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Kafka-1


Sai, l’esperienza
della malattia non mi è estranea. E, con essa, il “percorso moderno” che ti costruisce intorno.
Suppongo che all’epoca di Kafka, che ha saputo farne un formidabile strumento di conoscenza, la malattia avesse ancora quel carattere chiaro ed esemplare, che la connotava esistenzialmente. Oggi, invece, l’esperienza della malattia innesca spesso un “edificio collaterale” di esperienze, attese, paure, sofferenze, mutilazioni anche dell’anima, che seguono e rispecchiano l’enorme complessità contemporanea. Per questo, forse, la contemporaneità continua a respingermi.
La sofferenza primaria della malattia, infatti, porta con sé le sofferenze secondarie causate dalle terapie, che si moltiplicano e si combinano e sovrappongono, secondo i criteri e i metodi sperimentali della medicina. Un grande progresso e una grande molteplicità di sfaccettature: per guarire si assumono farmaci spesso potenti, spesso devastanti, che lasciano segni non solo dentro, ma anche nel corpo, nel volto, nello sguardo che avrai per il resto della vita.
Capita che le terapie, oltre ai canonici guasti nell’organismo, agiscano anche sul sistema nervoso e sull’apparato percettivo, portandoti a non capire il mondo, a non capire il tuo esserci, e a conoscere dolori nuovi, che non sai né descrivere né spiegare a chi ti sta vicino. La vita diventa incomprensibile, e così le pulsioni suicide — debitamente indicate nel foglietto illustrativo — che il farmaco talvolta induce.
Così, quando le terapie moderne — multiple, associate, intersecantesi — s’appropriano di te per salvarti, il percorso si fa sfaccettato e quasi inconoscibile, in un modo che rende più arduo far della malattia uno strumento di conoscenza. Gli sforzi, allora, si fanno anch’essi sfaccettati, frammentati, faticosi nella loro incomprensibilità. E la speranza “nel qualcosa che non può essere nominato” prende una forma quasi fisica, a un tempo granitica e splendente, di ciò che esiste ed è lì. È lì per essere raggiunto: supremo specchio di illusioni, oppure, come mi piace pensare, arrivo necessario di un’esistenza.

 

il cipresso

Ieri sera s’è messo a nevicare, e stamane mi son alzato con sessanta centimetri di neve. Completamente sommerso: gli alberi piegati, in giro molti rami spezzati, ma soprattutto il cipresso, quello che sta dalla parte di sotto, all’ingresso secondario, un giovane cipresso che s’era già rotto in parte nella nevicata di un anno fa, stavolta si è spezzato di netto, lasciando un moncone che sporge di poco dalla neve. Aveva due punte, quel cipresso, cresceva vigoroso, poi la terribile nevicata dell’anno scorso ne aveva spezzata una; ora, assottigliato, l’albero continuava a puntare in alto, ma stanotte la neve pesante e bagnata l’ha schiantato del tutto. Prima di nevicare aveva piovuto a lungo, così la neve s’è incollata alle superfici bagnate, e ora che cerco di scrollarla da certe piante fa fatica ad andarsene tutta, in parte rimane attaccata in piccoli blocchi che mantengono il loro peso. Per poter scendere a rifornire la mangiatoia degli uccellini che tengo giù, sotto la tettoia altissima che un tempo si usava per ricoverare le balle di fieno, mi son messo gli stivali di gomma alti fino al ginocchio, ma la neve è così alta che ci si è infilata dentro andandomi a bagnare i talloni. Gli uccelli erano a secco, ho dovuto riempir la mangiatoia di semi di girasole, e un’avvisaglia l’avevo già avuta mentre ero ancora a letto: sentivo picchiettare, non sapevo se in cucina o alla porta d’ingresso, m’ero anche un po’ allarmato perché è una cosa insolita, se non strana, poi quando mi sono alzato ho visto sul davanzale della cucina un manipolo di uccellini — cinciarelle colorate di verde e grigio con la strisciolina nera intorno al capo — riuniti come a reclamare, che appena m’han visto si sono dispersi. Per questo sono uscito a rifornirli prima ancora di lavarmi la faccia e far colazione — ma non prima d’aver nutrito il cane e i gatti, si capisce. E’ stato allora che ho visto il cipresso schiantato. Prometteva bene quell’albero, immaginavo quando un giorno sarebbe diventato gigante come quelli che torreggiano sul crinale della mia collina, così caratteristici contro il blu del cielo nella bella stagione. Sono cipressi italiani, è questo il loro nome, quelli lunghi a punta che popolano anche molti cimiteri, chissà perché; detto per inciso, fu a un cipresso italiano che mio padre s’impiccò, dentro un cimitero, ma questa è un’altra storia. Molti altri tipi di cipresso, soprattutto americani, hanno forme completamente diverse, non sembrano neanche parenti. Adesso, mentre in casa la luce salta e poi ritorna, e poi ancora salta e ritorna di nuovo, e la linea telefonica resiste ma non si sa ancora per quanto, mi domando che ne sarà di questo moncone di cipresso.

DISTIM(AN)IA

La persona depressa — quella tipica — non ha desideri e non prova piacere in nulla, nemmeno in ciò che normalmente era di svago. Non vede nessun valido motivo, né dentro né fuori, per risollevarsi dal suo stato, che tende a ritenere definitivo e persino giusto. Si considera non solo incapace, ma anche immeritevole di vivere; si ritiene priva di qualità e crede d’aver capito in modo definitivo che il mondo è oggettivamente grigio e vuoto. In più, ritiene che non ci si possa fare nulla. Ma non riesce ad accettare questa situazione catastrofica da cui è convinto di non poter uscire: da qui la sofferenza e il dolore mentale, che possono portare  addirittura verso l’idea del suicidio. Continua a leggere “DISTIM(AN)IA”

CONGIUNZIONI

Leggo nel libro La depressione di Giovanni Jervis, edizioni Il Mulino, che si tratta di un disturbo psichico in cui l’ereditarietà — o per meglio dire, la predisposizione ereditaria — ha un peso notevole.

Poi, più sotto, in un inciso fra parentesi:

Per esempio una persona può avere avuto un’infanzia infelice, beninteso per motivi del tutto indipendenti da qualsiasi sua predisposizione, e questo fatto può aver lasciato una traccia indelebile nel tono prevalente del suo umore, rendendola più esposta alla depressione; o ha percorso l’adolescenza tormentata da sentimenti di inadeguatezza; oppure, da adulta, è stata colpita da un lutto gravissimo e inatteso in un periodo della sua esistenza in cui era del tutto impreparata a un evento del genere.

Qui la congiunzione coordinativa disgiuntiva “o” sembra indicare un’alternativa, ovvero un’equivalenza: uno ha avuto questo, o quello, oppure quell’altro.

Ma se invece la persona in questione queste cose le avesse avute tutte e tre? Supponiamo che abbia avuto un’infanzia infelice e un’adolescenza tormentata da sentimenti di inadeguatezza, aggravati da situazioni di esclusione, e anche un lutto gravissimo — come un suicidio — di cui si sente oggettivamente responsabile. Se una persona avesse avuti tutti e tre questi regali e non se ne fosse ancora liberata, mi chiedo, avrebbe diritto o no di essere depressa, senza dover subire le rotture di scatole di chi gli sta intorno?