Tempo

Pier Augusto Breccia

Ora sembra che lo scorrere del tempo sia un’illusione. Dunque, tutto il rammarico provato e accumulato negli anni per “ciò che non ho fatto”, per “ciò che ho perso”, sarebbe insensato. Il tempo passa davvero? Davvero scorre? E il presente che cos’è? Il presente è qualcosa di oggettivo nel mondo, qualcosa che “scorre” e che “fa esistere” le cose una dopo l’altra? Oppure è solo soggettivo, come lo è il concetto di luogo? Secondo le ultime interpretazioni, l’idea di un “presente” dell’universo è solo un’illusione, il tempo non scorre al suo interno, ma passato, presente e futuro sono rappresentati in un unico blocco. In questo universo-blocco non è il tempo a scorrere, ma sono le forme di vita al suo interno ad arrampicarsi su per una linea che ne costituisce il tracciato. La cognizione del tempo, quindi, sarebbe una pura costruzione umana, cognitiva, concettuale e culturale.

 

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Innanzitutto voglio rassicurarti: quella lettera non è affatto una punzecchiatura, non lo è per niente, anzi. Forse (a ben riflettere) è una “celebrazione”: ho voluto portare in chiaro un frammento che ci eravamo scritti in privato, nel nostro atelier.
Quella lettera vorrebbe essere la prima di una serie di frammenti di lavoro sul mio scrivere: sui miei progetti, sugli appunti preparatori delle scene, sugli “studi” di raffigurazione narrativa (analoghi a quelli che fanno i pittori) di cui ho riempito intere agende quando lavoravo ai romanzi che ho scritto. Mi piace l’idea di mostrare i materiali della mia “officina”. Non ti sembra una bella idea? Tutto qui, come vedi: è un progetto che ha un senso, e vuol anche servire come cura ricostituente per rimettermi a lavorare.
E magari parliamo della tua situazione, mi piacerebbe molto. Mi sembra d’intuire il pozzo di senso d’inadeguatezza in cui ti senti: sembra simile al mio, dal quale peraltro non sono ancora uscito. Quindi riesco a comprenderti molto bene, e sono solidale proprio perché i nostri stati si somigliano. Non essere in preda al panico, sono sicuro che da questa situazione usciremo: ne usciremo certissimamente!

 

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Sai, quando
leggo le tue lettere mi rassereno, riprendo fiducia e ottimismo. Perché standoti lontano e non riuscendo a leggerti in maniera estesa, a volte emerge un pensiero strisciante, che mi prende e mi lascia, e poi ritorna, subdolo: il timore di essere destinato a perderti, prima o poi. E questo pensiero subdolo e strisciante, sempre in agguato, mi mette di malumore e mi fa soffrire, mi fa pensare che, alla fine, non avrò scampo da quella sorda infelicità che tornerà a strangolarmi. Invece, leggendo le tue lettere così entusiaste e piene d’amore, tutto questo si dissolve e torna lo splendore che sei capace di donare: perché il tuo sentimento è autentico e forte. Non solo ti sto facendo del bene, ma anche tu me ne stai facendo moltissimo. Vorrei poterti abbracciare e accarezzare tutti i giorni, anche solo per il tempo necessario a donarmi quella fiducia e quella vitalità che rendono bella la vita e degna d’esser vissuta. Sei con me sempre, da quando riemergo dal sonno e per tutto il tempo in cui mantengo una coscienza. Sei una presenza imprescindibile, ormai, senza te non riesco a immaginare il procedere della vita.

 

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Per me
è difficile insegnarti a essere ligia, perché sono appunto un “maestro nel perdere tempo”. Ma la vita è fatta soprattuto di “cose pratiche”, che spesso sopravanzano e rendono obsolete tutte quelle speculazioni che ci hanno impegnati e preoccupati in precedenza. Pensare di fallire un obiettivo agognato ci dà l’immagine di un castello di carte che crolla: ma è un’immagine del tutto fuorviante, perché si concentra sul concetto in sé e non tiene minimamente conto del fattore “realtà del mondo esterno”: un fattore che invece è molto più importante e decisivo, perché è con quel fattore che ci si dovrà confrontare, e non con altri, è sul quel campo che ci si dovrà esprimere, e non altrove. Alla fine dei conti, potrebbe anche aprirsi una porta che dà molte opportunità e soddisfazioni, che spiana il terreno a un ulteriore maturare e a traguardi molto gratificanti, mentre il corso delle cose proseguirebbe comunque, per portarci al suo compimento. La vera forza sta nel far progetti e guardare avanti, nel darsi da fare, a prescindere dalle proprie performances del momento. Anch’io tendo a rammaricarmi per il tempo perso, eppure l’esperienza mi ha insegnato che c’è un tempo per ogni cosa: se una cosa, pur anelata, non riesce in un certo periodo, significa che non era il suo momento. Per noi il momento è arrivato ora, e sta facendo emergere e coagulare molti, moltissimi nostri bisogni, e dà voce e sfogo a tutto ciò che ci è maturato dentro negli ultimi anni.

 

tornare indietro

pier augusto breccia


Devo smetterla di pensare all’ipotetica, fantasiosa, irrealizzabile possibilità di tornare indietro nel tempo — anche solo di poco — per adottare i comportamenti giusti e ri-arrivare a oggi con i vantaggi conseguenti. Facile, sarebbe, come sarebbe facile viaggiare nei secoli con la Macchina del Tempo dell’omonimo romanzo, che ho appena finito di rileggere: si sale sulla macchina e si muovono le leve in avanti e poi indietro, per tornare ai nostri giorni e raccontare ciò che si è visto. A me piacerebbe viaggiare all’indietro, di molti anni, ma devo convincermi una volta per tutte che il semplice pensiero è una sciocchezza, che non merita di esser presa in considerazione nemmeno come puro esercizio di fantasia.
Se le cose sono andate in un certo modo, che a posteriori ci è apparso intollerabile, a un certo punto bisogna farsene una ragione. Se poi lo scorrere della vita si stabilizza, nel senso che una serie di cose torna a posto, allora si potrebbe anche usare la spugna e dare il proverbiale colpo che cancella tutto. Perché non farlo? Non mi risulta ci siano norme cogenti che lo escludono, quindi resta una facoltà di cui ci si può avvalere. Tirare una riga e andare accapo, dice qualcuno; buttarsi tutto alle spalle, dice qualcun altro; rimettere i nostri debiti e quelli dei nostri debitori, dice qualcun altro ancora. Insomma, ricominciare si può.

 

morfologia


Mi sta piacendo ricordare gli ultimi brandelli di sogno dopo essermi svegliato, e coltivarne le immagini per poterle mettere su carta. Può essere un modo per uscire dal torpore in cui mi trovavo, quel torpore di anni in cui tutto tendeva a sfuggire in un’evaporazione continua. Le settimane si bruciano, è vero, si consumano una dopo l’altra come la legna nel camino, ma oggi lo fanno lasciandomi qualche punto di riferimento per poter fissare idee e riflessioni, e decisioni, mentre prima mi lasciavano galleggiare in un tempo informe, in un consumo continuo senza identità. L’amorfismo in cui ero abbandonato era il nemico invisibile, contro la morfologia che ora mi sento finalmente in grado di tracciare.

Ladri del tempo

I ladri del tempo sono quei fattori che mangiano buona parte delle nostre giornate, a volte senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Ed è difficile debellarli, talvolta difficilissimo, al punto che il problema viene affrontato anche nei corsi di training. Le telefonate impreviste e troppo lunghe, ad esempio: oggi, coi telefonini, si può rimediare non rispondendo (anche silenziando la suoneria), per poi occuparsene al momento opportuno. Poi, l’arrivo improvviso di persone inattese che chiedono attenzione, oppure i collaboratori che si rivelano incompetenti e inceppano il corso delle cose, oppure altri indesiderata.
Questi sono i fattori esterni, contro i quali si può porre un argine; molto più difficile, invece, è affrontare i fattori interni: quelli che fanno parte del nostro carattere, della nostra indole, del nostro modo di operare, delle nostre abitudini. La tendenza al perfezionismo, ad esempio, oppure al disordine (per citare i più banali); poi la mancanza di un programma giornaliero, o la scarsa chiarezza sugli obiettivi che abbiamo di fronte: quella specie di foschia che senza una ragione apparente ci appanna l’orizzonte. Per non parlare della sciagurata incapacità di dire di no a quelli che ci sollecitano da più parti, quelli — sempre troppi — che vogliono salvaguardare il proprio tempo e i propri interessi tentando di addebitare il tutto a noi. Guardarsi da quelli lì, per carità: sono pericolosissimi.

Ritornare a casa 2

Pascal ha scritto che «se non si ama la verità non si può conoscerla». Occorre amare la verità prima ancora di conoscerla, come condizione per conoscerla. Ma perché si deve amare la verità così disinteressatamente? La risposta è semplice: perché c’è un appello radicale, perché veniamo da lì, perché il termine verità non fa altro che esprimere il lavoro oggettivo dell’essere che ci ha prodotto, la sua simmetria come insieme di relazioni ordinate che è la nostra patria e dove ognuno aspira a tornare, perché ogni cosa tende alla sua origine, a ritornare a casa. Amare la verità significa amare l’idea oggettiva che ci ha generato e nella quale sussistiamo.
Il primato, quindi, spetta a quella dimensione profonda dentro di noi dove pensare ed essere sono la medesima cosa, quella profondità che coincide con il nostro Io ma che insieme è più grande del nostro Io, perché, quando l’attingiamo consapevolmente, il nostro piccolo Io viene come trasportato al di là di se stesso, nella dimensione della verità oggettiva e permanente, in quel punto appoggiandosi al quale si attinge l’eterno, anzi si diviene come l’eterno, in quanto si comprende di esserne parte: si comprende che Io e Dio partecipano della medesima dimensione dell’essere. L’unica possibilità data all’uomo di uscire dallo spazio e dal tempo è di scendere nella profondità di se stesso, attingendovi l’autentica dimensione spirituale. Questa è la sede della vita felice o, per usare la classica terminologia teologica, della vita beata.

Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 202-203.