri e poi sviluppata in un crescendo di brutale sintesi delle forme e di distillazione del suo contenuto drammatico tra l’11 maggio e il 4 giugno.

Pablo Rossi e Giorgio Zanchetti, in la Lettura #277, pag. 34

Il Monaco

Volevo dirti che non c’è modo peggiore di perdere il proprio tempo che il comporre versi. Un autore, buono o cattivo o mediocre che sia, è una bestia che chiunque ha il diritto di attaccare; perché, pur non essendo da tutti scrivere libri, tutti si considerano in grado di giudicarli. Un’opera malriuscita si porta dentro il proprio castigo: disprezzo e scherno. Una riuscita, suscita l’invidia e trascina in un’infinità di mortificazioni il proprio autore, che si trova assalito da critiche partigiane e stizzose: chi ha da ridire sulla struttura, chi sullo stile, chi sugli insegnamenti che cerca di inculcare. E quanti non riescono a trovare difetti nel libro, si studiano di denigrare l’autore. Con malizia, vanno a scovare ogni minimo dettaglio tale da coprirne di ridicolo il nome e la condotta e, non potendo nuocere allo scrittore, si volgono a ferire l’uomo.

Matthew Gregory Lewis, Il Monaco, 1796.

Per molto tempo

Per molto tempo, quando cominciai a viaggiare in Europa, tutto ricordava la guerra. A Parigi, nel 1948, stavano tornando in circolazione gli intellettuali che si erano compromessi con il regime collaborazionista del maresciallo Pétain. Ma la città, salvata dal buon senso del generale Dietrich von Choltitz, era intatta. A Vienna, nel 1949, il Teatro dell’Opera, distrutto durante la conquista della città, era stato appena ricostruito. A Londra la stoffa dei cappotti era razionata e la carne di balena si comprava nei negozi di pesce coi tagliandi della carta annonaria. A Berlino nel 1951 i mattoni recuperati dalle macerie e diligentemente numerati costeggiavano i grandi viali e attendevano di essere usati per la ricostruzione. Nel 1952 a Salisburgo, dove l’Università di Harvard aveva aperto un seminario di studi americani, la sede (una villa Barocca appartenuta all’attore e regista Max Reinhardt) sorgeva a breve distanza da un campo di displaced persons: persone senza fissa dimora che la guerra aveva gettato sulle strade d’Europa. A Monaco di Baviera, nello stesso anno, le case nel centro della città avevano solo il piano terreno. Il resto era andato in fumo.
Durante i viaggi capii che in Europa non esistevano vinti e vincitori. Esistevano soltanto, anche se in misura diversa, Paesi sconfitti. Ne ebbi la conferma quando arrivai in America nel settembre del 1952 per un soggiorno alla Università di Chicago che sarebbe durato poco meno di un anno e mezzo. Gli Stati Uniti avevano vinto, i Paesi della vecchia Europa erano tutti perdenti.

Sergio Romano, “Così divenni un patriota europeo”, in la Lettura #276, pag. 5

Sacre agli dèi. 2

A 18 anni, quando ho indossato per la prima volta le armi, ho giurato: «Non porterò disonore alle sacre armi, né abbandonerò il compagno, dovunque io sia stanziato. Combatterò in difesa delle cose sacre agli dèi e agli uomini, e lascerò il mio Paese non diminuito, ma accresciuto e migliore, da solo e insieme a tutti. Rispetterò saggiamente i magistrati al governo, e osserverò le leggi stabilite e quante saranno istituite con senno. Se qualcuno tenterà di rovesciare le leggi, io combatterò, da solo e con l’aiuto di tutti. Onorerò la religione dei miei padri. Sono testimoni gli dèi e i confini della mia terra, il grano, l’orzo, le vigne, gli alberi di olivo e di fico». Allora ero fiero di essere un cittadino. Poi, però, ho visto molte ingiustizie. Come dice il sommo Aristofane, i tassiarchi, con i loro tre pennacchi e il mantello rosso sgargiante, spesso sono i primi a fuggire, e quando tornano a casa si comportano in maniera intollerabile. Cancellano indiscriminatamente alcuni di noi dalle liste di leva, altri li convocano più volte a sorpresa: «Si parte domani». La guerra è un grande mortaio in cui le città sono maciullate da uomini come Cleone l’Ateniese, soprannominato il «Pestello», o Brasida lo Spartano, che ci hanno trascinati in una lotta fratricida, per la gioia dei mercanti d’armi. Ora è il momento di mettere da parte gli affanni e salvare la pace, prima che un altro pestello lo impedisca. Allora potremo di nuovo fare festa, gridare, ridere; potremo finalmente navigare, rimanere a casa, fottere, dormire, andare alle feste, banchettare, far baldoria come i Sibariti. E io sarò felice di sbarazzarmi dell’elmo: lo ritroveranno nel mare di Gela, tra oltre 2.400 anni. Alle battaglie preferisco una bella bevuta con gli amici accanto al fuoco.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Sacre agli dèi. 1

Ci chiamano opliti, dal nostro scudo pesante o hoplos, oppure «uomini di bronzo». Oltre a corazza, lancia e schinieri, a volte abbiamo placche anche su braccia e cosce. Lo scudo porta il simbolo della nostra città; la civetta per Atene, la lambda per Lacedèmone o Sparta, la sfinge o la clava di Eracle per Tebe, l’idra per Argo, il polpo per Corinto. L’elmo corinzio che porto in testa, ricavato da un unico pezzo di metallo battuto e difficilissimo da costruire, è ormai usato in tutta la Grecia e pure nelle colonie. Il  nostro capolavoro è la falange, formazione costruita come una casa, con i più valorosi sul fronte e sul retro, e i  meno forti al centro. È una città semovente, organizzata secondo le tribù, in cui si combatte accanto al padre, allo zio, al vicino, e in cui si vince se si sta uniti. I nostri comandanti, i tassiarchi, e sopra tutti lo stratego, in battaglia vanno avanti, sull’ala destra, nel posto più pericoloso. Un suono di tromba ci dà il segnale per l’attacco, un altro per la ritirata, e guai se il suonatore si sbaglia, com’è già successo. Prima di combattere, mangiamo cacio e cipolle, e beviamo del vino, per farci forza. Tutti i cittadini combattono, e in casi estremi arruoliamo perfino forestieri e schiavi. A volte ci accompagna la fanteria leggera, che chiamiamo gimneti, «uomini nudi». Perdere le armi in combattimento non è un disonore, ma perdere lo scudo sì, perché, come disse il re spartano Demarato, gli elmi e le corazze li metti per proteggere te stesso, lo scudo è per il bene di tutta la schiera. Abbiamo trionfato sui Persiani, anche se il loro generale Mardonio trovava il nostro modo di combattere pazzo e troppo sanguinoso. Per noi la guerra dev’essere breve, decisa in una sola battaglia. C’è scarsità di uomini, e bisogna tornare a casa in tempo per il raccolto. A volte al solo vederci quelli scappano, consegnandoci la vittoria senza troppe perdite. Ma quasi sempre ci sono molti morti, fra i vincitori e fra i vinti.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Post-verità

illustrazione di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte

Ad Atene si conservava memoria di quella volta in cui Pericle e Protagora avevano perso un’intera giornata in una discussione senza senso. Durante una gara un tizio aveva colpito un’altra  persona, uccidendola. Cosa c’era da discutere? Tutti avevano visto, il fatto era certo. E invece loro erano stati lì, cercando di distinguere tra causa e responsabilità, valutando quello che era successo: era stata colpa di chi aveva lanciato il giavellotto o degli arbitri? O forse anche della persona che era morta? Avevano parlato persino del giavellotto. Chiacchiere inutili, pensavano gli ateniesi sorridendo. Quando si trattava di affrontare Pericle, però, non ridevano più. «Ogni volta che riesco a buttarlo in terra lottando – aveva osservato uno dei suoi più accaniti avversari, Tucidide figlio di Melesia – lui contesta di essere caduto, si fa aggiudicare la vittoria e convince persino coloro che lo hanno visto cadere». Ci sono i fatti, ovviamente. Ma – come nei tribunali così in politica – i fatti da soli non dicono niente: devono essere spiegati e valutati. Ci sono i fatti e le interpretazioni, insomma. Di questo parlavano Protagora e Pericle. Protagora l’aveva anche scritto, in un discorso dal titolo altisonante, Verità (in greco Aletheia). Affermava che la Verità al singolare non esiste: per ogni fatto, diceva, ci sono sempre due discorsi contrapposti. Lo avesse scritto oggi, lo avrebbe intitolato Post-verità.
Non sono tesi piacevoli da ascoltare, e ad Atene erano in molti a condividere le accuse di Aristofane, quando lamentava che la diffusione di queste idee avrebbe portato la città alla rovina. Ma Protagora non aveva tutti i torti. Accertare la verità di un fatto, vale sempre la pena di ripeterlo, è importantissimo. Ma non è sufficiente, perché nel mondo degli uomini i fatti non sono mai isolati. Tutto è in relazione con tutto, e il problema è appunto quello di dover gestire questa miriade di fatti, una rete di eventi e azioni che s’intrecciano e confondono, rendendo tutto ambiguo e complicato.

Mauro Bonazzi in la Lettura #273, pag. 8

Fecondazione trasversale

Durante gli anni Venti ci fu in Russia un autentico rinascimento, qualcosa di diverso da cioò che accadeva sulla scena artistica di altri Paesi. Gli scambi fra romanzieri, poeti, artisti, critici, storici, scienziati diedero luogo a una sorta di fecondazione trasversale, e ne derivò una cultura di insolita vitalità e capacità, una straordinaria curva ascendente nella civiltà europea.

Isaiah Berlin, Impressioni personali, a cura di H. Hardy, Adelphi, Milano 1980, p. 174

Produttività

Si dice, e spesso si strilla: occorre fare ricerca, accrescere la produttività, immettere nuovi prodotti, vincere la concorrenza e così creeremo nuovi posti di lavoro qualificati. In Italia questa cantilena risuona da anni ad ogni angolo di strada. Ma con scarsi risultati reali. Le classi dirigenti del nostro Paese non hanno mai superato la loro storica indifferenza nei confronti di tutto ciò che è ricerca, università, mondo degli studi. La loro rozzezza culturale fa oggi spettacolo sulla scena della vecchia Europa.
Ma bisogna porsi serenamente delle domande e placare la gazzarra propagandistica. Occorre essere competitivi, si dice, vincere la concorrenza. Intanto la concorrenza di chi? Nel mercato globale siamo tutti concorrenti. Chi vince, chi perde? Ogni capitalismo nazionale esorta i propri connazionali a competere, e usa le sue retoriche come una frusta ideologica per sottomettere l’intera società ai suoi ritmi e ai suoi obiettivi. In una società che ormai affonda in un oceano di merci tutti dovremmo curvare la schiena per impegnarci in una lotta allo spasimo per produrne sempre di più. Ma questa lotta, poi, ha risultati finali a somma zero. Si vince in un settore e si perde in un altro. Nessuno vince dappertutto. E poi vincono solo alcuni, sempre più pochi, i più grandi e potenti, e perdono tutti gli altri. E nel corso di questa lotta si producono picchi inauditi di ricchezza per una minoranza e bassi redditi per la grande massa. Mentre si distruggono ricchezza, imprese, macchinari, tecnologie, che soccombono come armate sconfitte sotto i colpi di chi vince temporaneamente la battaglia.

Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio, Laterza, Roma-Bari 2011, pagg. XXVI-XXV

4321

Come cambia la vita di Archie? In modo radicale, a volte, per le conseguenze di scelte minuscole: d’altronde Auster, da bambino, durante un temporale, vide morire a pochi centimetri da lui un amico colpito dal fulmine — una di quelle esperienze che non possono non farti pensare ogni giorno a quella che in un suo libro ha chiamato La musica del caso. Le radici della famiglia di Archie restano le stesse: il patriarca che sbarcò in America all’alba del Novecento, partito a piedi da Minsk con cento rubli cuciti nella fodera della giacca, passato da Varsavia a Berlino per prendere finalmente una nave verso l’America. Isaac Reznikoff che voleva una nuova vita in un nuovo continente e che, su consiglio di un compagno di viaggio, si liberò di quel nome ebraico che poteva creare solo guai con gli antisemiti. Gli era stato suggerito di dire alle guardie dell’immigrazione di chiamarsi Rockfeller «perché in America tutti amano i Rockfeller» e, chissà, qualcuno l’avrebbe scambiato per un lontano parente — con inspiegabile accento yiddish — di quella dinastia miliardaria.
Ma Isaac dimenticò quel cognome e, messo alle strette dall’immigrazione americana esclamò «Ikh hob fargessen», «ho dimenticato». E quello, fraintendendo, scrisse sul registro: «Ichabod Ferguson». Un nome melvilliano, da protestante scozzese, per un ebreo bielorusso destinato a una vita di lavoro e a una fine prematura nel Nuovo Mondo, Ichabod nonno di Archie la cui storia, raccontata a pagina 1, tornerà come in un gioco di prestigio nelle ultime pagine del romanzo quando Auster si diverte, finalmente, come un illusionista generoso che decide di raccontare al pubblico i suoi trucchi alla fine dello show.

Matteo Persivale in la Lettura #266, pag. 18-19