Qualcosa accadrà (2)

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Come s’è visto, i risultati delle nostre elezioni hanno dato una mazzata ai listini di Borsa, soprattutto a quello di Piazza Affari. I titoli più colpiti sono stati quelli bancari, ovviamente, che hanno trascinato l’indice Ftse-Mib sotto di quasi il 5%. E lo spread fra il BTP e il Bund, manco a dirlo, è decollato di una cinquantina di punti.
Nulla di buono si vede all’orizzonte. Quando Pierluigi Bersani, all’inizio della conferenza stampa del dopo-elezioni, traccheggia mettendo gli occhiali, spostando il microfono, togliendosi gli occhiali, tentando qualche parola, poi rimettendosi gli occhiali e risistemando il microfono, poi ritogliendosi gli occhiali, non dà un buon segnale. Questa scena fa intuire la qualità della nuova situazione politica, che molti paragonano a un classico vicolo cieco. Anche se lui è deciso a formare un Governo e dice che “non abbandona la nave”, molti pensano che se la nave l’avesse abbandonata prima, quand’era il momento, liberando l’apparato del partito dalle sue zavorre, ora la situazione politica sarebbe più chiara.
L’unico che sembra sapere che pesci pigliare è il solito Berlusconi, un vero asso, già pronto a un accordo di governo col nemico, per trattare un opportuno – se non necessario – salvacondotto per sé e per le sue imprese. Intanto, Bersani comincia a blandire il Movimento 5 Stelle con qualche proposta di forte appeal (tipo provvedimenti anti-casta, ma fuori tempo massimo), per tentar di guadagnare un consenso molto aleatorio; sembra però che i grillini vogliano andare a sedersi in riva al fiume e aspettare, per veder passare il cadavere di qualunque governo creato dal Presidente della Repubblica, considerato anch’egli un residuato.
Il sistema politico è in decomposizione, ormai appare chiaro. I moniti alla responsabilità che vengono dall’Europa e dalla Germania susciteranno forse il senso di colpa di qualcuno, ma non di questa nuova generazione politica, che quei danni non ha contribuito a creare, e che quindi si sentirà con le mani libere. In questa situazione, è difficile pensare che gli investitori stranieri corrano a comprare il debito italiano; ma lo scenario non è ancora definito. Non sarà esclusa nemmeno una manovra economica aggiuntiva, che il nuovo premier potrebbe dover varare per coprire un buco di circa 14 miliardi lasciato dal suo autorevole predecessore.
Dunque, per ora possiamo solo citare il titolo di un famoso racconto di Heinrich Böll: Qualcosa accadrà.

 

Perché loro sì e gli altri no?


Sofia di Grecia e Juan Carlos di Spagna


Come abbiamo visto, per la crisi delle banche in Spagna è stato concordato un piano di salvataggio che prevede, in sostanza, l’esborso di circa 100 miliardi di euro da parte del Fondo salva-stati ESFS a favore di un organismo pubblico spagnolo, il quale potrà intervenire per salvare la quantità di banche locali che stanno boccheggiando.

Questa soluzione, in realtà, è un modo per aggirare i trattati europei, così da non umiliare lo Stato in difficoltà e far credere che “tecnicamente” non venga salvato. Di fatto, la Spagna ha avuto un trattamento che la Grecia si sarebbe potuto solo sognare. In pratica, il prestito verrà erogato senza chiedere in cambio quasi nulla, se non una generica riforma del sistema creditizio. Mentre ai greci è stato imposto un regime di lacrime e sangue (torna alla mente lo spezzeremo le reni alla Grecia di mussoliniana memoria) che durerà ancora, come condizione per ottenere le successive tranches del prestito, con gli spagnoli si è usato il guanto di velluto. Anche la proroga di un anno sul fiscal compact accordata alla Spagna non è stata affatto messa in discussione.

Ci si chiede perché la Germania abbia accettato così di buon grado questo salvataggio spagnolo, sorvolando sui principi di rigore. Forse una risposta viene suggerita dai dati sull’esposizione delle banche tedesche al sistema spagnolo, che ammonta a circa 78 miliardi di euro (53 verso le banche e quasi 25 verso il debito pubblico statale): in una situazione del genere, è preferibile versare una trentina di  miliardi al fondo ESFS, che un giorno dovrebbero essere rimborsati, piuttosto che rischiare il tracollo delle proprie banche e dover salvare pure quelle.
L’Italia, invece, ha un’esposizione complessiva verso le banche e lo Stato spagnolo per “soli” 11,6 miliardi, quindi sarebbe quasi al sicuro; ma dovrà versare per questa operazione di salvataggio circa 20 miliardi al fondo ESFS, vanificando praticamente il gettito della nuova imposta IMU. Quindi, o si dovrà fare un’altra manovra, oppure non riusciremo a raggiungere i famosi obiettivi del pareggio di bilancio. Il risultato di tutta la faccenda è che, mentre la Germania paga metà del suo rischio, noi paghiamo il doppio del nostro.

Questa manovra salva-Spagna, dunque, è un ulteriore intervento-toppa che fa pagare alla collettività gli errori di banchieri megalomani che perseguono il profitto sopra ogni cosa, anche sulla pelle delle persone. Ed essere intervenuti – anche stavolta – all’ultimo momento renderà più caro il prezzo che pagheranno i cittadini. Sempre in attesa, naturalmente, che arrivi la resa dei conti.

 

Alla canna del gas

Come si vede, sul tema della crisi c’è un susseguirsi di notizie e indiscrezioni, quali funeste, quali negative, quali speranzose. L’idea che la Grecia esca dall’Euro, ormai, è una possibilità concreta che avrebbe conseguenze inevitabilmente negative. Quindi, si lavora ai “piani di fuga”, ossia alle soluzioni di emergenza per fronteggiare le eventuali situazioni di crisi.

La Svizzera sta organizzando un controllo sui capitali per evitare che, in caso di rottura dell’unione monetaria europea, la loro moneta vada alle stelle. Più in generale, si pensa ai possibili modi per garantire i conti correnti bancari espressi nelle valute che da questa eventualità subirebbero i maggiori danni.
Le monete che si svalutano sono il maggiore spauracchio che tormenta i pensieri di chi s’interroga sul futuro: una moneta svalutata renderebbe improvvisamente più poveri coloro che ne possiedono quantità. Ma, al contrario, renderebbe meno povero chi è al verde e ha solo debiti: in quei casi, l’entità reale dei debiti si ridurrebbe drasticamente. Salvo, però, veder salire di colpo i tassi d’interesse a livelli che normalmente sono considerati più che usurari.

Intanto, la Spagna è già dovuta intervenire con un muccho di denaro e con una parziale nazionalizzazione per salvare Bankia, che è il quarto istituto di credito spagnolo. Ma pare che la situazione sia peggiore del previsto e siano necessari nuovi interventi: si sta dunque pensando di ricapitalizzare la banca con titoli di Stato. In pratica, sarebbe uno scambio tra azioni dell’Istituto bancario e titoli di Stato spagnoli. Così c’è chi dice che, dopo la finanza creativa, stiamo entrando nell’era dei “salvataggi creativi”: denaro che passa da una mano all’altra, senza che si creino risorse reali o si realizzino risparmi concreti che possano curare la malattia. Che sia la conferma dell’enorme gravità della situazione in cui ci troviamo?

 

Ah, sì? (5)

Tanto per essere chiari, mentre il premier francese Sarkozy fa appello ad Angela Merkel affinché accetti di varare i cosiddetti Eurobonds, garantiti da tutti i paesi dell’eurozona, che servirebbero per finanziare a tassi normali i paesi più in difficoltà, la teutonica risponde che le altre proposte collaterali potrebbero vederla favorevole, ma quella lì non è da prendere in considerazione. Concetti già ribaditi altre volte e da cui non sembra volersi spostare. E questo è strano, perché non sarebbe così conveniente per la Germania spingere l’Italia al default, visto che questa eventualità farebbe saltare le banche di tutta Europa; così, quelle – per ora — garanzie che i tedeschi non vogliono impegnare diventerebbero risorse da cacciar fuori realmente per salvare le loro banche e per fronteggiare la terribile depressione che il default genererebbe. Abbiamo visto che le misure prese al momento giusto costano assai meno di quelle prese in ritardo e di corsa, come insegna l’esperienza greca: se si fosse affrontato quel salvataggio subito, invece di tergiversare (come stanno facendo ora), la faccenda sarebbe stata molto meno onerosa. In più, questa bufera finanziaria e la conseguente fuga degli investitori verso i porti più sicuri hanno fatto calare i tassi che paga la Germania per finanziare i suoi titoli di Stato e aumentare invece quelli che pagano tutti gli altri. Risultato: due anni fa la Germania pagava il 3,2%, la Francia il 3,5% e l’Italia il 3,9% di interessi; oggi la Germania paga l’1,9%, la Francia sempre il 3,5% e l’Italia il 7,2%. Ci sembra sensato? Queste differenze significano un risparmio di alcune decine di miliardi per la Germania e un aggravio di parecchie decine di miliardi per noi. È quindi evidente che siamo stati noi italiani ad aiutare i tedeschi, e loro vogliono che le cose restino così per poterne approfittare. Le misure tanto pesanti che l’Italia dovrà adottare faranno sì che nel 2012 avremo un consistente avanzo primario e nel 2013 addirittura il pareggio di bilancio, con un debito che non potrà più salire; e tutto questo al prezzo di una pesante recessione che è già iniziata. I tedeschi, invece, hanno un disavanzo che per il 2012 è previsto in crescita e non prevedono di raggiungere nessun pareggio di bilancio. Qualche provvedimento dovrebbero prenderlo anche loro, dunque, tanto per essere chiari.

Investitori esteri

Facciamo una cosiderazione sulle mosse finanziarie conseguenti alla catastrofe in Giappone. Secondo dati Reuters, gli investitori esteri hanno acquistato un ammontare record di azioni nipponiche nella settimana seguente al sisma, quando la borsa di Tokyo crollava, mentre gli investitori giapponesi hanno riempito i portafogli di titoli di Stato esteri, contrariamente a quanto si pensava, cioè che avrebbero fatto rientrare i capitali investiti oltreconfine.
In particolare, gli investitori esteri hanno comprato 891 miliardi di yen (pari a 11 miliardi di dollari) di azioni sulla borsa di Tokyo fra il 14 e il 18 marzo, l’acquisto netto più elevato dal 2005, anno a partire dal quale sono disponibili questi dati. I dati raccolti dalla borsa di Tokyo, invece (risalenti al luglio 1983), mostrano che gli stranieri hanno comprato l’equivalente di oltre 955 miliardi di yen, il secondo valore più alto dopo un record registrato a marzo 2004. Teniamo conto che nei primi due giorni della settimana seguente alla catastrofe, il mercato azionario giapponese ha registrato la caduta più pesante (su un medesimo periodo) dal 1987.
In realtà, la scommessa positiva degli investitori esteri sull’azionario di Tokyo dura da mesi: per quasi tutte le 23 settimane precedenti il sisma, gli esteri son stati acquirenti netti di azioni nipponiche. E se la minaccia di una crisi nucleare ha seminato il panico, spingendo molti a liquidare le posizioni lunghe, il crollo delle quotazioni ha innescato subito un’ondata di acquisti a prezzi ribassati, cosiderati un’occasione per gli investitori dall’occhio lungo.