La psicologia del talento

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Un talento deve essere fluido, non polveroso, liscio, non accidentato, ma non può fluire in modo troppo liscio, dev’essere profondo e di un certo peso, ma non può essere troppo profondo, e tanto meno pesante. Deve avere una certa ampiezza e una certa calma, vale a dire dev’essere caldo, deve sapersi spingere fino all’incandescenza, ma non può essere mai focoso, mai grossolano, mai goffo. Deve essere freddo, ma deve sempre lasciar intuire il calore, non può mai essere puntuto e sottile, bensì raffinato, e comunque non in maniera esclusiva. Non deve avere modi preziosi, perché la preziosità è ritenuta in genere qualcosa di meramente esteriore, ma deve essere attento e accurato, e allora di per sé sarà di pregio. Non deve mai oscillare di qua e di là, a meno che non se lo imponga per fingersi ubriaco, dev’essere solido, ma evitare la durezza, dev’essere ardente. Dev’essere gioioso e zelante e modesto; nella protervia non è più se stesso, ma qualcosa di diverso e di estraneo, si sfalda, si frantuma e crolla. Se non lavora ogni momento su di sé, con piacere e con la massima fiducia, è un presuntuoso e non vale praticamente nulla.
Deve essere veloce, ma non può mai andare al galoppo, non può fare salti, altrimenti si schianta interiormente. Se però si trascina, è malato e allora a poco a poco muore. Dev’essere coraggioso; essere coraggioso equivale per lui a non essere mai pigro, ma Dio lo protegga dall’impudenza, che è cieca e fa scendere in abissi da cui non vi sono più strade per risalire alla luce. Dev’essere severo con se stesso, mai brusco verso la persona altrui, la persona altrui ha sempre meritato benevolenza ogni volta che la propria ha tenuto gli occhi aperti. Deve essere umile, e sempre lo sarà se sarà sempre consapevole di quel che è. Può anche non esser consapevole, ma questo non può volerlo, è una cosa che porta all’istupidimento; la stupidità, però, abita a due passi dalla perfidia. Dev’essere prudente e parsimonioso, perché possa aver qualcosa da dare al momento di spendere, ma si guardi bene dalla smania di possesso e dalla spilorceria, qualità che si addicono all’usuraio, mentre il talento è destinato dagli dèi ad amare, a dare, a sentirsi partecipe dei sentimenti altrui. Deve essere orgoglioso e sapere che «orgoglioso» è il contrario di altezzoso. Deve essere audace per avere in ogni momento il piacere di respingere offerte umilianti. Deve amare il pericolo, deve soffrire, non può mai rifiutarsi di soffrire, altrimenti si appiattisce e allora soffre davvero.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, pp. 32-33

Improvvisazione e composizione

Milan-Kundera

Quella libertà che tanto ci affascina in Rabelais, Cervantes, Diderot e Sterne è connessa con l’improvvisazione. Soltanto nella prima metà dell’Ottocento la composizione articolata e rigorosa diventa un obbligo imprescindibile. La forma del romanzo così come nasce allora, con l’azione concentrata in uno spazio temporale estremamente ridotto, su un crocevia nel quale si intersecano molte storie di molti personaggi, richiedeva uno schema delle azioni minuziosamente calcolato: prima di cominciare a scrivere, il romanziere rifaceva più volte lo schema del romanzo, calcolandolo e ricalcolandolo, disegnando e ridisegnando ogni cosa come non era mai accaduto prima. Basta sfogliare gli appunti di Dostoevskij per I demoni: nei sette taccuini, che nell’edizione della Pléiade occupano quattrocento pagine (il romanzo ne occupa settecentocinquanta), i temi sono in cerca di personaggi, i personaggi in cerca di temi, e i personaggi stessi si disputano a lungo il ruolo di protagonista; Stavrogin dovrebbe essere sposato, ma «con chi?» si domanda Dostoevskij e tenta di farlo sposare con tre donne diverse; ecc. (Il paradosso è solo apparente: quanto meglio è calibrata questa macchina narrativa, tanto più veri e naturali risultano i personaggi. Il pregiudizio secondo il quale la tecnica di costruzione sarebbe un elemento «non artistico» e mutilerebbe la «vitalità» dei personaggi rivela solo il sentimentalismo ingenuo di chi dell’arte non ha mai capito nulla).
Il romanziere del nostro secolo, che rimpiange l’arte degli antichi maestri del romanzo, non può riannodare il filo là dove è stato tagliato; non può saltare a piè pari l’immane esperienza dell’Ottocento; se vuole ritrovare la spregiudicata libertà di un Rabelais o di uno Sterne deve conciliarla con le esigenze della composizione.

Milan Kundera, I testamenti traditi (traduzione di Maia Daverio), Adelphi, Milano 1994, pp. 26-27

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Il libro che mi hai regalato è bellissimo, è lussuoso, mi fa ricordare i tempi andati, quando avevo ancora una vita pulita davanti. Poi, purtroppo, arrivò la Grande Corruzione. Ora rivedo la tua figura lontana, quando ci scorgiamo a distanza, quei capelli scuri e quegli occhiali meravigliosi che celano uno sguardo formidabile, dolcissimo, trasparente, che disarma e fa sentire tutta la bellezza vera che possiedi. Quanto è bello il tuo corpo, così snello e morbido, aggraziato, timido, dal sapore dolce. Il tuo sorriso m’incanta, non ne ho mai visto uno migliore, più adorabile, più espressivo. Questo mi colpisce di più: dietro le tue parole c’è tutta la tua storia e il tuo mondo, che m’interessano tanto che vorrei scriverci libri interi. Vorrei essere pittore per dipingerti sempre, in tutte le versioni e situazioni. Sei il mio ideale di bellezza, di gioia, d’intelligenza, di moralità, di generosità e altruismo, di interesse per il mondo e per l’umanità. Sei una donna stupenda, e fin dai primi giorni, se ricordi, mi veniva da piangere perché sentivo di non esser degno di te. E ancora un po’ lo penso: sei così pulita e profonda che non so se posso essere all’altezza. Ma il tuo amore, così grande e sentito, vero e forte, m’incoraggia e mi fa pensare che forse posso esser fiero di come sono. Ma vorrei migliorare, per poterti amare degnamente, per poterti dare tutto quello che meriti. Tu incarni la felicità, una felicità potenziale che esplode quando ci si unisce a te, spiritualmente e fisicamente, che è l’incredibile privilegio che mi è toccato. Io non riesco ancora a esprimere tutta l’ammirazione che provo: già pronunciare il tuo nome è inadeguato a far capire quanto sei grande, intelligente, profonda, arguta, enormemente simpatica. La tua simpatia – di cui ho parlato poco, perché abbagliato dalla tua bellezza totale – è grandissima, e meriteresti schiere di amici che desiderano la tua compagnia. E vogliamo parlare anche della tua capacità di scrittura e d’introspezione, e della profondità della tua cultura? Qui si aprirebbe un capitolo lungo, in cui entra in gioco il tuo talento. Se facessi la giornalista saresti una delle più brave, e se ti mettessi a scrivere libri produrresti cose di grande qualità. E’ chiaro che bisogna sentirsele, queste cose, e finché non le sentirai non è necessario forzarti. Ma così come hai trovato un amore travolgente senza nemmeno cercarlo, potrà pure accadere che ti appassioni a scrivere un’opera organica e strutturata, qualcosa che ti porterà grandi soddisfazioni. Tu sei la dimostrazione che la vita la si può apprezzare per le cose vere, semplici e profonde, quelle che veramente le danno un senso, e non per le materialità e i feticci che la guastano. Tutte queste cose messe assieme, che ho provato a sintetizzare, ma che formano solo una parte – anche piccola – della tua meravigliosa complessità, sono ciò che mi viene in mente quando dici che dietro le parole Ti Amo ci sono la tua storia e il tuo mondo. Una storia che vorrei esplorare, un mondo in cui vorrei perdermi. È impressionante sentire quanto è forte questo sentimento, quello che provo ogni volta che penso a te, cioè sempre: un amore strabiliante, così dolce e forte che mi prende ogni fibra, che quasi m’imbambola.

La città e l’artista

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Il brav’uomo di provincia non voglia credere che qui, nella grande città, non vi siano anche solitudini. Nella metropoli vi sono solitudini spaventevoli, e chi abbia voglia di cibarsi di una pietanza così squisita potrà qui mangiarne a sazietà. Potrà sperimentare cosa significhi vivere in lande desolate e nei deserti. L’artista che vive in una grande città ha occasioni a bizzeffe di non vedere nessuno e di non parlare con nessuno. Gli basterà rendersi antipatico al mondo che conta oppure ostinarsi a non avere mai successo, e in un baleno sprofonderà nel più splendido e florido isolamento.
L’artista coronato dal successo vive in una grande città come in un incantevole sogno d’Oriente. Passa da una casa di signori a una casa di ricchi, si siede, senza pensarci troppo, a tavoli sontuosamente imbanditi e fa conversazione masticando e trincando. Trascorre la vita in una sorta di ebbrezza. E il suo talento? Un artista del genere scorda forse il proprio talento? Che domanda! Come se uno potesse così, senza problema alcuno, disfarsi del talento. Al contrario. Il talento si rafforza inconsapevolmente, se uno vive alla giornata. Non bisogna sempre preservarlo e curarlo, quasi fosse un che di malaticcio. Una cura apprensiva lo fa solo rinsecchire.
Nell’antro in cui opera, il tipo artistico può in ogni modo andare su e giù come una tigre, fremente dal desiderio e dall’ansia di conseguire risultati di grande bellezza. Lì nessuno lo vede e nessuno, quindi, se la prende con lui. In società deve essere una persona quanto più possibile disinvolta, simpatica, affascinante, non di troppo ma nemmeno di troppo poco rilievo. Una cosa non deve mai trascurare: è addirittura suo dovere fare un po’ la corte alle signore ricche e belle.
Trascorsi cinque o sei anni, l’artista, fosse anche di estrazione contadina, in una città si sente come a casa sua. Si direbbe quasi che i suoi genitori abbiano abitato qui e qui lo abbiano messo al mondo. Sente di avere un obbligo, un debito, un vincolo di fratellanza con quel singolare frastuono, fragore e fracasso. La fretta e la furia gli sembrano una nebulosa, un’amabile apparizione materna. Non ci pensa più a ripartire un giorno o l’altro. Che gli vada bene o male, si perda o faccia strada, poco importa: ne è preso, ne è incantato per sempre, non gli è possibile dire addio a questa grandiosa irrequietudine.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, pp. 70-72

Arte senza riguardi

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Apprezzare una produzione artistica risolta a metà è impossibile. Nell’arte non esiste riguardo, non esiste rispetto, l’arte non è il nostro caro e buon amico che vale oro per la sua onestà. Se l’arte si limita a essere onesta è scadente. Una persona che sia soltanto onesta ha raggiunto il massimo grado concepibile cui possa assurgere la sua dignità. Al giorno d’oggi stuoli di persone si arruolano tra i cultori d’arte solo perché sentono di avere un cuore colmo di bontà e benevolenza. Uno si ritiene un artista solo perché sente di non essere un tipaccio. Come se la precisa conoscenza della bassezza umana non fosse giusto la base per un’eccellente attività artistica.
Tutti gli errori costano cari, anche quelli originati dalle fonti più simpatiche e più pure, e non vi è luogo come il palcoscenico dove gli errori, sia quelli incantevoli sia quelli degni di abominio, vengono chiaramente a galla. Forse nel corso del tempo l’arte ha raggiunto un prestigio troppo alto e solido, dedicarsi ad essa non implica eccessivi rischi, probabilmente questa è la causa per cui ogni tre o quattro «persone carine» ce n’è una che vuol diventare artista. Bisognerebbe cercare di gettar discredito su questo campo, in modo che in futuro a scorrazzarvi sopra siano solo le canaglie o gli eroi.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, p. 47

Contributo alla psicologia del talento

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Un talento deve essere fluido, non polveroso, liscio, non accidentato, ma non può fluire in modo troppo liscio, dev’essere profondo e di un certo peso, ma non può essere troppo profondo, e tanto meno pesante. Deve avere una certa ampiezza e una certa calma, vale a dire dev’essere caldo, deve sapersi spingere fino all’incandescenza, ma non può essere mai focoso, mai grossolano, mai goffo. Deve essere freddo, ma deve sempre lascia intuire il calore, non può mai essere puntuto e sottile, bensì raffinato, e comunque non in maniera esclusiva. Non deve avere modi preziosi, perché la preziosità è ritenuta in genere qualcosa di meramente esteriore, ma deve essere attento e accurato, e allora di per sé sarà di pregio. Non deve mai oscillare di qua e di là, a meno che non se lo imponga per fingersi ubriaco, dev’essere solido, ma evitare la durezza, dev’essere ardente. Dev’essere gioioso e zelante e modesto; nella protervia non è più se stesso, ma qualcosa di diverso e di estraneo, si sfalda, si frantuma e crolla. Se non lavora ogni momento su di sé, con piacere e con la massima fiducia, è un presuntuoso e non vale praticamente nulla.
Deve essere veloce, ma non può mai andare al galoppo, non può fare salti, altrimenti si schianta interiormente. Se però si trascina, è malato e allora a poco a poco muore. Dev’essere coraggioso; essere coraggioso equivale per lui a non essere mai pigro, ma Dio lo protegga dall’impudenza, che è cieca e fa scendere in abissi da cui non vi sono più strade per risalire alla luce. Dev’essere severo con se stesso, mai brusco verso la persona altrui, la persona altrui ha sempre meritato benevolenza ogni volta che la propria ha tenuto gli occhi aperti. Deve essere umile, e sempre lo sarà se sarà sempre consapevole di quel che è. Può anche non esser consapevole, ma questo non può volerlo, è una cosa che porta all’istupidimento; la stupidità, però, abita a due passi dalla perfidia. Dev’essere prudente e parsimonioso, perché possa aver qualcosa da dare al momento di spendere, ma si guardi bene dalla smania di possesso e dalla spilorceria, qualità che si addicono all’usuraio, mentre il talento è destinato dagli dèi ad amare, a dare, a sentirsi partecipe dei sentimenti altrui. Deve essere orgoglioso e sapere che «orgoglioso» è il contrario di altezzoso. Deve essere audace per avere in ogni momento il piacere di respingere offerte umilianti. Deve amare il pericolo, deve soffrire, non può mai rifiutarsi di soffrire, altrimenti si appiattisce e allora soffre davvero.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, pp. 32-33

Sul ring

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Al suono della campana Irv Chartaris mi diede una pacca sulla spalla, e io saltellai verso il centro del ring. Balboni arrivò a testa bassa, molleggiandosi sui piedi sebbene fosse ancora fuori tiro, come fanno sempre i pugili di quart’ordine giusto per far vedere che conoscono le mosse. Stavo per colpirlo quando vidi comparire dal nulla il suo destro. Credo che mi abbia beccato, una cosa fulminea. Poi, subito dopo, arrivò anche il sinistro, quello però lo vidi. Mi prese in pieno: ero rimasto talmente sorpreso dal destro che non riuscii a schivare il sinistro, però almeno l’avevo visto arrivare, per cui mi sentii meglio. Poi mi centrò di nuovo un paio di volte, credo, una specie di tip tap di destro. Non che sentissi male, perché succedeva tutto molto in fretta, però a quel punto pensai Cristo, qui mi concia per le feste… devo… dobbiamo assolutamente far partire questo incontro. Solo che mentre lo pensavo lui continuava a pestarmi. Non ricordo bene cosa succedesse dopo i due jab: altri pugni, mi pare, di sinistro, di destro, il suo repertorio era tutto lì. Feci per dire: – Ehi, un momento, – perché non mi sembravano affatto leali tutte quelle botte mentre io non ero ancora pronto, ma non so se le parole mi uscirono di bocca. Sentii Chartaris gridare: – Su i pugni, Joey! – e giuro che ci provai, ad alzarli, solo che quasi subito fui costretto a tirare indietro le braccia per mantenere l’equilibrio, perché di punto in bianco il quadrato aveva preso a inclinarsi. L’unico pugno vero che ricordo di essermi beccato fu in quel preciso momento, mentre allargavo le braccia e buttavo indietro il sedere per ritrovare l’equilibrio, perché il maledetto tappeto stava scivolandomi via sotto i piedi, e quel figlio di puttana di Balboni scelse l’unico attimo in cui ero vulnerabile per tirarmi un diretto bestiale, BUM, proprio nello stomaco. Mi si bloccò il respiro, che mandò a monte tutto il mio piano, basato sostanzialmente sulla respirazione. Per cui di lì in avanti non ci fu più storia.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999

Errore tattico

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Stava cercando di staccarmi l’orecchio a morsi.
Lo teneva stretto fra i denti, aveva l’alito bollente e umido. Grugniva e ringhiava come un cane da guardia con gli avanzi di una bistecca.
– Va bene, – dissi, – basta con le regole da signorine.
Gli piantai una ginocchiata nelle palle. Fortissima. Lui si piegò in due, ma non mi lasciò andare. La mia testa dovette abbassarsi con la sua. Gli mollai un destro che anche a distanza ravvicinata bastò a chiudergli la mandibola di scatto e a ricacciarla indietro. Grave errore tattico. Con quel pugno il mio orecchio si staccò di netto.
Al diavolo l’orecchio.
Lui stava barcollando all’indietro, con le braccia tese in cerca di un appoggio. Gli sferrai un calcio sulla rotula con tutta la forza che avevo, e lui cominciò a contorcersi e ad accartocciarsi come una marionetta manovrata da un burattinaio epilettico. Gli avevo tolto un po’ d’energia, ma sapevo che se gli avessi dato mezza possibilità, si sarebbe lanciato di nuovo all’attacco.
Con un unico fluido movimento incrociai le braccia sul petto e infilai le mani sotto la giacca. Con la sinistra tirai fuori un fazzoletto e lo usai per tamponarmi la ferita. Con la destra tirai fuori una Webley calibro 45. Rinculò di brutto e fece un gran rumore. Potete giurarci.
Lui sputò il mio orecchio a tre metri d’altezza.
– Portalo all’inferno con le mie maledizioni, – gridai. – E di’ agli altri dannati che Victor Strang fa sul serio!
Urlavo, ma mi sembrava di avere la bocca tappata con un asciugamano. Sentivo la mia voce rimbombare nella testa, ma nel vicolo l’unico rumore era l’eco del colpo di pistola. Che ruggiva e ruggiva.
E ruggiva.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999

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Vedi, quello
che scrivi mi fa pensare una serie di cose. Innanzitutto quanto sei forte, competente, talentuosa; poi che esprimi queste qualità in modo simile al mio: restando sottotono, non imponendoti, non facendole pesare, esprimendoti sugli altri solo se sollecitata, e sempre con umiltà. Faccio questa considerazione anche pensando a quante persone si esprimono dandosi importanza, facendo dichiarazioni programmatiche, millantando una competenza critica e/o artistica di gran lunga inferiore alla tua, o con altri atteggiamenti, mentre tu tiri fuori le tue capacità solo episodicamente, solo se qualcuno crea le condizioni perché tu le esprima. Così faccio anch’io: ricordo persone che osservavano come mi mostrassi solo un poco alla volta, facendo scoprire lati insospettati, perché non m’ero preoccupato di metterli in mostra; anzi, quando lo facevo quasi chiedevo il permesso, oppure chiedevo scusa per l’ardire, come tendi a fare tu. Vedi quanto ci somigliamo? È stupefacente. Secondo me questo ci fa capire la natura, la sostanza, la forza, il valore del nostro legame.