· 88

montagna

Questa tua descrizione di cosa può essere la malattia oggi è così precisa e intensa che mi ha tolto il fiato: per un attimo il cuore ha smesso di battere. Adesso è tardi, ma mi ha suscitato tanti pensieri e interrogativi, e soprattutto la voglia di stringerti forte. Mi sono venuti gli occhi lucidi dalla commozione, anche perché, conoscendoti, ho integrato queste tue parole con quello che mi hai raccontato a voce e ho capito ancora di più quanto hai sofferto. Quando parli di come le cure non solo ti lasciano dei segni interiormente ma anche esteriormente, nel volto e nello sguardo, mi sono venute in mente tutte le volte che mi hai detto di sentirti brutto. E, da amante di Kafka (ma pensa anche al ruolo fondamentale della malattia ne “La montagna incantata” di Mann, e in tante altre opere dell’epoca), mi ha molto colpita la differenza che poni tu fra la malattia come poteva essere vissuta nel passato (appunto: la tisi, per es. come strumento conoscitivo o interpretativo della realtà) e la malattia oggi, con tutto il carico che comporta in termini di terapie, aspettative, illusioni e delusioni, sofferenze e così via… È un discorso complessissimo e non avevo capito quanto a fondo tu avessi riflettuto e avessi interrogato la tua malattia, perché sì, me ne hai parlato spesso, ma non da questa prospettiva “interiore” che hai usato qui. Ecco perché ho avuto quel tuffo al cuore. Di nuovo, ti conosco un po’ di più. Perché parti da una situazione tua, ma per trarne una riflessione generale e incisiva. Grazie per avermelo fatto leggere, e ne parleremo ancora, voglio esserti vicina e capirti fino in fondo. Dio, ora che ho letto questa cosa mi sembra che i miei sentimenti per te abbiano fatto un salto in alto!

 

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Kafka-1


Sai, l’esperienza
della malattia non mi è estranea. E, con essa, il “percorso moderno” che ti costruisce intorno.
Suppongo che all’epoca di Kafka, che ha saputo farne un formidabile strumento di conoscenza, la malattia avesse ancora quel carattere chiaro ed esemplare, che la connotava esistenzialmente. Oggi, invece, l’esperienza della malattia innesca spesso un “edificio collaterale” di esperienze, attese, paure, sofferenze, mutilazioni anche dell’anima, che seguono e rispecchiano l’enorme complessità contemporanea. Per questo, forse, la contemporaneità continua a respingermi.
La sofferenza primaria della malattia, infatti, porta con sé le sofferenze secondarie causate dalle terapie, che si moltiplicano e si combinano e sovrappongono, secondo i criteri e i metodi sperimentali della medicina. Un grande progresso e una grande molteplicità di sfaccettature: per guarire si assumono farmaci spesso potenti, spesso devastanti, che lasciano segni non solo dentro, ma anche nel corpo, nel volto, nello sguardo che avrai per il resto della vita.
Capita che le terapie, oltre ai canonici guasti nell’organismo, agiscano anche sul sistema nervoso e sull’apparato percettivo, portandoti a non capire il mondo, a non capire il tuo esserci, e a conoscere dolori nuovi, che non sai né descrivere né spiegare a chi ti sta vicino. La vita diventa incomprensibile, e così le pulsioni suicide — debitamente indicate nel foglietto illustrativo — che il farmaco talvolta induce.
Così, quando le terapie moderne — multiple, associate, intersecantesi — s’appropriano di te per salvarti, il percorso si fa sfaccettato e quasi inconoscibile, in un modo che rende più arduo far della malattia uno strumento di conoscenza. Gli sforzi, allora, si fanno anch’essi sfaccettati, frammentati, faticosi nella loro incomprensibilità. E la speranza “nel qualcosa che non può essere nominato” prende una forma quasi fisica, a un tempo granitica e splendente, di ciò che esiste ed è lì. È lì per essere raggiunto: supremo specchio di illusioni, oppure, come mi piace pensare, arrivo necessario di un’esistenza.

 

Counseling II

carl r rogers

Una quarta caratteristica del rapporto di counseling è che esso è privo di qualsiasi pressione o coercizione. Lo psicologo abile si guarda bene dall’imporre i propri desideri, le proprie reazioni o i propri pregiudizi in sede terapeutica. L’ora appartiene al soggetto, non al consultore. Consigli, suggerimenti, pressioni per adottare un comportamento piuttosto che un altro: tutto ciò deve essere estraneo alla terapia. Come vedremo nel nostro ulteriore esame del processo terapeutico, ciò non costituisce una sempice limitazione negativa, un rifiuto inerte a influenzare l’individuo, ma serve a creare un terreno fecondo per la maturazione e lo sviluppo della personalità, per la scelta conscia e l’integrazione autodiretta. È su tali basi che può aver luogo la crescita. Indubbiamente è proprio in questa quarta caratteristica che il rapporto terapeutico differisce in maniera più netta dai comuni rapporti di vita nella famiglia, a scuola, e sul lavoro.
Abbiamo finora parlato di questo rapporto così come lo vede il consultore e di come egli cerca di instaurarlo nella situazione di counseling. Il soggetto che partecipa di tale rapporto invece, non necessariamente è consapevole fin dall’inizio di tutti gli elementi che lo caratterizzano; tuttavia reagisce a questa atmosfera libera da approvazioni o disapprovazioni moralistiche; scopre di non aver bisogno delle consuete difese psicologiche per giustificare il suo comportamento, non riscontra né biasimo né eccessiva simpatia o indulgenza; scopre che il consultore non gli offre un indebito appoggio né lo avversa con spiacevoli antagonismi. Di conseguenza il soggetto può, spesso per la prima volta nella sua vita, essere genuinamente se stesso, lasciando cadere i meccanismi difensivi e le iper-compensazioni che di solito gli consentono di affrontare la vita. Nel rapporto terapeutico l’individuo può valutare molto più obiettivamente i suoi impulsi e le sue azioni, i suoi conflitti e le sue scelte, le sue strutture di comportamento passate e i problemi presenti, perché da una parte è liberato dalla necessità di difendersi dall’attacco, e dall’altra, è privo di un troppo comodo rapporto di dipendenza.

Carl R. Rogers, Psicoterapia di consultazione, Astrolabio, Roma 1971, pp. 86-87

 

Counseling

carl r rogers

Il miglior modo, forse, per aprire il discorso, è definire quel che il rapporto di couseling non è. Nel parlare di terapia, nella sua forma migliore, possiamo fare un certo numero di affermazioni negative. Il rapporto terapeutico, per esempio, non è un rapporto genitore-bambino, con i suoi legami di profondo affetto, con l’accettazione di un ruolo di autorità e responsabilità dell’uno e la dipendenza caratteristica dell’altro. Il vincolo genitore-bambino ha delle caratteristiche fondamentali di permanenza e di devozione totale, che non fanno parte del miglior counseling.
Analogamente, il rapporto terapeutico non è un rapporto di amicizia. Nel legame di amicizia la caratteristica fondamentale è la completa reciprocità: comprensione reciproca, concessioni reciproche. Né il counseling è il normale rapporto professore-allievo, il quale per natura implica posizioni di superiorità e inferiorità e presuppone che uno sia lì per insegnare e l’altro per imparare, e inoltre fa leva su un processo intellettuale. La terapia inoltre non è basata su un rapporto medico-paziente, con le sue caratteristiche di diagnosi esperta e di consiglio autorevole da parte del medico e l’accettazione sottomessa e rispettosa da parte del paziente. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Il rapporto di couseling non è, per esempio, un rapporto fra due compagni di lavoro, sebbene abbia in comune certuni elementi con questo tipo di relazione. Né infine è il rapporto esistente fra leader e seguace, o tra parroco e parrocchiano.
In breve, il rapporto di couseling rappresenta un legame sociale diverso da tutti quelli che l’individuo  può aver sperimentato fino a quel momento. Spesso gran parte dei primi incontri è dedicata a tentativi di vario genere volti a capire e sperimentare questo tipo diverso di rapporto umano. Il consultore, affinché il trattamento risulti efficace, deve essere consapevole di questo.

Carl R. Rogers, Psicoterapia di consultazione, Astrolabio, Roma 1971, pp. 82-83

 

· 74


A proposito
della lettera di ieri: mi è piaciuto moltissimo quando hai scritto che notiamo le stesse cose e guardiamo la realtà con gli stessi occhi. È vero! Ed è anche vero che, dove abbiamo qualche diversità di veduta, ci sappiamo rispettare in pieno. È per questo che con te riesco a essere me stessa: perché mi sento rispettata e non giudicata. Non dimentico quando, dopo averti raccontato alcune delle mie vicissitudini, ti dissi che mi vergognavo, che temevo il tuo giudizio, che non mi apprezzassi più. E tu invece mi rassicurasti con tanta convinzione: proprio come anch’io non ti giudicherei mai per i tuoi comportamenti o le tue idee.
Oggi ho pensato a ieri, alle cose che ci siamo detti; e anche alle tue lacrime, dopo cena. Devi smetterla di tormentarti: devi sentirti sicuro, e sicuro sul fatto che non devi sentirti così “responsabile” per me, cioè mi piace ed è giusto che tu senta un po’ di responsabilità nei miei confronti (anch’io la sento per te), ma non al punto da caricarti di tutto un peso che in questo momento io non sento neanche!

 

· 73


Proprio prima
pensavo a come mi fai sentire bella. Non mi sono mai sentita brutta, però così bella come mi fai sentire tu non mi sono mai vista… È meraviglioso, il sogno di ogni donna, meglio di centomila sedute psicoanalitiche o non so che altro. Non pensavo che fosse così inebriante sentirsi bella, e poi mi fa venir voglia di esserlo ancora di più. E mi fa sentire più sicura con gli altri. Vedi che la cura funziona? Magari tutte le terapie e tutti i “medici” fossero così! Con te riesco a essere me stessa senza paura e a dirti tutto. Poi mi ha commossa ed entusiasmata quando hai dipinto una sorta di paradiso che per noi può essere concreto e reale, un meraviglioso intreccio di letteratura e sensualità, uno scambio intellettuale, fisico e spirituale insieme. Come un “manifesto programmatico”: anche questo dev’essere di stimolo per ritrovare ciò che abbiamo perduto.
Ma volevo dirti del libro di stamattina: è “terribile”, ma in senso buono. In certi momenti mi ha fatto anche pensare a te (non in generale, perché fortunatamente non sei un pazzo schizofrenico come il protagonista…)  e a certi nostri discorsi. È uno dei libri che dobbiamo decidere se è adatto a ragazzi di 14/15 anni, s’intitola “L’uomo che credeva di essere se stesso” e l’autore è David Ambrose. Be’, parla di un uomo che dopo un incidente crede di essere in un certo modo e di avere una certa vita, ma in realtà è tutta un’illusione, è come se in lui ci fosse un’altra persona autonoma e diversa. Detta così sembra una stupidata, ma ti assicuro che non lo è: intanto l’autore crea una tensione fortissima perché da un lato c’è lui con le sue convinzioni, dall’altro il Resto del mondo (tra cui la moglie) che non gli crede, così si genera un senso d’impotenza fortissimo. Sembra una situazione decisamente pirandelliana, mi veniva in mente “Così è se vi pare” (dove ognuno racconta una sua verità e ognuno sembra avere ragione e non sai più chi è il matto e chi no, perciò a te, lettore, sembra d’impazzire), ma molto più drammatica che in Pirandello. A un tratto, leggendo, sembrava che anche la mia mente dovesse dividersi in due per star dietro alla situazione. Considera anche che l’ho letto per tre ore di seguito! Mi ha smosso qualcosa dentro perché questa seconda voce non la vedo solo in negativo, ma anche come la possibilità di un’alternativa che noi tutti abbiamo, la possibilità di dire: la mia vita così non mi piace, è giusta per gli altri ma non piace a me. E ci ho ritrovato molto di certi nostri discorsi: per questo mi piacerebbe che lo leggessi anche tu quando l’avrò finito, che ne dici?