Ottimismo americano

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Ottimismo. Speranza. La nostra passione americana per i discorsi promozionali, gli slogan pubblicitari e la dipendenza che ne abbiamo ricavato culturalmente a rendere rappresentativo non quello che funziona o merita di essere conservato, ma quello per cui val la pena di lavorare — questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale. È anche una forma di pazzia, un’avidità ossessiva a che il futuro rimpiazzi il senso della storia. ma è il fondamento dell’America — questo guardare al futuro. Noi-creeremo-una-nazione, e avremo giardini, piscine e chirurgia plastica. I discorsi di Franklin Roosevelt per esempio — se li confrontiamo con quelli di Churchill, capirete di cosa sto parlando. Lo capirete dal ritmo, dalle immagini a cui ricorre e dalle sue asserzioni. Roosevelt propose le quattro libertà, e Churchill offrì sangue, fatica, sudore e lacrime. (Oppure confrontate Twain con Wodehouse. O Groucho Marx con Waugh.) Il senso americano della tragedia è talmente diluito dal sogno a occhi aperti da sembrare quasi ridicolo. Noi americani raffazzoniamo simboli alla bell’e meglio, come forma di propaganda, una irrealtà attiva. Paragonate il sigaro di Churchill con il bocchino da sigarette di Roosevelt. (O la passione per l’alcool di Churchill, dichiaratamente scoperta, con la sedia a rotelle di Roosevelt, che praticamente non veniva mai fotografata.)
La Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e gli Emendamenti hanno una strana somiglianza con i testi pubblicitari, con il tipo di garanzia che in genere offre la pubblicità. E la pubblicità sta al nichilismo e alla minaccia di paradiso e inferno come la materia sta all’antimateria. I fondamenti che individuano la classe media in America non hanno niente a che vedere con la classe sociale nel senso europeo, hanno invece tutto a che vedere con un anelito utopistico. L’equivalente americano (che non è affatto equivalente) della buona borghesia è un mercato socialmente indefinibile di consumatori che, come comun denominatore, sono ricchi e arroganti. facili da intimorire ma non altrettanto facili da reprimere. Qui, dato che la cultura è così instabile (e così nuova), l’elemento dominante è quello pragmatico, il know-how delle cose: come essere felici o ragionevolmente appagati e benestanti; come comportarsi con gente di tipo superiore che ha uno status, che, per dire, ama l’opera; come fare queste cose nell’immediato futuro migliore. Il tutto ha un toono tipo “Da che parte stai?”. Il sogno americano, come in Twain (e Hemingway), è quello di ricostruire dopo l’alluvione, trovandosi in condizioni migliori di prima, di superare questa o quella sfida, fino alla morte, morte inclusa.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp. 55-56

Ottimismo americano

Ottimismo. Speranza. La nostra passione americana per i discorsi promozionali, gli slogan pubblicitari e la dipendenza che ne abbiamo ricavato culturalmente a rendere rappresentativo non quello che funziona o merita di essere conservato, ma quello per cui val la pena di lavorare — questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale. È anche una forma di pazzia, un’avidità ossessiva a che il futuro rimpiazzi il senso della storia. ma è il fondamento dell’America — questo guardare al futuro. Noi-creeremo-una-nazione, e avremo giardini, piscine e chirurgia plastica. I discorsi di Franklin Roosevelt per esempio — se li confrontiamo con quelli di Churchill, capirete di cosa sto parlando. Lo capirete dal ritmo, dalle immagini a cui ricorre e dalle sue asserzioni. Roosevelt propose le quattro libertà, e Churchill offrì sangue, fatica, sudore e lacrime. (Oppure confrontate Twain con Wodehouse. O Groucho Marx con Waugh.) Il senso americano della tragedia è talmente diluito dal sogno a occhi aperti da sembrare quasi ridicolo. Noi americani raffazzoniamo simboli alla bell’e meglio, come forma di propaganda, una irrealtà attiva. Paragonate il sigaro di Churchill con il bocchino da sigarette di Roosevelt. (O la passione per l’alcool di Churchill, dichiaratamente scoperta, con la sedia a rotelle di Roosevelt, che praticamente non veniva mai fotografata.) Continua a leggere “Ottimismo americano”

Trenta gennaio


Oggi cade il ventiseiesimo anniversario della morte di un mio amico — amico intimo per molto tempo, prima che il suo esaurimento ci separasse — che quel giorno, in cui compiva ventitrè anni, si stese sui binari del treno e la fece finita. Quella tragedia mi sconvolse e mi lasciò a vagare disorientato per mesi, senza scopo né idee sul futuro. Ripensandoci oggi, mi accorgo che nessuno di quelli che gli stavano intorno, a cominciare dalla famiglia e a finire da noi amici che piano piano ci allontanammo, riuscì a capire la portata del suo male, nessuno sembrava in grado di mettersi in sintonia con lui, e nemmeno di provarci. Lo sforzo sembrava troppo grande per volercisi dedicare. Alcuni, me compreso, agirono anche male, cioè ebbero comportamenti impulsivi e sbagliati, non rendendosi conto di quanto questi potessero aggravare la sua situazione e spingerlo ancor più lungo la discesa. Questa tragedia fu per me la “prova generale di senso di colpa” che preluse all’affondo esistenziale, definitivo e irreversibile, che sarebbe avvenuto il primo settembre di quello stesso anno.

 

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“Scrivere una breve pagina di diario”: un atto naturale e salvifico. L’idea di scrivere diari mi ha sempre attirato, perché credo che nel diario stia l’essenza di un autore: chi vuole conoscerlo, secondo me, deve leggerne anche la vita. Eppure, una specie di ritegno — tuttora invalicabile — mi ha sempre impedito di mettere su carta il vero me stesso. Come se non me ne sentissi degno. Un blocco dalle radici profonde: anzi, è possibile che se riuscirò a superare questo blocco, cioè a esplorare e a risanare queste radici, forse tornerò a respirare come un uomo normale. Io mi trovo in una situazione analoga alla tua: lontananza, pace e silenzio, libri e scrittura di finzione, allontanamento dalla frenesia d’una vita brulicante e consumante (che per ora non rimpiango). Però soffro di una mancanza di focalizzazione, di un centro, e forse anche di un’identità. Vecchie tragedie familiari pesano ancora sulla mia capacità di guardarmi dentro. Non mi conosco fin dove vorrei, e mi sembra di non aver il coraggio di avventurarmici. Non riesco a mostrarmi nemmeno a me stesso.